Gli Editors sono a Roma per due giorni di promozione di Surface, Echo & Sound. Li raggiungiamo agli Studios International, dove assistiamo alle prove per la loro partecipazione a Propaganda Live. È il tempo che precede l’intervista: osservare la band al lavoro mentre, inevitabilmente, cresce l’attesa. Per chi scrive di musica, trovarsi finalmente di fronte ad artisti di cui si segue e si conosce da anni il percorso ha un valore speciale. Quando ci sediamo a parlare, la conversazione prende presto una direzione che nessuna scaletta può prevedere. Si parte dal nuovo disco e il dialogo trova un ritmo proprio: il ritorno di cinque musicisti nella stessa stanza, le schegge di imperfezioni nelle registrazioni, il rumore del presente, il bisogno di connessione con gli altri. Le domande ne generano altre, le risposte aprono deviazioni inattese e, a un certo punto, è impossibile non pensare alla scena che ha ispirato il singolo The Rush. Darsi appuntamento in un bar, bere qualcosa e parlare della vita mentre fuori il mondo continua ad andare di fretta. In un camerino degli Studios International, per qualche minuto, l’immagine raccontata dalla canzone sembra quasi combaciare con ciò che sta accadendo. Ripartiamo da lì, assieme a Tom Smith, Justin Lockey e Elliott Williams. Da Surface, Echo & Sound e dagli Editors di oggi, passando per tutto ciò che li ha portati fin qui.
Surface, Echo & Sound è stato descritto come un disco “back to basics”. Ma dopo vent’anni credo sia difficile tornare davvero indietro. Cosa stavate cercando che non avreste potuto trovare facendo un altro EBM?
Elliott Williams: Credo che EBM sia probabilmente la cosa più estrema e potente che abbiamo fatto. Eravamo arrivati a un punto in cui non avremmo potuto esplorare ulteriormente quella direzione. Era anche un disco molto legato alla presenza di Ben (Benjamin John Power, alias Blanck Mass, entrato nella band nel 2022 ndr.): aveva contribuito alla produzione ed era stato molto coinvolto anche nella scrittura. Dopo quel disco sapevamo che Ben non sarebbe stato con noi per realizzare il successivo, perché è molto impegnato e sta lavorando a molte colonne sonore. Durante il tour successivo a EBM è nato in tutti noi il desiderio di tornare semplicemente a essere una band. Non nella modalità di sederci a tavolino e dire “adesso faremo questo”, con una specie di manifesto. Era più una sensazione: forse era arrivato il momento di tornare a essere semplicemente cinque persone insieme nella stessa stanza.
Quindi non c’è mai stata l’idea “ok, facciamo un disco acustico”.
Tom Smith: Avevo appena realizzato un disco solista, per lo più acustico, e avevo trascorso molto tempo in studio a registrarlo e poi a portarlo in tour. Quando abbiamo iniziato questo disco sentivamo il bisogno di essere di nuovo più una band, suonare insieme e lavorare sulle canzoni nello stesso ambiente prima ancora di premere “record”. Io arrivavo direttamente da quell’esperienza e la chitarra acustica era ancora lì. Nessuno mi ha detto: “Dai, mettila giù!” (ride ndr.). In ogni caso, Surface, Echo & Sound non è un disco acustico. La nostra intenzione era fare un disco rock. In effetti sono sorpreso che sia rimasta così tanta chitarra acustica nel risultato finale. L’idea era semplicemente lavorare sulle canzoni in modo spontaneo e vedere dove ci avrebbero portato. Quando ci siamo incontrati di nuovo non stavamo nemmeno pensando di fare un disco. Volevamo soltanto dare alle canzoni ossigeno e tempo, vedere cosa sarebbe successo… poi tutto ha iniziato a prendere forma.
Justin Lockey: Dal punto di vista musicale, è stato fondamentale l’apporto di Russell (Leetch ndr.) ed Edward (Lay ndr.), la nostra sezione ritmica. Negli ultimi tre dischi non avevano suonato così tanto i propri strumenti: avevano lavorato soprattutto sulla programmazione delle drum machine, sulle linee di basso e sulla costruzione di molte parti direttamente in ambiente digitale. Credo che soprattutto loro due volessero recuperare la sensazione fisica del suonare. Tom arrivava dal suo disco acustico e a quel punto è stato naturale lavorare alle canzoni. Tutto è cresciuto da lì.
