Recensioni

“Ad Astra” è un disastro spaziale che neanche Brad Pitt è riuscito a salvare

Tra le diverse tipologie di cibi, nell’immaginario collettivo ne esistono alcuni quasi universalmente amati ed altri quasi esclusivamente odiati. Il peggiore di tutti? Il minestrone: quella pietanza fatta di tremila ingredienti, scarti messi lì in maniera quasi casuale e di cui nessuno è protagonista o realmente valorizzato. Ora, arrivati a questo punto, dovrebbe essere già abbastanza chiaro dove voglio andare a parare: Ad Astra di James Gray è un minestrone e – sebbene nelle mani giuste questo potrebbe non necessariamente essere un male – in questo caso lo chef ha sbagliato in pieno sia la quantità che il dosaggio degli ingredienti.

Cosa hanno in comune una scimmia assassina, una specie di armageddon, una storia d’amore della durata di cinque nanosecondi, la ricerca di un padre e un complotto? Nulla avrei detto prima di vedere Ad Astra, e non sono completamente sicura di aver cambiato idea nemmeno adesso. Sempre per rimanere in ambito cine-culinario, ecco la mia idea di un film vincente: pochi ingredienti, pochi generi messi insieme, ma in grado l’uno di valorizzare l’altro; al contrario, come sicuramente sapranno gli appassionati di Masterchef, all’aumentare degli ingredienti sarà sempre più difficile trovare il giusto equilibrio di sapori. Ad Astra, avrebbe potuto essere un film quasi dignitoso, ma ha finito per essere un mappazzone, ma perché?

Il cinema hollywoodiano punta molto sul genere spaziale, proponendoci effetti speciali senza rivali. Ad Astra non è altro che l’ultimo nato di mamma Hollywood. Ci fa le stesse promesse di film come Gravity, Interstellar o The Martian: un protagonista belloccio (in questo caso Brad Pitt) che si batte per qualcosa, il tutto fluttuando a gravità zero in qualche tuta spaziale. Le premesse sembrano ottime, e anche se potrebbe essere un capolavoro così come potrebbe non esserlo, è difficile che ci si sieda sulle poltrone in velluto della sala di proiezione aspettandosi un completo flop. E in effetti, il cast è valido; la scenografia, i costumi, le musiche, la fotografia; tutti validi. Il solo problema? La trama, un aspetto non facilmente trascurabile, ma fortunatamente soggettivo.

E proprio il fatto che non ci sia niente da ridire su tutto il resto, interpretazione in primis, dividerà il pubblico in due: una storia debole retta da una degna recitazione è sempre più convincente di una discreta ma recitata in maniera pessima. Forse il problema però sono io: a differenza della vita vera, quando guardo un film mi aspetto che niente sia casuale. Se nei primi minuti di film mi viene mostrata anche solo vagamente una storia d’amore, mi aspetto che questa abbia un senso ai fini della storia. Se mi si mostrano una serie di catastrofi, dei complotti, la ricerca di un padre eroe che forse tanto eroico non è, mi aspetto che le risposte durino più di cinque miseri minuti e che non siano blande e sciape come si sono effettivamente rivelate alla fine di Ad Astra.

È questo il motivo per cui diventa difficile gestire troppi elementi tutti insieme: un film dura convenzionalmente non più di tre ore; in un lasso così specifico e ridotto di tempo, devi essere in grado di destreggiarti tra domande e risposte, dando ad ognuna il tempo debito. Più elementi, più trame, personaggi, intrecci introdurrai, più sarai in debito con lo spettatore alla fine e meno tempo avrai per saziare le sue richieste (a meno che non si opti per un finale alla Nolan). Ma se sei seriamente intenzionato a cucinare un film con quindici ingredienti e mantenerlo all’interno del range massimo di tre ore, hai solo due opzioni: o lo trasformi in una serie tv, o butti fumo e effetti speciali negli occhi dello spettatore, sperando che non si accorga che il film che ha appena visto è completamente privo di pathos.

Signore e signori, ecco a voi Ad Astra, un’opera in cui l’ottanta percento di ciò che vedrete è un banalissimo deus ex machina volto solo a rendere il tutto più spicy: il protagonista non può viaggiare senza incontrare almeno un ostacolo lungo la strada, facciamolo fermare a prestare soccorso ad una navicella in pericolo. Ma che pericolo potrebbe mai esserci? Colpo di genio, una scimmia mutante omicida. Perfettamente sensato, non credete? Alla fine dei conti però, il film non è male se vi piace il ping-pong. In che senso? Preparatevi ad essere la pallina.

Cecilia Fefè
Autore

Le mie passioni: lettura, cinema, teatro e fotografia. Le cose in cui sono brava: cantare, scrivere, disegnare e cucinare. Le cose in cui sono completamente negata: scrivere autobiografie discorsive.