Opinion

“Aladdin” è un sì non a pieni voti

Col rischio di risultare un po’ con la puzza sotto il naso, apro con una premessa: il film va visto in lingua originale. Le canzoni in italiano non hanno lo stesso impatto che invece hanno in inglese, sebbene non siano assolutamente da buttare, anzi, e il doppiaggio da un punto di vista prettamente tecnico, specie all’inizio della pellicola, lascia ampiamente a desiderare. Si ha il classico effetto di bocca strabica, con i muscoli facciali dei personaggi che vanno da una parte e il suono delle parole che invece spunta da chissà dove, presumibilmente non dallo stesso posto, e coi propri tempi. Un po’ come vedere vostro cugino alla festa di Natale improvvisare un numero da ventriloquo dopo il terzo brindisi di fila.

Ma veniamo alle note strettamente legate alla pellicola e non al riadattamento in lingua nostrana. La multiculturalità etnica degli attori scelti è perfettamente azzeccata, fattispecie per Aladdin, Jasmine e lo stesso sultano Baba, probabilmente venuti fuori dall’impareggiabile film animato grazie a uno dei tre desideri del genio. A proposito di ciò, da sottolineare la convincente prova nei panni del magico essere blu di un Will Smith in una versione di se stesso non lontana da quella offerta ne Il principe di Bel Air. È divertente, è spontaneo e pare trovarsi perfettamente a suo agio con i suoi poteri potentissimi, sebbene rinchiusi in un minuscolo spazio vitale, in ottone per giunta. Unica piccola forzatura forse l’improvvisata storia d’amore con l’ancella della principessa, non così necessaria alla trama.

Arricchimento in termini di personalità e obbiettivi che invece subisce la principessa Jasmine che a differenza della versione animata non pare avere l’amore vero come unica e sola priorità. Assume infatti grande e a tratti maggiore rilevanza quella di diventare una giusta e brava regnante per Agrabah, essere quindi il primo sultano donna di una storia millenaria che fino a lì non aveva nemmeno considerato tale ipotesi. L’inedita canzone Speechless, scritta appositamente per il live action, oltre che molto bella, rende alla perfezione il concetto di una principessa a cui non va per niente l’idea di starsene lì solo per essere guardata.

Nota dolente va al personaggio di Jafar, il villain, il cattivo della storia, che sostanzialmente non riesce praticamente mai a dar l’idea di poter avere anche solo una minima speranza di vincere, aldilà del fatto che lo spettatore sappia già perfettamente come vadano a finire queste cose. La sensazione che si ha quando lo si vede ripetutamente provare a ipnotizzare col proprio bastone a forma di cobra gli altri personaggi, è quella di vedere la brutta copia di Lucifer (serie in onda su Netflix per chi non la conoscesse). Un personaggio senza mordente, fac simile mal riuscito della malefica controparte ammirata e temuta da tutti noi quando eravamo più piccoli. Per intenderci, il pappagallo oltre che estremamente più sveglio, è apparso assai più temibile del padrone.

In soldoni, Aladdin è un sì o un no? In virtù di quanto detto nella premessa iniziale, la mia risposta è più orientata a un yes, it is. Di gran lunga superiore ai precedenti live action Disney (escluso Il libro della giungla, in mia opinione perfettamente riuscito), ma non privo di imperfezioni. Non sarà tempo sprecato al cinema, ma non priverei mio figlio di veder prima la versione animata.

Stefano Falcone
Autore

Ventidue anni, barba rossa e baffi all’insù. Siciliano d’appartenenza, cittadino del mondo per aspirazione. Si definisce con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, un mix così in contraddizione che potrebbe farlo perdere nel giardino di casa, come arrivare a colonizzare la luna.