Recensioni cinema

“Elvis” di Baz Luhrmann è il ritratto di una rockstar alle prese con i suoi demoni

Ti ricordi la sensazione che hai provato quando hai scoperto quel dettaglio del tuo artista preferito che non avresti mai immaginato, e non l’hai più guardato con gli stessi occhi? Cosa succederebbe se sempre più artisti mostrassero le loro fragilità e punti deboli, oltre alla patina di lusso e benessere con cui siamo abituati a vederli? Con Elvis, il regista australiano Baz Luhrmann (Moulin Rouge, Il grande Gatsby, Romeo + Giulietta di William Shakespeare) ci mette di fronte a queste domande attraverso un ritratto inedito di The King, dall’infanzia fino all’ultimo spettacolo.

A interpretare Elvis Presley c’è Austin Butler, accompagnato da Tom Hanks nelle vesti di Tom Parker, l’agente del musicista, che per tutti gli anni della sua carriera è stato letteralmente la sua ombra. E sono proprio le ombre di questo rapporto a emergere fin da subito, svelandoci una parte fragilissima di quella che è tutt’oggi un’icona non solo della musica ma della cultura pop. Il regista accompagna la vulnerabilità al lusso estremo della vita di Presley, che si esplica cinematograficamente nei manierismi del film: una regia minuziosa, un montaggio così vorticoso da far girare la testa (e che, se non venisse candidato all’Oscar – e non lo vincesse – sarebbe un bell’affronto), un’estetica curatissima a cui si accompagnano lustrini, brillanti e colate d’oro.

Aspetti che riescono benissimo a convivere all’interno della pellicola così come si incastravano nella vita di Elvis, riportato in vita da un Butler che lo ricorda moltissimo, calatosi a picco nell’impresa di omaggiarlo senza farne una macchietta e a cui rende il giusto tributo anche quando ne interpreta le canzoni – esatto, hai letto bene: è proprio l’attore a cantarle. Elvis è un film senza mezze misure, fortemente spinto agli estremi del cinema e della vita. Un tributo a una rockstar come non ce ne sono più, ma che nonostante questo non cerca mai di nasconderne o negarne il lato umano. Anche perché non c’è niente di più rock di un musicista alle prese con i suoi demoni e le sue cicatrici. 

Chiara Cozzi
Autore

Da sempre propensa a dare un'opinione su ogni cosa, l'unica strada percorribile era quella della critica cinematografica. Nel frattempo mi sono appassionata agli studi di genere e li ho applicati alle pellicole laureandomi in Teorie del Cinema. Nel tempo libero trangugio horror e variegati di musica.