Recensioni cinema

“Ultras” finisce prima ancora di iniziare

“Un giorno all’improvviso, mi innamorai di te…”. L’atmosfera, l’attenzione del pubblico e le premesse c’erano tutte. Le aspettative, forse anche colpa dell’accattivante comunicazione di sponsorizzazione di Netflix, probabilmente troppo alte. La prima esperienza cinematografica di Francesco Lettieri, anche se de facto al cinema non è mai andata, risulta nel suo complesso banale e superflua. Lettieri ha preso l’onere di giocare la sua partita cinematografica in casa, a Napoli: con il proprio pubblico. Ma lo spettacolo offerto non può che restituire fischi, o al massimo timidi applausi di incoraggiamento. La storia vuole (vorrebbe) raccontare la realtà ultras, quella dei sostenitori del Napoli, ma si ferma a uno strato superficiale che dà la sensazione che chiunque altro potesse così raccontarla.

Eppure, le basi di partenza ci sono, la formazione in campo, sulla carta o per meglio dire su camera, trova pure un suo perché nelle varie componenti. Che è poi ciò che contribuisce alla delusione complessiva del giudizio finale. Con Ultras abbiamo l’occasione di dare uno sguardo alle tre diverse generazioni che ruotano attorno al tifo napoletano più caldo. I deferiti: la vecchia guardia, le divinità in decadenza della realtà ultras. I ragazzini, i più piccoli ancora ai primi cori. Infine quelli di mezzo, il nuovo che avanza e che prende il potere approfittando di un seggiolino vuoto.

II problema? Oltre questo incipit, nulla più. Niente altro viene davvero approfondito, nulla spiegato. Assistiamo solo a una storia come tante, che solo in brevissime scene riesce davvero a parlare e a comunicare qualcosa che non sia già nell’immaginario collettivo comune.  A tal proposito – spoiler senza contesto – descriverò una scena che al contrario di quanto detto finora rappresenta una prova di valore della pellicola. A un certo punto della narrazione assistiamo a uno suggestivo campo lungo e a un dialogo su un tetto che ascoltiamo e osserviamo dall’alto. In questa sequenza viene raccontato un aneddoto. Si tratta di un semplice dialogo, o forse sarebbe meglio dire monologo, che descrive una storia, un’esperienza, che con poche frasi è capace di far immergere lo spettatore dentro un universo, statisticamente parlando, assai lontano dal proprio punto di vista, dalle proprie logiche comportamentali. Un racconto che, senza far effettivamente vedere visivamente nulla, riesce a mostrare quello che tutto il resto del film prova a stento e a malapena a sfiorare.  

Non cercavamo un documentario, né un resoconto dettagliato di come funzioni un sistema ancora così rilevante nella realtà del calcio italiano, che è bene specificare, non è solo partenopeo. Ma ci aspettavamo una storia che però potesse sviscerare, raccontare meglio e far comprendere di più agli esterni come l’essere un ultras possa così visceralmente prendere possesso della vita non solo dell’individuo coinvolto in prima persona, ma anche della famiglia stessa e delle dinamiche che ne seguono. A tal proposito, le maggiori critiche vanno alle primissime scene del film, che arrivati alla sua conclusione appaiono solo un’occasione mancata. Uno spreco fine a se stesso e che meritava d’essere approfondito.

In qualche modo, qualunque sia la propria opinione in merito al tifo ultras, ci sarebbe piaciuto vedere una pellicola in grado di riuscire a far empatizzare lo spettatore con quel tipo di realtà e poi a trarne un giudizio più chiaro, più profondo per lo meno. Come si diventa un ultras? Perché ne si rimane così immischiati? E cosa rappresenta davvero? Oltre alla superficiale motivazione del supporto per la propria squadra del cuore. La fotografia e la costruzione dei singoli personaggi di scena si presenta bene, ma manca l’intensità, le emozioni, l’obbiettivo da raggiungere. Lo stile di regia si vede cerchi di distinguersi e a volte riesce, altre invece pare solo un tentativo incompiuto di far notare un modo diverso, ma non per questo d’impatto, di muovere e posizionare la camera.

Lettieri regista è in altre parole rimandato a una prova diversa. Se vuole mostrare Napoli, raccontarne le sfaccettature, anche quelle magari mal viste da quelli che chiedono una rappresentazione diversa della propria città, è necessario uno sforzo maggiore. Per quanto riguarda le critiche a quello che sembra un chiaro riferimento al caso di Ciro Esposito, preferiamo non soffermarci troppo. È vero che l’analogia balza subito alla mente, ma è anche vero che ogni curva ha un proprio “caduto” da ricordare o in alcuni casi vendicare. La verità forse sta in mezzo, e anche qui la difficoltà sta nel non essere riusciti ad approfondire e a contestualizzare un qualcosa che sembra solo la rappresentazione di quello che tutti quanti avevamo già in mente e che in sostanza non era poi così necessario vedere.

Stefano Falcone
Autore

Ventidue anni, barba rossa e baffi all’insù. Siciliano d’appartenenza, cittadino del mondo per aspirazione. Si definisce con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, un mix così in contraddizione che potrebbe farlo perdere nel giardino di casa, come arrivare a colonizzare la luna.