Interviste musica

Samuel — dentro e fuori i Subsonica

La musica italiana ha raccontato tante storie nel corso dei decenni, ma tra matricole e meteore sono pochi gli artisti che dopo più di venticinque anni di carriera riescono a rimanere un punto di riferimento sempre rinnovabile. Samuel è uno di questi, anche a cinquant’anni, anche con il suo storico gruppo, anche con i Motel Connection, ma anche da solo. Che poi da solo Samuel forse non è stato mai, perché quando porti lo stendardo di un movimento culturale prima che musicale, le persone non si allontanano mai definitivamente da te, anche se in certi momenti possono essersi sentite tradite. S-A-M-U-E-L, il cantante dei Subsonica, ma soprattutto il cantante di sé stesso, non riesce proprio a fermarsi e a scrollarsi la pressione di dosso, anche se forse dovrebbe farlo, ma se salti e ti dimeni da tre decenni sui palchi di tutta Italia, scendere dal piedistallo è un’utopia.

A cinquant’anni si fanno i bilanci, qual è il tuo?
Più che altro si inizia a pensare un po’ meno alla fase ascendente e si inizia a vedere la fase discendente della vita, perché fondamentalmente è un giro di boa. Questo è il primo ragionamento che uno fa. I miei cinquant’anni, per sfortuna o per fortuna, non lo so ancora, dovrò deciderlo, sono avvenuti alla fine di una pandemia che ha praticamente sospeso il tempo per due anni. Quindi in realtà io me sento come se avessi ancora quarantotto anni, perché tutte le cose che avrei dovuto fare in questi due anni sono state in qualche modo filtrate e cambiate da questa pandemia.

È stato difficile?
Ho dovuto ragionare con altri meccanismi, l’anno scorso ho lavorato su un disco, sono partito subito in tournée, ma ho dovuto farlo in una maniera in cui non ero abituato. Questa cosa mi ha fatto scoprire anche un lato del mio lavoro che fino a quel momento lì non avevo mai preso in considerazione. In realtà mi mancano un po’ questi due anni per fare completamente quel passaggio, ma conto nei prossimi mesi di riappropriarmi di tutta la normalità che mi è mancata in questi anni.

Se potessi incontrare il Samuel degli anni Novanta, cosa gli diresti?
Mi direi che la strada è quella, però in alcuni momenti sarei più deciso e più convinto, proprio perché so già le cose. Quindi alla fine è un gioco che se lo pensi funziona, se accadesse realmente non so quanto potrebbe funzionare nel miglioramento delle cose, perché uno è quello che è grazie alla somma di tutti i pregi e i difetti. Molto probabilmente se non ci fossero stati alcuni miei errori e alcune mie leggerezze, non sarei arrivato a nessun punto nella vita.

Di quali errori parli?
Non saprei citare un errore in particolare, perché poi la vita è fatta di tantissimi eventi che accadono. Io sono una persona che si distrae facilmente e che ha bisogno di forti emozioni per rimanere acceso, quindi forse nella mia vita ho disperso troppe energie tra i Subsonica, i Motel Connection e il mio progetto solista. Ecco, magari in mezzo a tutto questo, avrei potuto dedicare più tempo a me stesso e al mio rilassamento. Però è anche vero che io sono una persona che ha la necessità di essere sempre in tensione, perché appena questa cala, io mollo e me ne vado.

Spiegami meglio questa cosa del vivere perennemente in tensione.
Io funziono molto bene sotto pressione, do il meglio sotto porta. Credo sia una cosa distintiva di chi sta su un palco e deve attirare a sé tutta l’attenzione e la tensione del pubblico. D’altronde, tutti i frontman lavorano bene sotto pressione, perché i quei momenti devi essere sempre attento a prendere il balzo giusto e quindi se non sei fatto in questo modo, fare questo mestiere diventa un incubo.

Come convivono i Subsonica e Samuel solista?
Con il tempo ho imparato a gestire lo stress e gli impegni. Pensa che adesso ho anche rimesso in piedi i Motel Connection, quindi ho tre realtà che stanno vivendo parallelamente in queste settimane. Quindi oltre ad aver memorizzato la scaletta del tour dei Subsonica, aver imparato tra una tappa e l’altra in albergo la scaletta del mio tour solista, adesso devo anche studiare quella dei Motel Connection (ride ndr.). Credo però che sia anche una congiunzione astrale di questo momento, visto che alcune mie amiche astrologhe mi dicono che ho Giove che mi sta aiutando molto, anche se non credo sia tutto merito degli astri. L’anno scorso, ad esempio, ho sofferto di più il passaggio da Subsonica a tour solista, mentre quest’anno sto reagendo molto bene, credo perché siamo tornati a degli spettacoli con un pubblico che vive il concerto in modo normale e che ti rilancia sul palco un’energia che in questi due ultimi anni non c’era più. Del resto la mia musica è fatta per vedere gente che balla sotto il palco.

Ti sei mai sentito intrappolato dall’etichetta di “alternativo”?
Per fortuna e purtroppo è sempre così. Quando sei una certa cosa, diventa poi difficile che le persone che ti hanno conosciuto e amato perché eri quella cosa, ti accettino anche per altro. Io, nel mio percorso solista, passando attraverso tutta la musica che ho fatto negli anni, abbraccio quasi a trecentosessanta gradi l’idea della scrittura della canzone, cosa che invece nei Subsonica viene tenuta in equilibrio da un ragionamento anche molto strumentale e di produzione che va oltre la semplice canzone. È ovvio che da solo non posso raggiungere il pubblico dei Subsonica, perché io mi sto specializzando su quello che amo fare di più, ovvero scrivere le parole e metterle in musica.

Però, non hai risposto alla mia domanda.
Non dico che questa etichetta mi stia stretta, perché sono felice di potermi permettere di fare queste due cose, però mi rendo conto che quando le persone ti amano e ti conoscono per un tuo modo di essere, poi ti vogliono sempre uguale. Non la sento come una prigione, perché i Subsonica esistono ancora e io devo essere il cantante dei Subsonica quando suono con loro, però ho l’enorme fortuna di non sentire il peso del confronto con i Subsonica e poter salire su un palco anche più piccolo, potendo mettere in campo le mie di fragilità e sfidando me stesso.

Quando hai iniziato la tua carriera da solista, in molti ti hanno dato del traditore. Secondo te esiste il tradimento musicale?
Certo che esiste, io ho tradito i Subsonica, ma tutti i componenti della band tradiscono i Subsonica regolarmente da quando esistiamo, noi siamo fedifraghi. Io nel 2001 ho fondato i Motel Connection, che hanno vissuto parallelamente ai Subsonica per quindici anni, Boosta ha fatto i suoi progetti in cui cantava anche lui, Max ha fatto mille altre cose e ha prodotti tanti gruppi. Quindi noi ci siamo traditi e abbiamo vissuto la gelosia del tradimento, però siamo qui ancora a suonare insieme, e quando siamo sul palco accade un qualcosa che non c’è nei nostri progetti solisti.

Qual è il tuo tradimento più grande?
Probabilmente il mio progetto solista. Alcune delle mie canzoni sono passate anche attraverso la proposta ai Subsonica (Samuel cita E invece e Tra un anno, la prima scritta con Jeremiah Fraites dei Lumineers, mentre la seconda pubblicata nel disco Brigata bianca ndr.), ma poi non hanno trovato una forma ed una chiave, così come anche alcune canzoni degli altri. Noi ci tradiamo regolarmente, però il nostro è un amore che va oltre il tradimento.

E invece, il tradimento nei confronti del pubblico esiste?
Il pubblico si sente tradito fino al momento in cui non ti rivede insieme agli altri. Io sapevo perfettamente che, nel momento in cui ho affrontato il desiderio di fare musica da solo, sarei andato incontro a delle critiche che ho subito parecchio. Mi hanno colpito certe aggressioni di gelosia, fatta più dal pubblico che dagli stessi componenti del gruppo, perché loro sapevano che io non avrei lasciato la band, mentre fuori questa cosa è stata fraintesa. In molti pensavano che io volessi avere una carriera soltanto da solista, quando in realtà volevo solo avere la possibilità di scrivere delle canzoni come volevo io, continuando comunque a suonare con la band. Del resto sono uno dei primi fondatori dei Subsonica, sarebbe come abbandonare sé stessi.

