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“Cry Macho” è un noioso road movie, ma con Clint Eastwood

L’ultima fatica di Clint Eastwood consiste in un road movie a tinte western inevitabilmente senile, attraverso cui il regista sembra voler ripercorrere i momenti salienti della sua filmografia. In Cry Macho – Ritorno a casa sono infatti numerose le pellicole del cineasta novantunenne che tornano alla mente: gli abiti da cowboy e il contesto del ranch rimandano immediatamente all’icona del passato incarnata ne Il cavaliere pallido, a sua volta richiamo dell’Uomo senza nome interpretato per la Trilogia del Dollaro di Sergio Leone; il rapporto genitoriale putativo instaurato tra i due protagonisti è una chiara eco di Un mondo perfetto e Gran Torino, pellicole che Cry Macho pare voglia rivitalizzare con un finale più ottimistico e rassicurante; il valzer conclusivo riporta alla memoria il romantico ballo con Meryl Streep ne I ponti di Madison County.

Insomma, lo spettatore che ama Eastwood e conosce a menadito le sue opere, guardando il suo ultimo film troverà pane per i suoi denti: potrà quindi sbizzarrirsi non solo nell’individuare i continui riferimenti alle pellicole del passato, ma anche – e soprattutto – coglierne le diverse riletture offerte dal regista, ormai sufficientemente maturo per potersi guardare indietro, tirare le somme e fare un bilancio di rilievo esistenzialista. È senz’altro in quest’ottica che vanno quindi inquadrati i (purtroppo pochi) dialoghi metacinematografici, in cui Eastwood riflette sull’inutilità del machismo che egli stesso ha a lungo rappresentato, ammettendo con sincera amarezza di essere giunto a questa conclusione quand’era ormai troppo tardi. Discorso, questo sì, da vero macho. Malgrado tutto ciò, i problemi sono sostanzialmente due: il primo risiede nel fatto che se lo spettatore ha visto poco o nulla di Eastwood (Dio non voglia!), si perde l’unico pregio del film di cui si è scritto sino ad ora.

Il secondo problema consiste invece in una sceneggiatura dal ritmo narrativo eccessivamente dilatato, che dissemina qua e là le suddette riflessioni, facendole emergere solo sporadicamente dal marasma di stucchevolezza che pervade il film. Cry Macho annoia, non coinvolge e tira per le lunghe una vicenda fin troppo sdolcinata. Tecnicamente la pellicola è ben realizzata. Regia e fotografia sono di buon livello e la scelta dei brani musicali appare semanticamente significativa. Intelligente risulta inoltre l’utilizzo del montaggio, il quale, pur inficiando la continuità visiva dell’immagine, taglia quanto più possibile le movenze (per forza di cosa rallentate) dell’anziano protagonista, rinvigorito nei momenti di stasi. Vedere Eastwood sul grande schermo è sempre un’emozione che merita di essere vissuta. Questa volta, però, la sua presenza, da sola, non può bastare a salvare il film.

Mattia Liberatore
Autore

Pescara, 1994. Classicista; militare; giurista. Cinefilo dal primo incontro con Stanley Kubrick. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo, il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare.