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Guido Harari porta in mostra David Bowie, Bob Dylan e Patti Smith a Vicenza

Cinquant’anni di Guido Harari in mostra a Vicenza fino al 26 luglio, con ritratti di David Bowie, Bob Dylan, Fabrizio De André, Patti Smith, Lou Reed e molti altri protagonisti della musica e della cultura contemporanea

Ci sono una miriade di qualità rare disseminate nelle fotografie di Guido Harari, ma di certo una delle più lucenti è che sembrano ascoltare, sfuggendo al paradigma della mera cattura e osservazione del reale. Ascoltare, dunque. È forse questa la chiave più autentica di Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti, la grande mostra – aperta fino al prossimo 26 luglio – che la Basilica Palladiana di Vicenza dedica a uno dei fotografi più capaci di trasformare il ritratto in una forma di relazione umana. Conosciamo tutti la compulsività dei nostri giorni in cui un’istantanea consuma tutto nel giro di pochi secondi, ma Harari, in risposta, continua a lavorare sul tempo lungo dell’attenzione. Le sue fotografie cercano la rivelazione. Anche quando davanti all’obiettivo passano figure diventate mitologia contemporanea come David Bowie, Bob Dylan, Fabrizio De André, Patti Smith o Lou Reed ciò che emerge è la fragile intensità della persona. La mostra vicentina, con oltre trecento fotografie, installazioni e materiali d’archivio, attraversa cinquant’anni di cultura visiva e musicale senza mai assumere il tono celebrativo della retrospettiva monumentale. Piuttosto, costruisce una geografia emotiva di incontri.

Guido Harari scardina la distanza. Porta il soggetto fuori dalla posa, dentro una dimensione quasi disarmata, dove anche la celebrità torna a essere corpo, sguardo ed esitazione. Non è un caso che la musica attraversi tutto il suo lavoro come una grammatica invisibile. Il jazz, soprattutto, sembra abitare il metodo stesso di Harari: improvvisazione e rigore, libertà e ascolto reciproco. Ogni ritratto appare come una sessione costruita sull’imprevisto, sul momento in cui l’altro, spesso d’improvviso, smette di interpretare sé stesso. In questo senso la sua fotografia è profondamente anti-narcisistica. Anche la Caverna Magica, lo spazio in cui il pubblico potrà farsi ritrarre contribuendo alla mostra diffusa Occhi di Vicenza, contiene qualcosa di più di una semplice esperienza partecipativa. È piuttosto una dichiarazione poetica. «Nella Caverna si torna umani», dice Harari. Ed è probabilmente questo il centro del suo lavoro: restituire umanità all’immagine. Dentro la Basilica Palladiana, le sue fotografie finiscono così per dialogare con il silenzio dello spazio monumentale. E ricordano che un ritratto, quando davvero coglie nel segno, più che parlare del suo autore, racconta l’altro, il soggetto, attraverso un diverso modo di guardare.