E c’è stata una canzone che ha sbloccato il processo o vi ha fatto capire quale direzione avrebbe preso il disco?
Tom Smith: Credo sia stata The Rush.
Justin Lockey: The Rush, sì. Anche Call It In è arrivata abbastanza presto. La prima su cui abbiamo lavorato, invece, è stata Much Love, che in realtà è un brano piuttosto datato. Lo avevamo già dopo il terzo disco, eravamo tornati sulla demo successivamente, ma non aveva mai funzionato davvero. Era rimasto per anni tra il materiale su cui continui a riflettere.
Elliott Williams: Per questo disco abbiamo provato nuovamente a suonarlo e, con questo approccio più organico, non so… improvvisamente ha funzionato. Forse è stato quello il momento in cui abbiamo realizzato “okay, siamo tornati a essere una band”. C’era questa combinazione tra il ritmo della mano destra di Tom sulla chitarra e la sezione ritmica che trovava il proprio groove. Tutto è cresciuto intorno a quello. È stato bello. Sembrava qualcosa di più adulto, di più “serio”. Come se sapessimo cosa stavamo facendo – anche se in realtà non sai mai veramente cosa stai facendo (ride ndr.). E tutto questo è coerente con le persone che siamo e con l’età che abbiamo oggi.

La chitarra acustica e il mandolino non sono semplicemente delle sfumature di colore nel disco. Sembrano essere inseriti quasi come strumenti ritmici. Questo ha cambiato il modo di suonare del resto della band durante le registrazioni?
Justin Lockey: Non c’è stato un vero e proprio cambiamento nel modo di suonare. Dal punto di vista delle chitarre, piuttosto, abbiamo sottratto. Ci sono meno chitarre, meno livelli, meno strati. Di solito tendiamo a mettere insieme tantissimi livelli, mentre in questo caso tutto risulta più diretto. EBM, ad esempio, aveva talmente tante tracce che a volte era quasi impossibile capire cosa stesse succedendo quando cercavamo di ricostruirle. Questa volta era più “questa parte va qui, quest’altra va lì”. Era tutto più preciso, soprattutto anche per quanto riguarda le tastiere. Siamo stati molto di più in presenza all’interno dello spazio.
Elliott Williams: Per il mandolino, è come hai anticipato nella domanda. L’approccio con cui Tom usa lo strumming, diventando parte della sezione ritmica, è stato fondamentale. Il mandolino è uno strumento interessante perché tradizionalmente viene associato al folk. Ma per noi, pensando alla musica che amiamo, richiama anche certe sfumature della musica tra il 1985 e il 1990: R.E.M., Bruce Springsteen. Ha anche qualcosa degli anni Ottanta, quel tipo di suono ampio, quasi widescreen, con il chorus. Puoi ottenere un suono arioso senza strafare.
Parlando invece dei singoli che avete già pubblicato: Call It In affronta il rumore della vita contemporanea, ma al centro della canzone sembra esserci anche qualcosa di molto umano, una sorta di richiesta di aiuto. Da dove sono nate l’idea e l’ispirazione?
Tom Smith: Non da un evento specifico. In realtà molte delle canzoni del disco hanno a che fare con una forma di paura e con il mio tentativo di trovare dei modi per sfuggire, o mettere a tacere, il rumore del mondo intorno. È un posto piuttosto crudo e spaventoso, molto spesso. Credo che in molti dei brani io stia cercando delle soluzioni per mettere tutto questo da parte e concentrarmi sulle persone oppure su determinati momenti: una serata fuori, una passeggiata, una chiacchierata con un amico… E Call It In, di fronte a tutto ciò, risponde “va bene chiedere aiuto”. Va bene dire a qualcuno che quello che stai vivendo sta diventando pesante. È un tema che ricorre in tutto il disco.
E quando è arrivato il titolo dell’album? All’inizio oppure alla fine del processo creativo?
