L’Irlanda è ormai un’incredibile fucina di talenti, e dopo band come Fontaines D.C., Kneecap e The Murder Capital, i prossimi a brillare sembrano i Gurriers: quintetto di Dublino giovanissimo ma in rapida ascesa, passato in pochi anni dagli scantinati da duecento persone ai palchi dei grandi festival, fino a Glastonbury. Nobody’s Coming to Save You è il loro secondo disco. Un titolo che suona come una resa ma è in realtà una chiamata all’azione, nessuno si solleverà, se ognuno aspetta che lo faccia qualcun altro. Dan Hoff ePierce Callaghan ci hanno raccontato la genesi dell’album, prodotto da due eroi come Mark Bowen degli Idles e Loren Humphrey, e di cosa significhi ritrovarsi in studio a lavorare con persone che stimi e di cui sei fan. Una lunga conversazione su come sia cambiata la loro scrittura imparando a «lavorare platee enormi», quale differenza faccia, davvero, suonare per cento o per centomila persone, e perché il nuovo suono sia più ampio, stratificato e ambizioso del debutto, senza però tradire l’urgenza punk delle origini. Ma Nobody’s Coming to Save You è anche un disco profondamente politico, capace di tenere insieme lutto, rabbia e voglia di ballare. Così, tra una riflessione su Beckett e David Foster Wallace, abbiamo finito per parlare di governi e social media, della solidarietà tra irlandesi e palestinesi, e di un certo tipo di tecnologia che forse ci ucciderà tutti, se non reagiamo in tempo. Perché, di sicuro, nessuno verrà a salvarci…
Il vostro nuovo album, Nobody’s Coming to Save You, sta per uscire e siete in tour. Come state andando in questo momento come band?
Pierce Callaghan: Molto bene, davvero. Credo che siamo pronti per il prossimo capitolo, la fase successiva come band. È stato bellissimo lavorare alla scrittura e alla registrazione dell’album, ma adesso, nelle ultime settimane, abbiamo iniziato a inserire le canzoni nuove nella scaletta e a provarle, per vedere come funzionano dal vivo. Siamo tutti molto emozionati di far uscire il disco e vedere cosa succede.
Dan Hoff: È davvero emozionante, soprattutto perché adesso abbiamo un po’ di supporto con la PIAS (Play It Again Sam ndr.), la nostra etichetta. C’è l’opportunità di spingere le cose un po’ più avanti. La cosa principale è godercela il più possibile e, magari, farne il lavoro di una vita.
Vi ho visti a Glastonbury quest’estate di domenica mattina. Cosa significa per voi suonare al festival più grande del mondo?
Pierce Callaghan: È stato piuttosto emozionante, fantastico davvero. Era la mia quinta volta lì: c’ero stato quattro volte con i miei amici. È un festival enorme e storico, la sua importanza culturale continua a crescere, ci sono stati così tanti concerti famosi. E anche con la copertura televisiva che cresce, persino chi non è appassionato di musica conosce Glastonbury. Quindi arrivarci e suonare su uno dei palchi più grandi, come il Woodsies, è stato un onore incredibile.
Dan Hoff:
Anche per me, ed era la prima volta. Chiunque ami la musica, anche se vive completamente isolato dal mondo, sa cos’è Glastonbury: lo guardi tante volte in diretta sulla BBC, vedi così tante band e pensi “non ce la farò mai ad arrivare lì, è troppo lontano”. Ma esserci davvero è stato umiliante – nel senso positivo: ti fa sentire piccolo e grato – e ti tiene con i piedi per terra. Ed è stato bello incontrare persone con cui siamo diventati buoni amici, come le Lambrini Girls.
Pierce Callaghan: Abbiamo campeggiato tutti insieme. Non era programmato, ma siamo finiti uno accanto all’altro, quindi è stato divertente.
Dan Hoff: È stato davvero fantastico, ed è incredibile il posto: io sono riuscito a vedere solo il dieci per cento del festival.
