Search Menu
Search

I Two Door Cinema Club non hanno smesso di ballare

Cosa resta di un sogno nato in un paesino dell’Irlanda del Nord? I Two Door Cinema Club guardano indietro a “Tourist History”, raccontando il difficile equilibrio tra nostalgia, cambiamento e il desiderio di continuare a ballare

C’era un tempo in cui i nati nel 1989 avevano riflessi digitali e mettevano su Flickr foto in bianco e nero, filtrate per sembrare più vissute. Ne cantava Niccolò Contessa, che nell’omonimo brano riusciva a indagare con lucidità usi e costumi di giovani pseudo-artisti e le loro velleità, incastonandosi perfettamente nella scena indie italiana. Quel testo resta ancora oggi una perfetta istantanea degli anni Dieci del Duemila: un immaginario condiviso tra Italia e Regno Unito, sulla scia dell’indie sleaze, di Pete Doherty e Kate Moss come icone di un’epoca che passa il testimone ad Alex Turner e Alexa Chung. Stivaloni nel fango, shorts, pose innaturali immortalate su blog personali e profili Facebook: una cultura visiva e musicale che sembrava definire un’intera generazione. Esattamente sedici anni fa, quando era impossibile non ascoltare The RaveonettesFoalsMGMT e Crystal Castles, tre ragazzi nati nel 1989 si incontravano in un paesino dell’Irlanda del Nord per mettere su una band e sognare. Oggi quei tre ventenni – Two Door Cinema Club – sono cresciuti e continuano a vivere quel sogno. Quattro album, centinaia di date sparse ai quattro angoli del pianeta e oltre un decennio di strada percorsa. Quando Kevin Baird risponde alla mia chiamata, la sua voce tradisce un sorriso. È l’entusiasmo quieto di chi si prepara a tornare in viaggio per un tour mondiale che celebra i quindici anni – diventati ormai sedici – di un disco d’esordio dal successo planetario.

Suonare per intero Tourist History è un po’ come ripercorrere l’intera storia e l’origine dei Two Door Cinema Club. Una macchina del tempo per i fan ma anche per voi. Che effetto fa?
Kevin Baird: Organizzare questa cosa dell’anniversario ci ha dato la possibilità di riflettere sull’album molto più di quanto forse abbiamo fatto finora. Per noi Tourist History è un pezzo di musica di successo, certo, ma anche un frammento della nostra storia. Rappresenta la musica che facevamo prima del successo, quando non ci aspettavamo davvero di avere un grande pubblico. Rappresenta la semplicità e l’ingenuità che avevamo da adolescenti, e le cose che in quel momento avevamo davvero a cuore.

Eravate poco più che ventenni, con tutto l’entusiasmo degli inizi e uno scenario musicale completamente diverso da quello attuale.
Kevin Baird: È stato un periodo fantastico ma allo stesso tempo difficile per emergere. La situazione economica non era delle migliori, e in realtà non lo era neanche per la musica in generale. Non c’era lo streaming, pochi download e la pirateria era ovunque. Era dura per una band emergente. Però ricordo quel momento come pieno di speranza. Avevamo internet ed eravamo all’alba di Facebook, Twitter e cose del genere. Sembrava tutto possibile. Era incredibilmente potente poter entrare in contatto con qualcuno, che so, in Australia, come se non fosse mai successo prima al di fuori di un incontro faccia a faccia. Era un periodo pieno di speranza.

Se dovessi restituirmi un’istantanea del 2010 e di tutto quel periodo, che immagine ti viene in mente?
Kevin Baird: Direi semplicemente andare a Glastonbury e vedere tutte le nostre band preferite. Sembrava che l’intera line-up fosse fatta per lo più di musica chitarristica. E poi andare, che so, in America Latina o in Brasile e vedere lì gli Strokes, i Franz Ferdinand. È stato, non so se definirlo un periodo d’oro, ma sicuramente dopo è finita l’ubiquità della musica chitarristica nella cultura pop.

Dopo diverse sperimentazioni negli ultimi dischi, c’è un desiderio di ritorno alle origini anche nei prossimi progetti?
Kevin Baird: Penso che alla base di Tourist History ci sia la stessa intenzione che non abbiamo mai perso: fare musica che ti faccia muovere, qualcosa di divertente da suonare, che non si prenda troppo sul serio. Nel corso degli anni abbiamo avuto bisogno di trovare veicoli diversi per arrivarci. Nella nostra attuale fase di scrittura è anche bello cercare di tornare un po’ alle origini, ma penso semplicemente che sia impossibile. Non possiamo tornare ad avere diciotto anni, con tutta la vita davanti e senza gli stress e le insicurezze di oggi. E cercare di replicarlo sarebbe ingiusto per noi, ma anche per i fan. Tourist History può essere l’album preferito dei nostri fan, ma non credo debba avere per forza una seconda parte.

A quale band vi sentivate più affini agli esordi?
Kevin Baird: Quando lavoravamo a Tourist History ascoltavamo molto gli Strokes, i Foals, il primo disco dei Bloc Party e un sacco di band americane come i Broken Social Scene. In qualche modo stavamo anche scoprendo Daft Punk e Justice, quindi eravamo attratti dall’elettronica e iniziavamo a muoverci in quella direzione. E poi la scena irlandese locale ha avuto un grande impatto su di noi.

Guardando oggi, in quale band rivedresti un percorso simile al vostro?
Kevin Baird: Credo che band che fanno musica simile alla nostra oggi non stiano ricevendo grande attenzione. Immagino però ci siano dei parallelismi con i Kneecap, dato che vengono dalla nostra stessa zona. E sono probabilmente tra i primi artisti del nord dell’Irlanda ad aver ottenuto un successo commerciale globale.

Se la vostra forza fosse una sola canzone?
Kevin Baird: What You Know. Potremmo aver suonato il concerto peggiore della nostra vita, ma quando parte l’intro il pubblico impazzisce sempre. Ogni volta. E noi con loro.

I Two Door Cinema Club suoneranno in Italia in due date imperdibili il 21 luglio a Gardone Riviera e il 22 luglio al Roma Summer Fest.