Tom Smith: L’espressione Surface, Echo & Sound è contenuta nel testo di Call It In. Nonostante questo, fin dal principio avevamo individuato la sequenza di quelle parole come possibile titolo dell’album. Avevano un significato particolare per me e, poco a poco, hanno finito per dare un nome a quella sensazione di sovraccarico che associo al mondo contemporaneo. L’ultimissimo passaggio che abbiamo fatto, proprio l’ultimo giorno, è stato realizzare il brano Surface, Echo & Sound, che si posiziona come una sorta di introduzione al disco. Non avevo mai fatto davvero una cosa del genere prima: scrivere appositamente qualcosa con una funzione precisa all’interno di un disco. È stato interessante.
È significativo che un disco che nasce anche da una riflessione sul frastuono del presente scelga poi di lasciare così tanto spazio al silenzio, alla fragilità, persino all’imperfezione. È una chiave per andare oltre la superficie?
Tom Smith: Ci sono passaggi molto quieti, altri volutamente imperfetti. Abbiamo persino scelto di lasciare alcuni “errori umani” nelle registrazioni, perché ci sembravano coerenti con la natura del disco. In passato, in fase di produzione, avremmo probabilmente corretto quelle imperfezioni, rimettendo tutto perfettamente a tempo. Ed è assolutamente legittimo lavorare così. Questa volta, però, anche in relazione ai temi che attraversano l’album, sentivamo fosse importante lasciare emergere qualcosa di più umano, preservando quella sorta di purezza che può esistere proprio nell’imperfezione.
In The Rush torna con forza il tema della connessione umana e mi ha fatto ripensare a Violence: all’epoca avevate raccontato che, sotto il rumore e la rabbia di quel disco, c’era proprio la ricerca di una connessione più profonda tra le persone. Oggi siamo costantemente connessi, eppure sembriamo sempre più divisi. È cambiato, da allora, il vostro modo di raccontare questa necessità di entrare davvero in relazione con gli altri?
Tom Smith: Oggi le persone sono estremamente divise. C’è molta rabbia intorno a tantissime questioni e penso che dipenda anche dal modo in cui comunichiamo e da come ciò che accade ci viene raccontato. Viviamo in un periodo in cui sta succedendo davvero di tutto. Ma anche il modo in cui viviamo e quello in cui ci vengono restituite le informazioni finisce per amplificare e alimentare le divisioni. Quindi, anche se tutti questi strumenti (indica lo smartphone ndr.) dovrebbero connetterci, non sembra che riescano davvero a tirare fuori il meglio di noi come esseri umani. C’è un collegamento piuttosto forte tra questo tema e i testi di Surface, Echo & Sound. Alla fine, a quanto pare, scrivo sempre delle stesse cose (ride ndr.).
Seriously, invece, è come se mettesse in discussione l’idea degli Editors come una band fondamentalmente “dark”. E questo mi ha fatto ripensare a Smokers Outside the Hospital Doors: anche quando avete scritto di mortalità e paura, la speranza non è mai scomparsa del tutto. In questo disco, però, sembra emergere con maggiore chiarezza. È così?
Tom Smith: Seriously, anche musicalmente, è una canzone molto giocosa: è melodica, luminosa, felice. Ecco sì, forse è il brano più felice che abbiamo mai scritto.
Justin Lockey e Elliott Williams: Al cento per cento (ridono ndr.).
Tom Smith: E questa leggerezza ritorna anche in alcune immagini del testo. Ce ne sono di volutamente sciocche: giocare con uno yo-yo, dipingersi un’unghia… piccoli gesti quasi insignificanti. Ed è proprio questo che mi piace. Mi ha sempre affascinato mettere insieme elementi in contrasto tra loro. La canzone parla anche della paura e di quella forma di connessione che nasce quando ti rendi conto che altre persone provano qualcosa di simile. È quello che, in fondo, è racchiuso nell’espressione “everybody hurts”. Ma giocare con tutto questo attraverso la melodia e quelle immagini è divertente.

The Rush e Seriously sono le uniche due canzoni dell’album con coautori esterni, rispettivamente Iain Archer e Andy Burrows. Qual è stato il valore aggiunto della loro collaborazione?
