Cult Musica

La storia delle quattro copertine che hanno cambiato il visual design

Joy Division, Unknown Pleasures

Una pulsar è una stella di neutroni o, per meglio dire, un fascio di onde radio. Ce n’è una in particolare, scoperta nel 1967 da Jocelyn Bell Burnell che si chiama pulsar CP 1919. Peter Saville invece è quello che oggi chiameremmo graphic designer e non credo sapesse molto di fisica, tuttavia c’è una sottile linea rossa, o forse in questo caso meglio dire una sottile linea bianca luminosa, che connette questo dipendente della Factory di Manchester del reparto visual design a quella stella di neutroni. Tutto nasce da un’immagine trovata sulla Cambridge Encyclopaedia of Astronomy, i membri dei Joy Division non sanno cos’è, ma la rappresentazione di quel fenomeno celeste li attrae tanto da volerla utilizzare come artwork per il loro primo album in studio, Unknown Pleasures. La versione riportata sulle pagine del volume è bianca con le linee nere, ma Saville ha l’intuizione di invertire i colori per rendere meglio il concetto di sideralità. Ian Curtis e soci non sono d’accordo, ma alla fine la spunta il designer. Diventerà una delle cover più iconiche della storia della musica, veste perfetta per un album gotico e sognante, etereo e graffiante che apre le porte, anzi, sfonda le dighe del mondo musicale fin lì conosciuto.

Nirvana, Nevermind

Kirk Weddle è un fotografo acquatico. Quando arriva la commissione professionale che gli cambierà la vita ovviamente non lo sa. Nel frattempo Rick e Renata Elden sono da poco diventati genitori di Spencer (nello specifico da 4 mesi). Kurt Cobain ha da sempre avuto una attrazione quasi patologica verso il corpo umano, in particolare verso il tema della nascita e dell’evoluzione corporea. Nel lasso di tempo che anticipa la pubblicazione di Nevermind, Kurt si appassiona alla pratica del parto in acqua, di cui ha visto qualche documentario in TV. Chiede a Kirk di realizzare uno shooting che riesca a concentrare tutto quel mondo che tanto lo affascina, rileggendolo in chiave meno cruda. Kirk accetta e alla fine reclutano quattro neonati per prender parte allo shooting in piscina, a Pasadena, nella California meridionale. L’idea è di immergere il corpo in acqua per bloccare l’adrenalina del tuffo e dell’esperienza inedita del bambino in una istantanea. Tra i quattro soggetti c’è anche Spancer e, ironia della sorte, lo scatto finale è proprio uno di quelli che lo vede protagonista. Il reparto grafico della Geffen aggiungerà in seguito l’iconico dollaro appeso all’amo e proverà a far censurare i genitali di Spancer con l’aerografo, trovandosi contro un muro chiamato Kurt Cobain, che dichiarò in seguito: «Chi poteva sentirsi offeso dall’immagine del pene di un neonato, probabilmente doveva essere un pedofilo represso». A Spencer vennero riconosciuti 150 dollari, una cornice col riconoscimento di Nevermind a triplo platino e più di qualche trafiletto nei libri di storia della musica, della fotografia e del visual design. Malgrado ciò, i diritti, e le conseguenti royalties dello scatto, non furono mai attribuiti (neppure in minima parte) al protagonista.

Beatles, Abbey Road

Si sarebbe dovuto chiamare Everest, come la marca di sigarette che fumava il fonico dei Beatles. Ma per comodità, i quattro di Liverpool decisero di scattare la foto di copertina proprio di fronte all’omonimo studio di incisione. Indubbiamente più agevole. È l’8 agosto 1969, sono le 11:30 e la polizia ha fermato il traffico per pochi minuti. Iain Macmillan sale su una scala per avere una visione più completa della strada e delle strisce pedonali. Preme per sei volte il pulsante di scatto della sua Hasselblad. Solo sei volte. È il quinto a passare alla storia. Il più simmetrico, con i Beatles che attraversano da sinistra verso destra, nel rispetto di ogni legge gestaltica. Nei primi due Paul indossa dei sandali, ma nello scatto scelto lui è completamente scalzo. Secondo molti per indicare che egli era morto in precedenza e che quel McCartney è un sosia. Un sosia destrorso (Paul McCartney è mancino), che infatti tiene la sigaretta tra le dita della mano destra. Il maggiolino è un WV bianco targato LMW 28IF (secondo alcuni le prime tre lettere sono l’acronimo di “Linda McCartney weeps”, ossia “Linda McCartney piange”) mentre 28IF (letteralmente “28 se”) indicherebbe l’età che avrebbe avuto il vero Paul. I conti non tornano ma secondo il culto indiano il conteggio dell’età tiene conto anche dei nove mesi di gravidanza della madre. In quel caso, tutti i simboli sarebbero al loro posto. Abbiamo in conclusione il furgone della Polizia: talmente iconico che gli Oasis, nella copertina di Be Here Now, utilizzarono lo stesso numero di targa per la Roll Royce che si trova nella piscina. Questi sono solo alcuni degli aneddoti relativi a quella che per molti è la copertina più iconica della storia della musica.

Velvet Underground, The Velvet Underground & Nico

“Peel slowly and see”. Non tutti conoscono questo slogan, eppure si trovava posto accanto ad uno dei simboli più rilevanti della cultura popolare contemporanea. Letteralmente “sbuccia lentamente e guarda”, era uno dei tre elementi unici presenti nella primissima versione della copertina del cosiddetto “banana album” dei Velvet Underground; gli altri due, appunto, una banana e la firma dell’autore, un certo Andy Warhol. Ora molti di voi staranno pensando di essere stati così superficiali per qualche decennio da non accorgersi di questa scritta (accompagnata peraltro da una freccia nera ad indicare l’estremità superiore del frutto). La verità è che (con buona probabilità) non avete colpe. La versione appena descritta, infatti, è stata tolta dal mercato dopo un breve periodo. In primis perché quella copertina aveva un particolare meccanismo che permetteva effettivamente di sbucciare la banana mostrando all’interno il frutto di un particolare rosa shocking (chiara allusione al membro maschile), e questo, più che scandalizzare, alzava il prezzo del disco, scoraggiandone l’acquisto. In secondo luogo perché sul retro c’era uno scatto non autorizzato, ma questa è un’altra storia. Torniamo al fronte. Nelle successive ristampe scompare la pellicola da sbucciare e viene inserito il nome della band. Di fatto il prodotto da totalmente artistico diventa commerciale. Ma se c’è una corrente artistica in grado di coniugare questi due mondi, è senz’altro la pop art, di cui lo stesso Warhol è probabilmente il massimo esponente. Di una cosa, ad ogni modo, abbiamo la certezza: che The Velvet Underground & Nico (per gli amici “Banana Album”) sia una pietra miliare della storia della musica e della visual art, un pezzo da museo che entra nelle case.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.