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“Ready Player One” vuole essere il film cult di questa generazione

Negli ultimi anni, la vastità di operazioni nostalgia relative agli eighties sta macinando in continuazione consensi e successo di pubblico, puntando tutto sulla rievocazione di immagini care a chi ha vissuto quel decennio o chi ha avuto l’occasione di rapportarsi con il suo immaginario collettivo. La sensazione che si prova nel rivedere figure che, consapevolmente o meno, hanno segnato il proprio percorso di crescita personale o, più semplicemente, hanno rappresentato per molti un primo avvicinamento alla cultura popolare, è sempre piacevole. Tuttavia queste divinità (perché il culto degli anni Ottanta è similare ad un culto religioso) risultano simili a freddi e distaccati ologrammi, figurine incollate malamente sul (piccolo o grande) schermo che, mentre sui giovani dimostrano di avere una grandissima presa, agli ex giovani fanno rimpiangere i capolavori dai quali questa nuova gamma di prodotti d’intrattenimento attinge a piene mani. Ready Player One è la classica, se così si può definire, eccezione che conferma la regola, riuscendo a trascendere la mera operazione nostalgia, regalando finalmente al pubblico il primo vero prodotto ispirato alla logica di quel decennio che non citeremo mai abbastanza.

Lo spettatore, quindi, si ritrova a seguire il punto di vista del giovane Wade Watts, il cui nome, come egli stesso fa notare, ricorda un’identità segreta da supereroe proprio per aiutare il pubblico nell’immedesimarsi completamente nel personaggio. Nella sua ricerca dell’Easter Egg in grado di salvare Oasis (l’universo virtuale nel quale la generazione di Wade è totalmente immersa, nonché la più grande risorsa globale del 2045, periodo in cui è ambientata la vicenda), lo spettatore ripercorre le tappe che contraddistinguono molte dei pilastri della settima arte creati negli anni Ottanta, come ad esempio la difficile situazione di Wade nella vita reale o la sua prima cotta adolescenziale. Il pubblico è quindi chiamato ad esplorare, a fianco dei giovani protagonisti o dei loro avatar in Oasis, un universo il cui fascino non risiede esclusivamente nella mancanza di limiti della propria immaginazione, ma anche nel suo regolamento e nelle sue meccaniche di funzionamento, che sovvertono in maniera pressoché totale quelle del mondo reale, come succede in un viaggio nel tempo a bordo di una DeLorean o in una realtà parallela alla nostra, dove un piccolo e dolce esserino, se nutrito dopo la mezzanotte, lavato o messo a contatto con la luce solare, diventa una bestia indicibile. D’altra parte, le regole fanno parte di ogni bel gioco e Steven Spielberg questo lo sa benissimo, essendo anche per merito suo che oggi è possibile esclamare la suddetta affermazione.

Tuttavia, ad una pars costruens che si rispetti, c’è sempre dietro una pars destruens, e Spielberg conosce anche questa particolarità. Per questo motivo, non pone alcun freno alla propria creatività, confezionando ad ogni inquadratura un indimenticabile collage di riferimenti alla cultura pop passata e odierna, come solo un maestro al passo coi tempi come lui è in grado di fare. Quindi Ready Player One è probabilmente il film più autobiografico della carriera di Spielberg, poiché indirizzato anche al suo stesso regista, allo stesso demiurgo che ha deciso di mettere le mani sulla difficile materia prima ad opera di Ernest Cline, dando vita alla coronazione del proprio contributo per fare in modo che miliardi di persone in tutto il mondo si radunassero in sala buia per assistere alla proiezione di immagini su un grande schermo. In maniera altrettanto evidente, Ready Player One appartiene anche al suo pubblico, quel sempiterno adolescente fin troppo attaccato al suo mondo di fantasia e che fatica ad intraprendere un contatto con il reale, che il regista accontenta inserendo miriadi di apparizioni, più o meno fugaci, dei suoi idoli, giustificate dal fatto che Oasis è costituita dalla stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, esattamente come questo ultimo capolavoro di matrice spielberghiana.