Tom Smith: In realtà ogni canzone ha avuto un percorso diverso. The Rush l’abbiamo scritta io e Iain (Archer ndr.) durante il periodo del mio disco solista, ma allora non aveva ancora trovato la forma che sentivo dovesse avere. Seriously, invece, è passata anche attraverso il confronto con Andy (Burrows ndr.). L’avevo scritta io, poi l’abbiamo sviluppata insieme per un po’ e il suo contributo è stato importante per arrivare alla versione definitiva.
Real chiude il lato A e Happiness apre il lato B: sono separate dalla cesura del vinile, ma nella sequenza dell’album restano due brani consecutivi. Quanto avete lavorato sulla tracklist e sul rapporto tra le canzoni nella costruzione del disco?
Elliott Williams: La definizione della tracklist ha richiesto parecchio tempo. Alla fine di tutto, abbiamo inserito come primo brano Surface, Echo & Sound. Ed è vero che, soprattutto adesso che il vinile è tornato in auge, quando costruisci la sequenza dei brani devi tenere conto anche dei due lati. Ci sono state idee diverse e decisioni da prendere, ma alla fine siamo arrivati collettivamente a un accordo. Ci piaceva l’idea di incorniciare il disco alle due estremità: aprirlo in uno spazio molto raccolto con l’introduzione e riportarlo, alla fine, in una dimensione altrettanto intima con The Hills We Died Upon. Sulla parte centrale c’erano opinioni differenti. Non parlerei di vere discussioni, piuttosto di confronti su dove dovessero stare determinate canzoni. Nelle fasi di registrazione e produzione, finisci per preoccuparti moltissimo di ogni dettaglio. Poi fai un passo indietro e guardi il quadro complessivo. Adesso sono molto felice di come funziona. È stato un viaggio bellissimo.
E questo ci porta proprio all’ultima canzone, The Hills We Died Upon. È uno dei brani più essenziali del disco e, per me, ha qualcosa di estremamente intimo. Sembra quasi una canzone che si conosce da sempre, di quelle che si tramandano, che infondono la sensazione di ritorno a casa. Questa sensazione ha qualcosa a che fare con ciò che vorreste che le persone provassero arrivando alla fine del disco?
Tom Smith: Sì, è così. Abbiamo pensato tanto a come realizzarla. Nelle mani di qualcun altro avrebbe potuto diventare qualcosa di molto più grande. Una ballata potentissima.
Elliott Williams: Quando Tom ci ha mandato il voice note, non era poi così lontano da quello che sarebbe diventato il brano definitivo. Naturalmente ci ha lavorato ancora, ma quasi avremmo potuto pubblicare direttamente quella registrazione. Per tutti noi aveva qualcosa di speciale. Sembrava già completa. Probabilmente avremmo potuto renderla molto più grande, ma considerando il punto in cui eravamo arrivati e ciò che il disco era diventato, lasciarla così sembrava la scelta più giusta. Justin ha poi aggiunto delle chitarre incredibili.
Tom Smith: C’è anche un legame con il fatto che arrivavo dal mio disco solista e dall’esperienza di suonare essenzialmente canzoni di questo tipo davanti alle persone. Mi ero davvero riconnesso con quella dimensione dell’esibizione. Quindi sì, in qualche modo è stato davvero come tornare a casa.
Per l’ultima domanda vorrei spostarmi sulla dimensione live, perché il vostro concerto del 3 febbraio all’Alcatraz di Milano è sold out. Qui in Italia avete una fanbase molto forte e, visto che il vostro album parla anche di “sound”, qual è il suono del pubblico italiano?
Justin Lockey: È piuttosto rumoroso, a dire il vero (ridono ndr.). È appassionato. Amiamo venire qui, amiamo suonare qui e abbiamo una connessione bellissima con i nostri fan italiani. È emotivo. Emotivo e appassionato (si apre un breve scambio scherzoso sul “suono” vero e proprio del pubblico e sulla sua tonalità rispetto a quello giapponese e olandese ndr.).
Tom Smith: Se parliamo del “suono” vero e proprio… direi che fin dal primo giorno la connessione delle persone con la nostra band qui in Italia è stata davvero profonda, siamo in armonia per riprendere la metafora del suono. Le persone qui parlavano di noi e ci aspettavano quando arrivavamo ai concerti, in un momento in cui questo non stava succedendo affatto dappertutto. È stato così fin dal primo giorno. Ed è stato bello.