Pierce Callaghan: A casa dei miei genitori, in cucina, ho appeso uno strofinaccio che ho comprato a Glastonbury, uno di quegli anni in cui li facevano, incorniciato in cucina. Così ogni giorno, quando sono a casa dai miei, vedo qualcosa che riguarda Glastonbury. Adesso è una specie di assurdo cerchio che si chiude. Ci tornerò e lo rifarò, ma aver spuntato quella casella è fantastico.
Siete passati da una sala da duecento posti a fare da spalla a Turnstile e Kneecap. Questo ha cambiato il vostro modo di comporre e scrivere musica?
Pierce Callaghan:
Ci ha sicuramente aiutato quando l’anno scorso abbiamo fatto da spalla ai Turnstile.
Dan Hoff:
Abbiamo suonato in sale più grandi, intorno ai mille posti a sera, e poi alla Brixton Academy, da cinquemila posti.
Pierce Callaghan: Quando fai un tour così, sera dopo sera, ti fa riflettere di più.
Dan Hoff:
Sì, e capisci anche come coinvolgere il pubblico quando c’è una grande distanza fisica fra il tuo palco e loro: come trasmettere la stessa energia che dai alle persone vicinissime, come fare in modo che quella distanza sembri ravvicinata. E pensi anche che, dato che le sale sono più grandi, le canzoni devono sposarsi con tutto questo.In pratica devi suonare pensando alle sale più grandi e aspettarti, dato che sei una band, di esserci tra un anno o due. Non vuoi suonare per sempre in scantinati da cento o duecento posti, non che siano brutti, ma vuoi anche evolverti.
Pierce Callaghan:
Fare da spalla ad altre band e suonare su palchi grandi non ti porta solo a guardarli ma ti fa riflettere: ogni volta che vedi su un grande palco band che fanno musica simile alla tua, ti fa considerare le loro canzoni e come funzionano davvero dal vivo. Guardare i Kneecap e i Turnstile, e anche le band prima e dopo di noi sui palchi più grandi dei festival dove abbiamo suonato, è davvero ispirante. Ricordo di aver visto i Prodigy a Glastonbury l’anno scorso e, anche se per certi versi siamo a un milione di chilometri da loro, il modo in cui il loro set sale e scende l’ho trovato interessante da analizzare. Perché il punto è che devi pensare al contesto in cui la canzone verrà ascoltata: non possiamo controllare come la gente ascolta il disco a casa, ma possiamo controllare le canzoni dal vivo. In uno scantinato da cento posti il suono rimbalza sulla parete in fondo e ti torna indietro in mezzo secondo; su un grande palco, in un concerto all’aperto o in un’arena, questo non succede, quindi ci devi pensare. Come fai ad avere lo stesso impatto, la stessa connessione e la stessa energia col pubblico, affrontando anche la scrittura in modo diverso? È una cosa molto interessante: finché non me l’hanno chiesto in un’intervista, non credo di averci riflettuto granché. Ma poi ci pensi, guardando indietro, e fai: “ah già, in effetti ha perfettamente senso”.
Dan Hoff:
È come se andassi a braccio, e poi ti rendi conto che tutto quello che fai è andare a braccio. Diventa quasi una necessità, un modo di sopravvivere in una band: devi evolverti, e non ti accorgi nemmeno che lo stai facendo.

E a proposito di evoluzione: ho sentito i due singoli del nuovo album, e le chitarre mi sembrano più stratificate, più intense, più shoegaze. Perché un suono più shoegaze rispetto al primo album, che è più diretto e violento?
Pierce Callaghan:
Penso che lo studio incida, ed è una cosa sfaccettata: collegandomi a quello che chiedevi prima sull’ambiente live, man mano che suoni su palchi e per pubblici più grandi inizi a considerare tutti gli aspetti delle canzoni. E questa volta abbiamo lavorato con due produttori e un grande ingegnere del suono, un team diverso dal primo disco.
Perché avete prodotto con Mark Bowen degli Idles e con Loren Humphrey, l’uomo dietro i Geese e Cameron Winter. Come si sono uniti il vostro lavoro e il loro in studio?
Dan Hoff:
Bowen mi ha mandato un messaggio dicendo: “Posso farvi io l’album?”. Io non ci potevo credere.
