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L’inside di Bo Burnham è un interno da cui è impossibile uscire

Bo Burnham: Inside, ibrido tra un film e uno speciale di stand-up comedy, è il one man show del comico Bo Burnham, unico attore ma anche scrittore, regista e montatore di quella che è apparentemente la cronaca di un isolamento da lockdown che tutto il mondo ha in diversi modi sperimentato. Un film che quindi dipinge un’epoca, ma non solo l’epoca del Covid-19; dopo aver discusso di Instagram con mio padre, classico boomer attivo su Facebook, ho iniziato a pensare ai social network come a delle vetrine narcisistiche, e quello che Burnham mette in scena nella sua opera è esattamente il voyeurismo solipsistico e alla base egocentrico che la pandemia ha esasperato ma non creato. L’inside di cui parla Burnham non è solo l’interno della sua stanza – e per estensione di tutte le stanze che abbiamo angosciosamente abitato nei mesi del lockdown – ma l’interno di uno smartphone, l’immaginario non di una generazione ma di un’intera società per cui il mondo esterno, prima di essere rimpianto durante la pandemia, stava già perdendo terreno in favore di una virtualità dell’eterno presente, che tutto mostra e tutto appiattisce.

In Inside, quelli che sono insistentemente e parodisticamente presentati come contenuti – dai profili delle influencer bianche ai post di condanna sociopolitica, dai discorsi dei motivators alle comunità di Twitch – scorrono davanti agli occhi di uno spettatore sempre più alienato come scorre la bacheca di Tik Tok, ormai da tutti definito il social del futuro. Burnham è ben conscio dell’ampia portata del suo discorso e assume una satirica estetica cristologica, subito intuibile dal modo in cui porta i capelli e inconfondibile quando, nel segmento in cui parodizza la sua stessa difesa dalle accuse di politicamente scorretto, si mette a tutti gli effetti in croce. Burnham, consapevolmente e ironicamente, si mostra dunque come il profeta di una generazione trasversale – tutti sono colpiti, dai boomers ai tiktokers, una generazione che ha il mondo a portata di click e proprio per questo lo appiattisce in una serie di informazioni e piccoli spettacoli che, nonostante siano frutto del lavoro di content creators, non fanno che mostrare quanto questi stessi contenuti siano interscambiabili e quindi di fatto inesistenti. Il moralismo, sempre dietro l’angolo quando si porta avanti una condanna a un sistema di cui si è parte attiva, è evitato nel finale, in cui lo stesso Burnham, rinunciando all’autoconsapevolezza con cui ha accompagnato lo spettatore per tutto lo show, si mostra come pezzo di questo contraddittorio ingranaggio in cui guardare l’altro non è diverso da guardare sé stessi.

L’inside di Burnham è un interno da cui è impossibile uscire: il film è a tutti gli effetti una vetrina narcisistica, un intrattenimento ostentato che può essere coerentemente fruito come uno dei miliardi di contenuti virtuali che durante la quarantena hanno mostrato tutta la loro inquietante autonomia rispetto alla realtà. Alla fine, tuttavia, un contenuto traspare, anche se continuamente eclissato dietro ai falsi contenuti di cui si fa medium, ed è proprio il talento di Burnham, mente e corpo di un anti-Hamilton ipermediale. Quel talento vecchio stile, che riesce a nascondere una tecnica ferrea dietro a una performance fluida e apparentemente disimpegnata (si pensi al celebre numero “Make ‘Em Laugh” in Cantando sotto la pioggia, 1952), è esattamente quello che si fa ormai sempre più difficile da concepire in una realtà in cui a molti content creators – sarà una critica banale ma sempre attuale – a mancare è proprio il talento

Lucia Ferrario
Autore

Classe ‘98, cinefila compulsiva che quando parte "My Way" alla fine di "Goodfellas" si sente come Alex mentre ascolta Ludovico Van.