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Placebo, l’ultima grande libertà del rock

I Placebo raccontano libertà, identità e quella necessità ancora attuale di trovare un posto fuori dagli schemi. «Era quel senso di tutto è possibile che ci ha uniti e ha informato il primo album», dicono

C’è una scena che viene in mente parlando con i Placebo nel 2026, trent’anni dopo il debutto della band. È una scena che non esiste, che nessuno ha filmato, ma che si ricostruisce credibilmente tra le tracce di una chiacchierata e la memoria di un’adolescenza: Londra, metà anni Novanta, britpop ovunque, ragazzi che salgono su un palco uscendo direttamente dal pub. Il lad rock domina, trasformato in identità collettiva, la mascolinità è uniforme, il nazionalismo culturale si celebra con la Union Jack stampata su tutto. E poi ci sono loro, stranieri in una città che si racconta come capitale del mondo, outsider per definizione, con il trucco sugli occhi e un insopprimibile desiderio di libertà. Il 19 giugno 2026 è uscito Placebo RE:CREATED, una rielaborazione dell’album di debutto lavorata direttamente sui nastri originali da Brian Molko e Rob Kirwan, con il mix di Adam Noble. Tutti e dieci i brani originali più due bonus track. Da Nancy Boy a 36 Degrees, da Lady of the Flowers a Bruise Pristine, il cui singolo nella nuova versione ha lanciato l’operazione. Lo stesso nastro di allora, ma più pesante, più ampio, più duro, per usare le parole degli stessi Placebo: «Volevamo portare il primo album nel presente. Come se lo avessimo registrato oggi». Più che una ristampa o una celebrazione, un atto di riconciliazione con sé stessi, con quello che erano, con quello che non avevano ancora finito di dire. Per capire cosa significhi davvero questo ritorno, bisogna capire da dove venivano. E perché il loro segnale veniva captato allora da tanti di noi, e va captato ancora oggi.

In una conformazione che è mutata nel tempo, il nucleo dei Placebo è da sempre formato da Brian Molko, voce e chitarra, e Stefan Olsdal, chitarra e basso. Il primo è americano-belga, il secondo è svedese. Cresciuti in Lussemburgo dove avevano frequentato la stessa scuola internazionale senza incontrarsi, si ritrovano a Londra. A muoverli era una risposta alle frustrazioni dell’adolescenza. «Quando stavamo iniziando e il britpop stava esplodendo, quella cultura del lad non ci apparteneva», racconta Olsdal. «Non ci riconoscevamo in quello. Quindi abbiamo preso gli elementi di ciò che eravamo e di quello che volevamo sentire, e abbiamo costruito la nostra identità partendo da lì». E questo, paradossalmente, li aveva liberati al di là della necessità di seguire una tendenza o del bisogno di appartenere a qualcosa. Tengono però a precisare che non si trattava di un gesto calcolato. «Non c’era un’agenda. Volevamo solo fare questa musica ed esprimerci nel modo in cui sentivamo il mondo». Come accennato, la Londra dei Placebo non era tanto quella dei Camden Crawl e di un ottimismo muscolare e strafottente dal mento alzato. Era una Londra più notturna, più ambigua, più radicata nella tradizione del glam e del post-punk. Accanto alla dissonanza del grunge americano, c’erano i Roxy Music o Iggy Pop, più che gli Oasis. «Londra ci ha dato uno spazio per trovare noi stessi», dice Olsdal. «Una libertà che solo una grande città può darti: quella di non sentirti strano, di non sentirti sbagliato per quello che eri. A Londra non importava. Potevi essere chiunque volessi. E se sei un musicista, ogni sera puoi andare a vedere una band straordinaria, o vivere esperienze nell’arte, nel teatro. Era quel senso di tutto è possibile che ci ha uniti, sia me che Brian, e ha informato il primo album».

