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Anna Calvi con “God’s Lonely Man” ha scelto la profondità

“God’s Lonely Man” di Anna Calvi è un EP breve, quattro tracce con Iggy Pop, Perfume Genius, Laurie Anderson e Matt Berninger, ma costruito con una coerenza interna che lo rende tutt’altro che frammentario

C’è una domanda che aleggia sull’ultimo EP di Anna Calvi fin dal titolo della sua traccia conclusiva: Is This All There Is? Domanda postmoderna per eccellenza, che nasce quando si ha la sensazione che tutto sia già stato detto, già stato sentito, suonato. Eppure Calvi risponde con qualcosa di più raro: la profondità, lasciando da parte il cinismo e l’ironia distaccata che spesso caratterizza chi si muove in questo territorio. God’s Lonely Man è un EP breve, quattro tracce, ma costruito con una coerenza interna che lo rende tutt’altro che frammentario. Ogni canzone porta con sé un ospite, ogni ospite porta con sé un mondo: Iggy Pop, Perfume Genius, Laurie Anderson e Matt Berninger. Nomi che non sono scelti a caso, convocati come testimoni di una stessa condizione umana, ciascuno con la propria storia di margine, di eccesso.

Il tema che percorre l’EP non è la solitudine nel senso romantico del termine, è l’alienazione. Il titolo, preso in prestito da Travis Bickle, il protagonista di Taxi Driver di Scorsese è l’uomo solitario di Dio, quello che si sente estraneo al mondo, privo di connessioni reali, perseguitato da una solitudine strutturale che riguarda l’incapacità di abitare un presente condiviso. Questa distinzione conta, perché cambia il peso delle canzoni. Quando Iggy Pop presta la sua voce consumata e ieratica a God’s Lonely Man, non si parla di malinconia da risolvere, si parla di una condizione esistenziale che non ha rimedio facile. Due delle quattro tracce sono cover, e anche questa scelta diventa dichiarazione di poetica. I See a Darkness, brano di Bonnie “Prince” Billy, già resa celebre da Johnny Cash e, più di recente, inclusa da Rosalía nel suo Los Ángeles del 2017, viene affidata a Perfume Genius, la cui voce porta con sé anni di confessioni a fior di pelle. Computer Love dei Kraftwerk, con Laurie Anderson, trasforma un classico della freddezza elettronica in qualcosa di stranamente caldo e perturbante insieme: la macchina che cerca amore, o l’umano che si scopre macchina. La scelta di questa canzone suona quasi profetica.

Eppure nulla di tutto ciò risulta derivativo. Spesso si liquida il riuso alla mancanza di originalità, come se l’unica forma legittima di creatività fosse quella che nasce dal nulla. Il postmoderno, inteso non come categoria accademica ma come condizione in cui siamo immersi quotidianamente, ci ha insegnato che il nulla non esiste: ogni cosa nasce da qualcos’altro, ogni canzone porta in sé i suoni che l’hanno preceduta. Il punto non è la citazione in sé, ma il come e il perché si cita. Calvi cita per approfondire, ci trascina sul fondale delle onde sonore nere, verso strati di significato che la versione originale forse intuiva ma non aveva ancora raggiunto. In questo senso, Is There All There Is? è un EP che sa esattamente cosa vuole essere: un atto di scavo. In un’epoca in cui tutto scorre in superficie, scegliere la profondità è un gesto sovversivo. Is There All There Is? La risposta implicita è no. C’è sempre un livello più in basso. C’è sempre qualcosa da attraversare ancora.

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