Come vive la critica un artista?
Gli artisti vivono la critica come tutte le persone normali. Noi siamo abituati a voler piacere a tutti, mettendoci in mostra e avendo una specie di successo nei confronti del nostro pubblico. Confrontarsi con questo successo ci porta ad una sensibilità maggiore nei confronti della critica perché viviamo in un meccanismo di compiacimento continuo. Però la critica è anche un enorme mezzo per capire te stesso, la tua strada e la tua musica. Generalmente chi si nasconde dalla critica imbocca una strada molto pericolosa, ovvero quella del ripetersi per tutta la vita. Noi siamo nati in un periodo in cui le critiche venivano fatte per strada guardandoti in faccia, mentre adesso la critica ha assunto un’altra modalità sociale, perché spesso è soltanto una ricerca di attenzioni.

Con i Subsonica ti sei fatto portavoce di un movimento che ha caratterizzato gli anni Novanta e Duemila, hai mai sentito sulle spalle il peso di questa responsabilità?
Mi sto accorgendo di questa cosa più adesso rispetto che all’epoca. In quegli anni abbiamo vissuto dei momenti epocali, con un’esplosione difficile da comprendere. Io mi sono sentito per tantissimo tempo su un’onda in cui mi ci trovavo perfettamente, però ora inizio a capire che quella è stata una cosa che ha significato molto per tante persone. Me ne rendo conto oggi durante questi concerti post pandemia. In questi due anni ho pensato che molti fan della mia età non sarebbero più venuti a vedere un concerto come il nostro fatto per ballare, mentre invece sono settimane che vedo persone anche più grandi di me che pogano sotto il palco. L’altro giorno con noi c’era un ragazzo molto giovane che collabora con Ensi che mi diceva di non aver mai visto un concerto dove le persone ballano come al nostro. Quindi io mi rendo conto adesso che per quelle persone i Subsonica sono importanti tanto quanto fare la partita di calcetto con gli amici del liceo o andare a cena con i compagni di una vita.

Riesci ancora a sperimentare nella musica?
Con i Subsonica ci siamo svincolati dalla necessità radiofonica e dalla necessità di esposizione, perché abbiamo detto tutto quello che dovevamo dire, quindi possiamo fare dei dischi che non hanno una canzone o un ritornello. Il nostro disco che ha avuto più successo negli ultimi anni è stato un disco strumentale e io credo che il prossimo sarà ancora più liberatorio da questo punto di vista. Il Samuel solista invece è un cantante, amo la scrittura e l’agente scatenante della mia passione è stato De André, quindi sono legato fortemente alla canzone.

C’è qualcosa che non ti piace dell’attuale scena musicale?
Il mondo ha i suoi tempi storici e le sue verità. Quello che oggi mi manca è il concetto di crossover, cioè la possibilità di fare della musica pop, avendo però una matrice underground e un profilo di sperimentazione. Oggi chi va in radio deve avere assolutamente una modalità di scrittura pop. La cosa è molto più settoriale, o fai il pop o fai la ricerca. Quello che oggi viene definito indie, in realtà è pop, non ha nulla a che vedere con l’indie che, per definizione, arrivava da etichette indipendenti e che se ne fotteva del palinsesto radiofonico. In quel contesto lì, si poteva avere una band come i Subsonica, dove tre componenti erano dj techno che costruivano la loro musica pensando a quel mantra sonoro dove poi appoggiare una canzone.

Immagino tu sia andato a X Factor anche per portare questa tua visione, quell’esperienza come è stata?
È stata un’esperienza che mi è servita tantissimo per far sapere al mondo che io non ero solo il cantante dei Subsonica, ma anche Samuel. Quello è stato il motivo principale che mi ha spinto a fare X Factor firmando un contratto di solo un anno. Mi è servito a livello di immagine per prendere le distanze tra me e la mia band, non perché volessi lasciare i Subsonica, ma semplicemente per farmi chiamare con il mio nome durante le interviste (ride ndr.). Sia con Sanremo che con X Factor sono riuscito a farmi chiamare per nome. Poi comunque è stata un’esperienza che mi ha permesso di imparato il linguaggio televisivo con risultati in un certo senso discreti. Anche se non sarò mai all’altezza di Morgan.


Foto articolo di Stefano Gai/Chiara Mirelli
Foto Digital Cover Story di Stefano Gai
Digital Cover Story di Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
Ufficio stampa Samuel: Words For You nelle persone di Teresa Brancia e Matilde Scoglio

Vincenzo Cozzolino
Autore

Classe 1995, studente e appassionato di comunicazione digitale e giornalismo. Ho la musica nel sangue e una ossessione per le serie tv.