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The Fray e il tempo necessario per ricominciare

The Fray, dodici anni dopo, ci raccontano la sfida di ricominciare con “A Light That Waits”: un album nato dalla voglia di esplorare nuove strade, tra il peso del passato e il ritorno dal vivo in Italia


L’aspetto più interessante di A Light That Waits non è soltanto che arriva dodici anni dopo l’ultimo album dei The Fray. È che, per la prima volta, Joe King, Dave Welsh e Ben Wysocki (che arriveranno in Italia in concerto il 5 novembre al Fabrique di Milano) firmano insieme tutti gli undici brani. Non hanno cercato una formula da riattivare: hanno rimesso mano al proprio lessico, alla propria idea di sound, anche quando questo voleva dire restare in una stanza senza un’idea pronta e vedere che cosa sarebbe successo. Da una sessione finita prima del previsto è nata la traccia My Heart’s a Crowded Room, uno dei primi brani completati per il nuovo album. Una sessione di registrazione terminata prima del previsto, la decisione di non recuperare un’idea già pronta e la possibilità di lasciarsi sorprendere dalla musica. In un certo senso, è da lì che ripartono anche i The Fray. A Light That Waits è il primo full-length della band dopo l’uscita di Isaac Slade, storico frontman e cofondatore, avvenuta nel 2022. Un passaggio importante, che Joe King, oggi alla voce, Dave Welsh alla chitarra e Ben Wysocki alla batteria affrontano senza trasformare il passato in un monumento, ma nemmeno rinnegandolo. In questa intervista si parla delle canzoni che fanno ancora fatica a cantare, di quelle che ormai appartengono a chi le ha fatte proprie e della sorpresa di scoprire che Look After You continua a raggiungere nuove generazioni attraverso TikTok. È un dialogo in cui la memoria non diventa mai nostalgia fine a sé stessa: serve piuttosto a capire dove si trova oggi la band e, soprattutto, dove vuole andare.

Quando avete iniziato a parlare di nuovo dei The Fray, realizzare un album era già parte del piano, oppure sono state le canzoni a darvi il motivo per andare avanti?
Dave Welsh: La nuova musica ha sempre fatto parte del piano. Non eravamo del tutto sicuri che avrebbe funzionato, ma l’idea di tornare a scrivere c’era fin dall’inizio. L’incertezza era reale, però era chiarissima l’intenzione di provarci.

Il titolo A Light That Waits porta con sé un senso di attesa e di pazienza. Non promette una via d’uscita facile: suggerisce qualcosa che esiste già, ma che forse non si è ancora pronti a vedere. Quel significato era presente fin dall’inizio o lo avete compreso mentre realizzavate il disco?
Dave Welsh: L’idea è nata mentre lavoravamo alla canzone. A livello di testi, stavamo giocando con alcune parole legate a quell’immagine, sopra un’altra musica, ma non era ancora qualcosa di definito. Poi il brano ha iniziato a prendere forma e ci è sembrato molto vicino al punto in cui eravamo come band. Oggi scrivere ci sembra più una scoperta che una costruzione: abbiamo ritrovato sensazioni, melodie e idee che forse erano lì da tempo, ma che per noi erano ancora inesplorate.

Tutti e undici i brani del disco sono accreditati a voi tre come coautori. Dopo tanti anni di reciproca collaborazione e conoscenza, che cosa avete scoperto tornando a scrivere canzoni insieme da zero?
Ben Wysocki: In realtà non avevamo mai scritto una canzone soltanto noi tre: c’era sempre qualcun altro coinvolto. Per questo, anche se ci conosciamo da una vita, è stato come fare qualcosa di inedito. Ti guardi intorno e ritrovi compagni di sempre, ma il lavoro ha un’aria diversa. Abbiamo lavorato anche con collaboratori nuovi, o con cui avevamo condiviso poco in passato, e questo ha portato idee ed entusiasmo nuovi.

C’è un brano che racconta al meglio questo processo di creazione e composizione tutto vostro?
Ben Wysocki: My Heart’s a Crowded Room è stato uno dei primi brani a essere completati. Avevamo prenotato una sessione di registrazione per un altro pezzo e abbiamo finito prima del previsto. A quel punto qualcuno ha proposto di non tirare fuori un’altra idea già pronta, ma di cominciare davvero da niente. All’inizio era un po’ strano: non avevamo nulla da cui partire, quindi abbiamo semplicemente iniziato a suonare. In un giorno e mezzo la canzone è venuta fuori così, cercando di afferrare qualcosa che non era ancora nell’aria. Dopo tutti questi anni di carriera, sentire che la musica poteva ancora portarci in una dimensione inattesa è stato davvero emozionante.

Nella tracklist appare anche Songs I’d Rather Not Sing: un titolo che sembra quasi una contraddizione, nel dare una melodia a qualcosa che forse preferiresti tenere in silenzio. Una volta conclusa, vi ha aiutati a lasciare andare quella sensazione oppure vi ha permesso di attraversarla per scoprirne l’altra faccia?
Dave Welsh: Probabilmente entrambe le cose. Mettere un sentimento in una canzone non lo cancella, ma gli dà una forma con cui fare i conti. Nel disco c’è un brano particolarmente intimo, attraversato da un’esperienza dolorosa, che al termine della scrittura sembrava ancora difficile da consegnare al pubblico: pubblicarlo avrebbe significato doverlo cantare e tornarci dentro, sera dopo sera. È la doppia faccia di Songs I’d Rather Not Sing: esprimersi può essere necessario, ma non per questo meno esposto.

