Recensioni cinema

“La donna alla finestra”: chiedete scusa ad Alfred Hitchcock, subito

Il film di Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina, L’ora più buia) sbandiera, fin dal titolo, il suo legame con lo straordinario capolavoro del 1954, La finestra sul cortile firmato da Hitchcock. Passano esattamente 108 secondi ed ecco addirittura comparire un fotogramma ritraente il fotoreporter Jeff Jefferies, interpretato da James Stewart, tratto dall’originale hitchcockiano. Confrontarsi con il maestro del brivido, l’inventore del McGuffin, l’uomo che ha spiegato in due righe la differenza tra suspense e sorpresa cinematografica, non è facile per nessuno, ma questo film, accantonate le ottimistiche premesse, non ci prova neanche. Scordatevi quel piacere voyeuristico conseguenza di sapienti e scientifici movimenti della cinepresa, la morbosa e quasi fanciullesca ossessione di James Stewart o la grazia regale della Principessa di Monaco Grace Kelly. Il film però non solo non rende onore all’ideale (nel senso che rimane solo nella mente del suo regista) legame con il capolavoro hitchcockiano, ma getta alle ortiche anche un cast di tutto rispetto: Amy Adams, Jennifer Jason Leigh ed i premi Oscar Julianne Moore e Gary Oldman, questi ultimi tre, per la verità, relegati in minuscole particine, costretti ad indossare i panni di personaggi appena abbozzati, privi di qualunque profondità emotiva.

Al centro della pellicola non c’è un reporter immobilizzato sulla sedia a rotelle dopo essersi rotto una gamba (La finestra sul cortile) ma Anna Fox (Amy Adams), una terapeuta – che vive in un grande appartamento a New York, con un gatto per unica compagnia – che non è però in grado di uscire di casa poichè afflitta da agorafobia. In cura a sua volta da un medico che ne supervisiona le condizioni psicologiche, la donna ha anche problemi nella gestione dei farmaci, che spesso associa pericolosamente ad uno smodato consumo di alcolici. Quando nella casa di fronte si stabilisce una nuova famiglia, i Russell, ha occasione di venire a contatto prima con il figlio e poi con la madre, simpatizzando con entrambi in momenti differenti. Tutto cambia quando una sera, spiando dalla finestra, si convince di aver assistito all’omicidio della signora Russell (Julianne Moore) per mano del violento capofamiglia (Gary Oldman). Una volta arrivata la polizia, però, l’uomo si presenta con accanto un’altra donna (Jennifer Jason Leigh) dimostrando tutta la vacuità delle elucubrazioni mentali della sempre più instabile psicologicamente Anna. Tutto appare però artefatto, esageratamente scontato ed oltremodo banalizzato. Il traumatico flashback sul passato della protagonista, i dialoghi sfacciatamente teatrali, gli sconclusionati e del tutto evitabili riferimenti alle pellicole del maestro del brivido ed altri classici del cinema, tutte cose che qualche inquadratura artistica della scalinata del tetro appartamento newyorkese o il mostrare spezzoni di vecchi film in bianco e nero guardati distrattamente dalla protagonista non bastano a riscattare.

Da salvare è il lungo dialogo tutto sorrisi e nervi a fior di pelle che si scambiano, di fronte a due grandi calici di vino, le sempre meravigliose Amy Adams e Julianne Moore, due donne che in quel momento tentano di celare, ma nemmeno troppo, la dolorosa realtà dell’essere state respinte, anche se per loro colpe, dalla vita. La finestra sul cortile appare un ricordo sbiadito e lontano e non certo per i 67 anni che separano le due pellicole. Senza scomodare ulteriori ed insostenibili paragoni con i mostri sacri del passato bisogna sottolineare come la mediocrità di trama, recitazione e regia non impediscano però a questa pellicola di svettare al primo posto, in Italia e non solo, nella classifica dei “più visti” di Netflix. Il cinema dei nostri giorni è più vivo che mai, anche se vedendo La donna alla finestra non si direbbe. Una nota davvero stonata in mezzo invece a tanti grandi prodotti cinematografici usciti, tra sale cinematografiche e piattaforme streaming, in questi giorni.

Andrea Schinoppi
Autore

Nato all’ombra del Colosseo, il background culturale non poteva che essere quello dello storico... mi perdonerete pertanto una certa nostalgia per il rock genuino degli anni andati e per le interpretazioni senza tempo dei maestri De Niro e Al Pacino.