Pierce Callaghan:
Chi capisce quello che facciamo più di Mark? È incredibile, la sua cultura musicale è sterminata. E Loren è un genio: ha fatto da ingegnere del suono per James Ford per anni, gli ultimi due dischi degli Arctic Monkeys, ci ha lavorato lui, e di recente è passato dal nostro disco a quello dei War Child registrato ad Abbey Road, quello con sopra i Fontaines D.C., i Pulp e tutte quelle band. E poi c’era Chris Fullard come ingegnere: ha lavorato con i Crawlers, gli Idles… praticamente con tutti loro.
Dan Hoff:
È fantastico. Una delle mie idee principali era far fare il disco a Mark degli Idles, ma senza che suonasse come loro.
Pierce Callaghan:
Esatto, perché loro capiscono tutta l’idea di evoluzione, ma anche di elevazione: ampliare tutto e portarlo più in alto. Il primo disco secondo me è fantastico, ma qui, a differenza di canzoni come Top Of The Bill, la scrittura è più espansiva e più grande: percepisci davvero cosa sta arrivando. La parte punk del primo disco è ancora pazzesca, ma questo si sente più grande e più evoluto…
Dan Hoff:
Ma ancora pungente.
Pierce Callaghan:
Sì, al cento per cento. Non abbiamo ancora del tutto tradito le nostre radici.
E a proposito della differenza tra i due album: il primo si chiama Come And See, è come un invito. Il secondo è Nobody’s Coming to Save You (“Nessuno verrà a salvarti”), una dichiarazione netta e cruda. C’è un percorso politico ed emotivo preciso dietro questo cambiamento?
Dan Hoff:
Il titolo è arrivato per lo più da Mark: adorava l’idea di Nobody’s Coming to Save You. L’avevamo sentita da qualche parte e lui voleva farne il titolo ancora prima che scrivessimo una sola canzone nuova. Ma ha tantissimi significati: nessuno ti salverà, sei tu a dover prendere quella chitarra, nessuno ti insegnerà a dipingere quel quadro. Per me però è anche questa deriva del mondo di oggi: come veniamo trattati dai nostri governi, e dai social media, e da tutti questi “tech bros” che stanno prendendo il controllo. Se ci limitiamo a lamentarci senza fare niente, non succederà niente. Quindi dobbiamo ribellarci e unirci. So che sembro un hippie, ma è così.
E citate Dan Savage: “Seppelliamo i nostri amici la mattina/Protestiamo il pomeriggio e balliamo tutta la notte”. Mi sembra che dia il tono a tutto l’album. Come fate a tenere insieme lutto, rabbia e celebrazione lungo tutte le tracce?
Dan Hoff: È interessante, perché quella citazione mi ha colpito molto: è un po’ la vita. Attraversiamo il lutto, ma dobbiamo anche andare avanti. È come a un funerale irlandese: qualcuno è morto, è molto triste, e dopo vanno tutti al pub, bevono, mangiano panini, ridono, scherzano e fanno “the craic” (allegria, in slang irlandese ndr).
Pierce Callaghan:
E c’è anche un altro aspetto: i funerali irlandesi hanno tempi rapidissimi. Quando qualcuno muore, il funerale è di solito tre giorni dopo, quattro al massimo. Questo aggiunge proprio quella sensazione di dover continuare a spingere costantemente.
Dan Hoff: Ma quella citazione è anche così netta ed emotiva perché, nel suo contesto, è davvero triste. Ed è proprio così che suona l’album: c’è tanta emozione, tanta rabbia, ma la musica è anche divertente e ballabile, per me è una boccata d’aria fresca. Quella citazione mi piace davvero.
Hai detto che sembra molto più personale, ma il personale è anche politico, perché tutto è una reazione al sistema. Quando scrivi, dove sta il confine tra parlare del mondo e parlare di te stesso?
Dan Hoff:
Torna al fatto che tutto è politico: chi ami, cosa indossi, con chi esci, dove vai. Per certe canzoni, Party Lines, per esempio, è molto politica, contro l’ipocrisia dei governi che aiutano i Paesi del Sud globale ma allo stesso tempo gli sganciano bombe addosso, c’è la mia rabbia vera, ed è lì che diventa personale.