Con un cambiamento così importante nella band, le canzoni del vecchio repertorio avrebbero potuto facilmente segnare la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Quando avete ricominciato a suonarle, c’è stato un momento in cui siete riusciti a conservarne intatto il nucleo emotivo, dandogli il respiro di questa nuova versione dei The Fray?
Ben Wysocki: L’auspicio è che, a un certo punto, le canzoni smettano di appartenere soltanto a chi le ha scritte. Nascono da un’ispirazione precisa, ma, a ogni ascolto, entrano nelle vite altrui e finiscono per accompagnare ricordi, passaggi e bisogni che non coincidono più con quelli di partenza. Quando siamo tornati sul palco, molte di quelle canzoni avevano già compiuto questo percorso: occupavano un posto nella memoria del pubblico. Per questo riprenderle è stato più naturale del previsto. Non si trattava di riappropriarsene, ma di rimetterle in circolo.

Dodici anni sono un tempo lunghissimo nella musica. In questo periodo, nuovi artisti e nuove scene pop-rock hanno cambiato il modo di intendere la musica con le chitarre, la scrittura e perfino l’idea stessa di band. Mentre realizzavate A Light That Waits, ci sono stati artisti o scene più recenti che vi hanno ispirato o vi hanno fatto guardare alla vostra musica in modo diverso?
Dave Welsh: Siamo sempre nella fase di assorbimento musicale, anche se ci sono periodi in cui ascoltiamo quasi nulla e altri in cui ascoltiamo tutto. I The War on Drugs sono tra i primi nomi che ci vengono in mente. Scoprirli tra l’ultimo disco dei The Fray e questo è stato cruciale: riescono a creare una specie di trance ritmica, di atmosfera evocativa. Questo tipo di pattern è entrato molto anche nel nostro nuovo album. Poi, di recente, abbiamo visto i Twenty One Pilots a Columbus, nella loro città, davanti a un pubblico enorme. La loro musica è molto diversa dalla nostra, ma ci ha colpito il modo in cui hanno dato tutto per tre ore, senza chiedere nulla in cambio al pubblico. Con una musica così emotiva, vederli dal vivo è stato molto potente. Siamo diventati fan da poco, ma siamo già grandissimi fan.

Siete emersi in un mondo musicale molto diverso: radio locali, tour, MySpace, persone che si passavano i CD. Oggi brani come Look After You vengono scoperti attraverso TikTok e i social. Che cosa vi ha sorpreso di più nell’incontro con questo pubblico più giovane?
Dave Welsh: Ci sorprende quasi tutto, perché è un mondo nuovo. Certo, non siamo così vecchi, ma sappiamo benissimo che mentre la band era ferma sono nati gruppi che hanno persino raggiunto gli stadi. Sono cambiati i formati, le modalità di pubblicazione e la relazione immediata con chi ascolta. All’inizio del nostro percorso, un contatto così diretto con il pubblico sarebbe stato difficile perfino da immaginare. Che Look After You possa oggi essere scoperta su TikTok da chi non era ancora nato quando è stata scritta dice più di molte analisi sul modo in cui circola la musica. Un tempo c’era la radio, oggi ci sono piattaforme diverse; ciò che conta è la capacità di una canzone di trovare ancora qualcuno. Poi il nostro lavoro è far sì che quell’incontro avvenga dal vivo.

Parlando invece del vostro pubblico storico, tornare dopo una lunga pausa e con un cambiamento così importante nella band significava non poter sapere davvero come avrebbe reagito. Che cosa vi ha dimostrato più chiaramente che le persone non stanno tornando soltanto per nostalgia, ma sono disposte ad andare avanti con voi?
Dave Welsh: La scorsa estate ha dato un primo riscontro. Le date del 2025, dedicate all’anniversario del primo disco, avevano inevitabilmente il segno della nostalgia. Quest’anno, invece, il ritorno sul palco aveva un’altra posta in gioco: non celebrare un passato, ma capire se ci fosse ancora un presente da condividere. Le risposte non sono state identiche ogni sera, ma l’affluenza e il calore incontrati in più di una data hanno superato le attese. È da lì che è arrivata la fiducia per il passo successivo.

Siamo certi che quella stessa sensazione di andare avanti insieme sarà presente al Fabrique di Milano il prossimo 5 novembre, in occasione della vostra data italiana. Che cosa vi lega all’Italia e, in particolare, al vostro pubblico italiano?
Ben Wysocki: Sarà il primo vero concerto dei The Fray da headliner in Italia. Anni fa eravamo passati per un evento di MTV, ma era un’altra situazione: non c’era un pubblico che acquistava un biglietto per vederci dal vivo. Abbiamo suonato molto in Europa e nel Regno Unito, tornando spesso nelle stesse città. Milano, invece, è una tappa ancora tutta da scoprire e proprio per questo ha un valore speciale all’interno dell’Autumn Light Tour.

HEYJUDE Magazine è media partner ufficiale del concerto

The Fray
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