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The Zen Circus – Ieri, oggi, domani

Dopo venticinque anni di musica, gli Zen Circus tornano con un disco che non consola ma interroga. «Stare bene da soli è fondamentale. Questo disco è figlio di tantissima solitudine», dicono

Ci sono dischi che arrivano per farsi ascoltare, ed altri che arrivano per mettere chi ascolta davanti a uno specchio (e non allo schermo di uno smartphone). Il Male, il nuovo album degli Zen Circus appartiene alla seconda categoria. Undici tracce che non cercano consolazione né catarsi, ma un confronto diretto con ciò che spesso rifuggiamo: la nostra parte oscura, quella che la società digitale ci impone di nascondere dietro immagini levigate, risposte immediate e sentimenti semplificati. Dopo venticinque anni di carriera e una storia fatta di palco, pubblico affezionato e verità incondizionata, gli Zen Circus tornano con un lavoro che sembra echeggiare: il dolore non si evita, si ascolta. Ne abbiamo parlato con Andrea Appino. E parlare con Andrea Appino ha fatto sì – non che avessi dubbi – che imparassi un po’ di cose nuove: che un gatto può essere il deus ex machina mentre si sogna una canzone; che il tempo che un artista, anzi, un artigiano della musica come ama definirsi lui, ti dedica pur sapendo che è appena arrivata la nuova chitarra e potrebbe andare a ritirarla, è ancora più prezioso; e che Il Male può rivelarsi una lente attraverso cui guardare il mondo. È il riconoscimento che il buio non è l’opposto della luce, ma la sua condizione di possibilità.

In tredici album all’attivo, avete attraversato tanti temi: dalla rabbia alla provincia, dall’amore alla disillusione. Nel nuovo disco affrontate invece qualcosa di universale ma anche di profondamente intimo. Qual è stato il vostro lanternino per orientarvi in questa oscurità e cosa avete visto lì dentro?
Oh mamma, quanto tempo…tredici album, non ricordarmelo (ride ndr.). In realtà, per Il Male non c’è stato bisogno di andare molto lontano o in profondità. È stato sufficiente guardarsi dentro. E intorno, soprattutto negli ultimi anni, da quando internet non è più quella cosa che a Pisa chiamiamo “ruzzino”. Internet, per la mia generazione, è stato qualcosa di nuovo e gigantesco che, quando si diffuse, ci permise di scoprire, conoscere, evadere in qualità di alternativa al mondo patinato e obbligatoriamente felice degli anni Ottanta. Poi è diventato un surrogato, se non un marchingegno ancora peggiore che annulla del tutto la componente del male. Dappertutto vediamo contenuti come “cinque modi per stare bene”, “la mia morning routine”, “fai soldi in un click”. Tutto si è tramutato in benessere forzato. E credo che sia molto più grave di sempre perché ora siamo noi stessi coloro che producono e che sono, contemporaneamente, i protagonisti di questa finzione.

E qui entrano in gioco gli Zen.
Esatto, da bravi Zen, nel nostro ruolo un po’ di rotture di coglioni con le canzoni – senza la presunzione di consolare o dare risposte – ci siamo detti: “Perché non facciamo un disco su questa cosa?”. In realtà non ce lo siamo detti, è semplicemente successo. Bastava accendere il telefono per assistere al male. Cosa ci abbiamo capito? Nulla. Ma non è il nostro ruolo capire: semmai sarà compito di chi ascolta farsi delle domande e arrivare alle proprie conclusioni.

A proposito dell’origine dei brani, in Meglio di niente canti “Questa canzone l’ho sognata Come McCartney e Yesterday”. È successo davvero?
È la prima volta che mi succede. Ho sempre sognato di sognare una canzone, ma non c’ero mai riuscito. Questa volta sì, e la cosa assurda è questa: nel sogno la stavamo suonando in uno studio televisivo… una volta uscito il disco, il primo posto dove l’abbiamo suonata è stato davvero uno studio televisivo. Devo ringraziare il mio gatto Braulio: di solito non lo fa, ma quella volta mi ha svegliato saltando sul letto perché aveva fame, proprio mentre nel sogno stavo suonando Meglio di niente. Così mi sono alzato e ho preso la chitarra in mano. 