Pierce Callaghan:
In alcune canzoni l’aspetto più personale è proprio quello che hai accennato: è una reazione alle cose, è come ti fanno sentire, senza essere una canzone apertamente politica. È più una questione di causa ed effetto.
Dan Hoff:
Sì, non voglio mai essere un megafono che dice alla gente cosa fare: è più un’analisi interiore. Come quando scrivi una canzone su qualcosa che ami, sono le tue emozioni, le sensazioni che ti dà leggere le notizie e tutto quello che consumiamo ogni giorno.
C’è una forte sensibilità letteraria nelle vostre letture: avete molte citazioni da scrittori e filosofi. Gli scrittori ti influenzano allo stesso modo dei musicisti?
Dan Hoff: Oh sì, prendo qualcosa da tutto. Abbiamo canzoni il cui titolo l’ho trovato in un museo d’arte: ho visto il titolo di un’opera e ho pensato “è perfetto”. Un’altra, Nothing Happens Twice, viene dalla recensione di un’opera teatrale di Samuel Beckett. Devi trovare la tua ispirazione, ed è bello non cercarla solo nella musica, anche perché non suono davvero strumenti, sto solo imparando la chitarra. Il rovescio della medaglia è che quando leggo un libro cerco sempre ispirazione e non riesco a godermelo: è più una caccia al tesoro che una lettura.
In Come And See parli di moderatori di contenuti sottopagati, di dopamina somministrata a gocce agli utenti, di gente sovrastimolata. Io sono un grande fan di David Foster Wallace, di Infinite Jest: in quarta di copertina c’è scritta una cosa simile, immagina un mondo futuro in cui sei talmente stimolato dal contenuto che ne muori. Pensi che il futuro, con l’IA generativa che rende così facile produrre contenuti scadenti, finirà per distruggere il nostro futuro e i nostri cuori?
Pierce Callaghan:
Credo che, proprio per la paura di questo, anche se “paura” forse non è la parola giusta, per la realtà concreta che potrebbe diventare, si stia iniziando a vedere le ruote girare verso una specie di movimento anti-tecnologia. Si vede gente fare passi indietro anche su cose basilari: tutti hanno lo smartphone, ma le vendite di cose come gli iPod Shuffle… Sai che sono esplose?
Sì… ne ho comprato uno due settimane fa.
Pierce Callaghan:
Alle stelle, in tutto il mondo. Per me indica una cosa molto basilare: è la prima volta nella storia che la gente fa un passo indietro nel progresso tecnologico, in termini di uso personale. Penso sia una reazione diretta al fatto che ora le persone capiscono che essere costantemente sommersi da tutto, in ogni momento, è una cosa pessima che ti logora mentalmente. Non credo che la gente capirà quanto fa male il telefono prima di molti anni. Anche le cuffie col filo, tornate popolarissime, non sono solo moda: sono un segno che la gente sta facendo quel passo indietro. Spero sia un trend che continui. Per dire, uno dei ragazzi con cui ho vissuto l’ultimo anno a Dublino aveva un telefono a conchiglia di quelli più nuovi: ci ha ancora WhatsApp, ma niente fotocamera, niente app, solo chiamate e messaggi. Diceva che è la cosa migliore che abbia mai fatto: si sente liberato, molto meno ansioso e intossicato.
Dan Hoff:
È una dipendenza, è dopamina nella tua mente. E le persone che gestiscono queste aziende, Facebook, o come cazzo si chiama, Meta adesso, lo sanno benissimo. Sanno come tenere tutti agganciati: ecco perché alla gente piace il contenuto negativo, l’odio, i video raccapriccianti. Anni fa dovevi andare a cercarteli apposta online, oppure qualcuno te li mandava sul telefono; adesso apri Instagram o Facebook e c’è il video di qualcuno a cui sparano dall’altra parte del mondo. I nostri cervelli non sono fatti per vedere quella roba.
