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Venezia 82 premia Jim Jarmusch, ma dimentica Park Chan-wook

Alexander Payne si dimostra ancora una volta un alfiere del cinema statunitense indipendente premiando “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmusch, ma lascia inspiegabilmente in ombra Park Chan-wook e Guillermo Del Toro

Venezia 82 si è conclusa, decretando una serie di vittorie per molti versi inaspettate. Il prestigioso Leone d’oro è stato assegnato al regista di culto Jim Jarmusch, al lido con Father Mother Sister Brother, un’opera intima e decisamente meno folgorante rispetto ad altri lavori del regista. Il presidente della giuria, il regista Alexander Payne, si dimostra un alfiere del cinema statunitense indipendente, realizzato con mezzi limitati rispetto agli sfarzi hollywoodiani: non solo il Leone d’oro, ma anche il Leone d’argento alla regia conferma questo orientamento da parte della giuria. Il premio è andato infatti a The Smashing Machine di Benny Safdie, un film che, rispetto a rivali quali No Other Choice di Park Chan-wook o Frankenstein di Guilermo Del Toro, risulta decisamente modesto.

The Voice of Hind Rajab, dato per favorito, si “accontenta” del Leone d’argento – Gran premio della giuria. Ricostruzione di un tragico episodio del genocidio in atto a Gaza, The Voice of Hind Rajab non ha solo un fortissimo valore politico, ma conferma il talento strettamente cinematografico della regista Kaouther Ben Hania: assegnare il secondo premio a un film di questo tipo, data la situazione attuale, non può che apparire una mossa democristiana, che consente alla giuria di “pulirsi la coscienza” senza avere il coraggio di assegnare un Leone d’oro dall’effettivo valore politico. Rinunciare a premiare The Voice of Hind Rajab avrebbe avuto un altro significato se, a vincere l’ambito primo premio, fosse stato un film altrettanto se non più meritevole – oltre ai già citati Park Chan-wook e Guillermo Del Toro, hanno lasciato il segno La grazia di Paolo Sorrentino, Il mago del Cremlino di Olivier Assayas e Lo straniero di Francois Ozon.

Ancora più incomprensibile appare il Premio speciale della giuria assegnato a Gianfranco Rosi, in concorso con il documentario Sotto le nuvole. Ha destato perplessità anche il premio alla sceneggiatura, vinto da Valerie Donzelli e da Gilles Marchand per À pied d’œuvre.  Decisamente più condivisibili sono stati i riconoscimenti andati agli attori. Il premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente è stato assegnato a Luna Wedler, tra i protagonisti di Silent Friend, uno dei film più interessanti e sorprendenti del festival. Toni Servillo, alla sua settima collaborazione con Sorrentino, si aggiudica invece la sua prima Coppa Volpi. Il premio all’attore partenopeo è forse l’unico riconoscimento incontestabile dato dalla giuria di Payne: l’interpretazione di Servillo, che dà vita a un fittizio Presidente della Repubblica, è senz’altro una delle migliori dell’attore. Ottima anche l’interpretazione di Dwayne Johnson in The Smashing Machine, ma era prevedibile che la giuria non avrebbe voluto assegnare il prestigioso premio a The Rock. 

La Coppa Volpi alla miglior interprete femminile è andata a Xin Zhilei, protagonista del film cinese Il sole sorge su tutti noi. L’attrice, per quanto brava, non regala particolare carattere a un film buono ma dimenticabile, di nuovo in sottotono rispetto ai rivali in concorso. La miglior interpretazione femminile è stata probabilmente quella di Emma Stone, protagonista di Bugonia, ma anche Emily Blunt, controparte di Johnson in The Smashing Machine, sarebbe stata una scelta interessante. La giuria di Alexander Payne, tra scelte troppo sicure e altre semplicemente incomprensibili, ha assegnato premi che non rispecchiano minimamente il valore dei film in concorso: No Other Choice di Park chan-wook, il grande sconfitto della serata, è infatti solo uno degli ottimi film che hanno animato il lido nelle ultime due settimane. 

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