Sam Raimi è un regista che un appassionato di horror e di comic movies deve conoscere assolutamente, perché ha contribuito a creare e rendere famosi entrambi i generi. Senza contare il suo apporto alla serialità televisiva: dalle note Xena ed Hercules alla meno famosa Cleopatra 2525, tutte prodotte con il suo tocco inconfondibile. Prima della nascita del Marvel Cinematic Universe, quando la casa dei fumetti aveva ceduto i diritti a destra e a manca, Raimi ha dato il la ai film supereroistici del nuovo millennio, prima con il sorprendente Darkman e poi con la trilogia di Spider-Man. Una saga il cui secondo capitolo è considerato (quasi) all’unanimità uno dei migliori film del genere, per costruzione dei personaggi e trama. Ironia della sorte: pochi anni fa lo abbiamo visto anche nel MCU nel poco esaltante Doctor Strange in the Multiverse of Madness. Ma è il mondo dell’horror che lo ha reso famoso, prima con i film a budget ridotto della trilogia di Evil Dead e poi con il fortunato Drag Me To Hell. Un genere che ha contribuito a codificare tra budget risicati e il suo attore feticcio, quel faccia di gomma a cui vogliamo tanto bene: Bruce Campbell. Jumpscare, riprese in prima persona spesso frenetiche, effetti posticci e overacting, il tutto unito a una scrittura sempre sopra le righe, sono i tratti distintivi del suo modo di fare horror.
Il ritorno di Raimi in questi territori, dopo più di quindici anni dall’ultimo Evil Dead, ha fatto rizzare le antenne agli appassionati. Non solo per la scelta della fantastica Rachel McAdams come protagonista – con cui aveva già lavorato in Doctor Strange – ma per il ruolo che le affida: quello di un’impacciata contabile fan dei Blondie al karaoke, che in poco tempo diventa più cinica e stronza della Regina George di Mean Girls. La trama si riassume in poche parole: a causa di un incidente aereo, una Rachel McAdams, sciupata contabile, finisce su un’isola deserta con il CEO della sua azienda. Un viaggio di affari si trasforma in un survival dove i ruoli si invertono. Il CEO Bradley Preston è interpretato da Dylan O’Brien – che molti ricorderanno per Maze Runner e in pochi per il ruolo di Dan Aykroyd in Saturday Night – e nel film passa da insopportabile figlio di papà a persona collaborativa, attraversando fasi da opportunista e inaspettato ruolo di sottomesso all’esperienza di Linda. Grazie anche alla colonna sonora di Danny Elfman, Raimi costruisce un film di fortissima critica sociale: dalla gerarchia e dal classismo nel mondo del lavoro, basato soprattutto sui canoni estetici, alle amicizie come rampa di lancio per la carriera, passando per il Me Too – il cui eco si sente ancora oggi – e un continuo cambio di ruoli in cui il confine tra buoni e cattivi praticamente non esiste. Per raccontare tutto questo, Raimi trasforma la narrazione in un survival movie a tinte horror, dove per gran parte del film ci sono solo i due protagonisti. C’è sangue, vomito, gente (soprattutto nella scena dell’incidente aereo) e un animale che muoiono in modo atroce, con una CGI da discount che regala uno dei segmenti più divertenti di tutto il film.

L’unico elemento davvero spoilerabile è la morte dell’animale, perché il resto del film è una girandola di sorprese e colpi di scena fino all’ultimo minuto. Rachel McAdams è abilissima nel trasformare il suo personaggio: da contabile geniale ma goffa a sadica e vendicativa regina dell’isola, capace di ribaltare i ruoli nell’organigramma aziendale durante il confronto con Dylan O’Brien. Lui, autentico miracolato che arriva sull’isola convinto di essere pronto a tutto, si rivela incapace persino di raccogliere una banana. L’alchimia tra i due viene costruita attraverso un’evoluzione nei rapporti in cui il vero topo in gabbia è il CEO, mentre la contabile impacciata tesse le trame e detta le regole, fino a un momento in cui sembra perdere la bussola. Sam Raimi torna con Send Help riportandosi ai fasti di Drag Me To Hell, dopo altri film da regista discutibili e una carriera da produttore altrettanto altalenante. Raimi rimane una figura polarizzante del cinema contemporaneo: pur essendo una delle voci più influenti degli ultimi cinquant’anni, non è riuscito a costruirsi un nome che esca dal circuito degli appassionati, nonostante le occasioni avute. Tra queste, il già citato memorabile Spider-Man 2. Send Help ci conferma che, quando Raimi trova la giusta ispirazione, sa ancora regalarci pellicole di buona, se non ottima, qualità. Peccato per il resto.