Pierce Callaghan:
Un mio amico mi ha raccontato di recente una storia. Il padre del miglior amico di suo padre ha ben oltre novant’anni, è sveglio solo quattro o cinque ore al giorno e dorme il resto del tempo. Negli ultimi mesi della sua vita, in pratica, quello che fa tutto il giorno è guardare in salotto video generati dall’IA di Gesù che gli parla, su YouTube. Il mio amico era lì in visita, perché quell’uomo ora vive col figlio che si prende cura di lui, e lui se ne sta seduto a guardare questi video di Dio e Gesù, roba IA, completa assurdità, che parlano a quest’uomo anziano e fragile negli ultimi momenti della sua vita, dicendo cose tipo “presto sarai con me, figlio mio, hai servito il tuo tempo”.
Volevo parlare del vostro nome, Gurriers, e del fatto che, come hanno fatto i Kneecap con la parola Fenian, vi siete riappropiati di una parola dispreggiativa ed ora ne fate un vanto.
Dan Hoff: Non l’avevo mai pensata così. Quando ci siamo chiamati Gurriers pensavamo che la gente l’avrebbe trovato un nome un po’ strano, che li avrebbe lasciati incerti; ma ora, con come stanno andando le cose con gli irlandesi, tutti ci guardano.

E sono colpito dal fatto che Fontaines D.C., The Murder Capital e Kneecap prendono sempre posizione per la Palestina. Cosa rende il popolo irlandese così in sintonia con quello palestinese? È una questione legata alla carestia, ai Troubles?
Pierce Callaghan:
Penso che gli irlandesi abbiano una comprensione profondamente radicata e una vicinanza purtroppo familiare all’oppressione. L’idea di solidarietà è sempre stata importante per noi.
Dan Hoff:
Il Paese è ancora occupato. Siamo ancora allineati con molte delle stesse cose che accadono in Palestina; anche se per noi è il passato dei nostri antenati, lo sentiamo. Non c’è odio verso i britannici, ma c’è sempre quella battuta: “Ah, Cristo, ecco gli inglesi di nuovo”. E però non sarebbe così se non ci aveste saccheggiato. Ecco come nasce.
Pierce Callaghan:
In fondo, credo sia questo: non conosco bene il clima qui in Italia, ma in Spagna, in linea di massima, la gente è largamente pro-Palestina, e lo stesso in Irlanda, Paesi con questo tipo di consapevolezza e una storia purtroppo segnata dall’essere stati oppressi e colonizzati. Ci siamo ritirati dal South by Southwest nel 2024: parte del testo che ho letto sul palco con le altre band parlava del movimento di boicottaggio dei beni dell’apartheid sudafricano, negli anni Ottanta, nato proprio in Irlanda. C’è una lunga storia di solidarietà da noi, ed è molto importante.
Dan Hoff:
Vedi i paralleli e la correlazione, è inevitabile.
Pierce Callaghan:
Ed è proprio quello, ma non è che ci proviamo a forzare la cosa. Io ho ventinove anni, sono molto fortunato a non aver mai vissuto i Troubles. Sono cresciuto proprio sul confine, tutta la mia famiglia viene da una parte occupata dell’Irlanda, quindi sento le loro storie: abbiamo empatia e solidarietà, ma siamo fortunati a non avere lo stesso livello di comprensione di cosa significhi essere pienamente oppressi come lo sono loro in Palestina adesso. È impensabile: fai fatica anche solo a concepirlo. È così estremo.
Dan Hoff: È un bel modo di chiudere il discorso, no? Nessuno verrà a salvarti…
Come volete che siano i Gurriers tra due, tre, quattro, dieci anni?
Pierce Callaghan:
Vogliamo essere una delle band più importanti del mondo (ride ndr.), non solo musicalmente, ma per quello che diciamo, per quello che rappresentiamo e per ciò che produciamo a tutto tondo.
Dan Hoff:
E continuare a divertirci.
Pierce Callaghan:
Sì, godercela, col sorriso sulla faccia.
Dan Hoff: E avere ciascuno il proprio pullman da tour (ride ndr.)
Pierce Callaghan:
Quello non ce lo possiamo ancora permettere.