In autunno il tour del trentennale, già sold-out, attraverserà l’Europa. Un successo che parla di vecchi fan, ma anche di un’attenzione che investe le nuove generazioni. «Penso che i ragazzi che crescono oggi siano meno portati a identificarsi attraverso la musica che ascoltano», dicono. «Potrebbero essere fan del metal, ma anche ascoltare i Deftones, Lady Gaga o Bruno Mars, tutto insieme, senza avere la sensazione di dover appartenere a qualcosa. È un grande cambiamento. E mi piace. Perché limitarsi a un solo tipo di musica? È una nuova libertà». Eppure, parlando del presente, descrivono involontariamente anche ciò che il rock è stato per decenni. Per gran parte del Novecento ha funzionato non solo come genere musicale, ma come dispositivo identitario: oltre alle canzoni, offriva modi di stare al mondo. Dai movimenti di Elvis censurati in televisione all’androginia di Bowie, fino al goth, al grunge e al britpop, ogni rivolo del rock ha costruito estetiche riconoscibili fatte di corpi, vestiti, pose, desideri. Concerti, videoclip, negozi di dischi, camerette diventavano spazi di riconoscimento collettivo. Insieme all’ascolto di una band, imparavi a leggere te stesso attraverso quella band. Nel 1998 esce Velvet Goldmine, il film di Todd Haynes che racconta il glam rock dei primi anni Settanta attraverso la parabola della fittizia popstar bisessuale Brian Slade. Nel film, in cui compaiono anche i Placebo, c’è l’inquadratura di un ragazzo interpretato da un giovanissimo Christian Bale che guarda una band in lustrini suonare sul palco. Ha gli occhi spalancati di chi sta vedendo qualcosa che non riesce ancora a nominare. Gli stessi occhi, in qualche modo, che Brian Molko restituisce dallo schermo. «Io – confido alla band – mi sentivo un po’ come quel ragazzo quando vedevo per la prima volta i vostri video».

Struck, shocked. È difficile spiegare oggi cosa significasse per una parte di adolescenti europei imbattersi nei Placebo alla fine degli anni Novanta. Non tanto perché ci si riconoscesse in loro, spesso era vero il contrario. Molti dei ragazzi e delle ragazze che ne restavano colpiti conducevano vite decisamente ordinarie, introverse, strutturate almeno in apparenza. Vedere magnificamente incarnata quell’urgenza di fuga dai conformismi, dal disagio e dagli impacci della giovinezza aveva qualcosa di catartico. In una bella intervista alla BBC legata al documentario This Search For Meaning, Brian Molko racconta la fuga da un modello paterno fatto di ordine, aspettative e normalità prestabilita. Ed è forse lì che i Placebo toccavano qualcosa di profondo: non tanto o solo nel desiderio di imitare davvero una vita ribelle e autodistruttiva, ma nella sensazione improvvisa che esistessero alternative possibili. Che si potesse vivere anche fuori dal ruolo già assegnato. In altre parole, suggeriscono: music was our saviour. La musica come salvatrice. «La musica è un linguaggio straordinario. Ed è sempre stata qualcosa a cui aggrapparsi», spiega Olsdal. «Mi ci sono aggrappato per tutta la vita. Da adolescente, perché stavo attraversando molti cambiamenti, insicurezze, cercavo risposte. E poi durante tutto il percorso della band, attraverso i momenti bui, i problemi, le lacrime e il sangue. La musica era sempre lì. Se tutto il resto nella vita veniva meno, la musica sarebbe sempre stata lì». Vedere magnificamente incarnata quell’urgenza di fuga dai conformismi, dal disagio e dagli impacci della giovinezza aveva qualcosa di catartico. Nancy Boy, nella nuova versione, arriva ancora più a mitraglia, più serrata. Parla di un’umanità fluida e vorace, narcisistica e gioiosamente persa, che attraversa generi e ruoli senza chiedere permesso.

Teenage Angst è l’altra faccia: non il movimento ma la paralisi. Trapped in amber, petrified, intrappolato nell’ambra, conservato in una forma che non respira più. Bruise Pristine, il brano scelto insieme a Lady of the Flowers per lanciare RE:CREATED, porta il tema più in profondità: la vulnerabilità come condizione inevitabile.Born To Lose come quasi una dichiarazione di libertà. 36 Degrees chiude il cerchio sul tradimento e sull’introversione: happily bleeding, felicemente sanguinante. Due parole che bastano per raccontare il rifugio musicale di un’intera generazione e oltre. Il filo è sempre lo stesso: la sofferenza come struttura non eccezionale. Due facce della stessa moneta: l’eccesso come libertà, l’eccesso come prigione. Il commento più votato sotto il vecchio video di Nancy Boy su YouTube dice tutto quello che c’è da dire: “I remember watching this video with my friend and he said ‘that chick is so hot’ and I said ‘that chick’s name is Brian’”. È lo stesso shock di riconoscimento di Velvet Goldmine, ma senza giochi di rappresentazione e sovrapposizioni temporali. Solo due ragazzi davanti a uno schermo e qualcosa che non torna, e poi – invece – torna perfettamente.

L’intervista completa di Valentina Parasecolo ai Placebo la trovi sul numero cartaceo speciale di HEYJUDE, richiedi la tua copia gratuita.