Oltre al tema del male, ascoltando l’album emerge fortemente anche quello del tempo: come tempo storico in Novecento, come ricordo in Un milione di anni, come presente in Adesso e qui e anche come tempo ciclico che accomuna generazioni differenti, come in Vecchie Troie.

Si può dire che il tempo sia il co-protagonista del disco?
Il tempo è sempre stato protagonista dei brani degli Zen, anche quando avevamo vent’anni. Ed è anche è la moneta più preziosa che esista, per questo continua ad affascinarmi come autore di testi. Mi viene in mente una vignetta di Peanuts, con Charlie Brown che dice: “Abbiamo sei anni e viviamo già nel passato”. Mi ci identifico da sempre. Per farti capire, ricordo che appena diciottenne provai nostalgia per una vacanza epica che feci con gli amici soltanto un anno prima. Raccontavo aneddoti e episodi come se fossero lontanissimi a livello cronologico. E ancora più da bambino, guardando le foto dei miei genitori ventenni, provavo nostalgia per un tempo che non avevo mai vissuto. In Portogallo ho scoperto che a questa sensazione corrisponde il termine “saudade”: non si traduce con “tristezza” ma è più la nostalgia di qualcosa che non hai mai vissuto. Forse è questa l’accezione del tempo nelle nostre canzoni.

Nel disco, Il Male emerge anche come necessità dell’era contemporanea di essere sempre visti, visibili e iperconnessi. Nell’immaginario collettivo, invece, gli artisti sono anche quelle figure che hanno bisogno di solitudine e riflessione “silenziosa” per creare, elaborare e trasformare emozioni, vissuti, esperienze in forme d’arte. Da questo punto di vista, come si può essere artisti oggi?
Intanto, per essere chiari, non mi sono mai sentito troppo a mio agio con la definizione di artista. Accetto che altri la usino, ma preferisco artigiano della musica. Detto questo, sì, si può essere soli se lo si vuole. Questo disco è figlio di tantissima solitudine. Stare bene da soli è fondamentale, sebbene sia un concetto che ho capito col tempo. Poi certo, esistono quelli che chiamo i “bagni di umanità”, come i tour o le occasioni di contatto che si creano con il pubblico durante la promozione dei dischi: sono necessari, belli e sentiti perché siamo animali sociali. Tuttavia, nel 2023, dopo l’ultimo concerto a Brescia, abbiamo percepito l’urgenza di allontanarci, di prenderci una pausa dai social e siamo tornati semplicemente un gruppo di amici con un appuntamento in sala prove. È stato bellissimo. Ci ha fatto riscoprire il piacere di suonare senza pensare a niente di superfluo o accessorio. Suonare quello che sentivamo, come lo sentivamo. Quella dimensione di isolamento creativo è essenziale.

Ecco, a proposito di sala prove e di suoni. In termini di produzione, Il Male suona molto diretto e asciutto pur avendo notato delle aperture armoniche che rendono il risultato finale meno “claustrofobico”, considerato anche il tema centrale. Come sono andate le sessioni di registrazione?
La sintetizzo così: tre musicisti che entrano in studio e registrano quello che hanno sperimentato in sala prove – che poi corrisponde anche con il mio studio. Di dischi imbellettati e molto prodotti ne abbiamo fatti e ci son piaciuti. Ma questo doveva essere imperfetto. È forse l’album con meno sovraincisioni che abbiamo mai pubblicato. Per alcuni passaggi con le chitarre abbiamo chiamato il Maestro Pellegrini ma per il resto non c’è nulla di troppo intonato o ritoccato. Devo dire che riascoltandolo ho notato dopo quell’aspetto che dici tu sulle aperture armoniche e sui crescendo, soprattutto alla fine delle canzoni quando entrano degli strumenti che prima non c’erano. Anche quello è stato uno sviluppo spontaneo, un po’ un puntino di luce nel buio.

Che ruolo ha la tavola Malefico presente di Enzo Sferra nel completare l’universo visivo e concettuale de Il Male?
Quando ci siamo resi conto che il disco si sarebbe chiamato Il Male, il collegamento con l’omonima rivista satirica (nata nel 1978 ndr.) è stato immediato. Era inevitabile pensare a quella testata leggendaria, con Pazienza, Liberatore e tutto il gruppo di geni che gravitavano lì attorno e che ci ispiravano quando eravamo ragazzini. C’erano copie giravano nelle nostre stanze, ci facevano ridere, pensare, e ci aprivano la mente. Attraverso un amico che conosce alcuni dei collaboratori originali, siamo riusciti a contattare Enzo Sferra, una delle firme storiche della rivista, ed ecco il perché della tavola Malefico presente. È come se – in qualche modo – fosse un nuovo numero de Il Male, ma aggiornato a oggi. È un omaggio ed un regalo, prima di tutto a noi stessi, ma anche a chi ha amato quel modo libero di fare cultura.

Nell’elenco delle città in cui suonerete compaiono diversi locali storici, ma in Italia la musica dal vivo fatica sempre più a trovare spazi, e molti di quei luoghi simbolo non esistono più. Quanto questa situazione ha influenzato la preparazione del tour?
Tocchi un argomento sentitissimo e infinito. Spesso sento dire che i giovani musicisti di oggi non hanno voglia di fare gavetta. Ma la verità è che mancano proprio i luoghi dove farla. Ai nostri tempi c’erano decine di locali in cui non andavi per “vedere quel concerto”, ma come luoghi di aggregazione, perché sapevi che avresti trovato buona musica. Magari band sconosciute riuscivano ad avere tour da cento date l’anno perché esisteva davvero la possibilità a livello di spazi e pubblico. Oggi tutto questo è sparito, soprattutto in provincia.

Quanto ti manca come dimensione?
Tantissimo. Non biasimo i giovani, anzi non capisco quelli della mia generazione che dicono “eh, noi sì che abbiamo fatto esperienza del palco”. E come fanno i ragazzi se i palchi non ci sono? Alla fine, se oggi una band spacca subito su internet, non è mica un reato. L’importante è capire che il successo non è solo riempire uno stadio: è anche suonare vent’anni e riempire un club per venti volte consecutive, creando una connessione vera con chi ti ascolta.

C’è un artista fra le nuove proposte che secondo te riesce a sfuggire “al male”?
Tra le nuove leve invece ti dico Lamante: mi piace tantissimo, scrive benissimo, e sono curioso di sentire cosa farà col nuovo disco. Ne sentiremo parlare per un bel po’. In generale, mi emoziona qualsiasi cosa che comunichi davvero, che sia fatta con una chitarra, un laptop o l’autotune. Non è questione di genere, ma di autenticità.

E chi è riuscito a farlo tra i più navigati?
Tra i più navigati ti dico senza alcun dubbio I Tre Allegri Ragazzi Morti. Sono amici fraterni e grandi artisti. Li ammiro profondamente e sono stati sempre di grande ispirazione perché hanno mantenuto un’indipendenza e una coerenza incredibili, dal giorno zero.

L’album si chiude con un verso emblematico: Il male siamo noi. Nel disco, però, appare anche un’espressione che mi ha colpito molto, ovvero “schegge di umanità”. Ne Il Male odierno, dove possiamo ancora intercettarle?
Il male siamo noi non è una condanna o una resa. È un’accettazione. Dentro di noi, come essere umani, c’è tutto: il bello, il bene, il brutto, il male. È il “bene artificiale” che forse è il vero male. Se accettiamo anche le nostre parti più fragili, anche quelle peggiori, la nostra umanità si amplia. Mi fa paura l’assunto assoluto del tutto bene sempre. Ogni mattina, quando ci svegliamo, per un verso facciamo cose che fanno anche schifo, per l’altro siamo meravigliosi. È questo che cerchiamo di veicolare: non è un “facciamo schifo e va bene così”, ma un “accettiamoci, accogliamoci per intero”. È quella la traiettoria della scheggia di umanità.