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“Schumacher” è la schietta epopea di un campione senza tempo

Fin dall’alba dei tempi gli anziani narravano ai più giovani le imprese di uomini straordinari con il fine di istruirli ma soprattutto ispirarli. Una sola cosa però accomuna Achille ad Ulisse ad Artù e compagnia; il fatto che, per quanto questi eroi fossero straordinari (ben lungi però dall’essere perfetti), si son dovuti tutti, prima o poi, inchinare di fronte a qualcosa di più grande, la caducità della vita o, in maniera più epica, alle bizze del fato. Non esiste l’uomo perfetto, non esiste l’uomo invincibile. Il docufilm Schumacher prodotto da Netflix e realizzato con il sostegno della sua famiglia appare una versione del XXI secolo di tutto questo. La storia di uno sportivo che ha ispirato – soprattutto nel nostro paese – le persone, puntando con ogni sua forza ed in ogni momento alla perfezione, «non potendo accettare da me stesso nulla di meno», afferma lui. Un uomo che ha perciò dei pregi, di cui però non vuol parlare, «perché sembrerei arrogante» e delle debolezze, di cui pur non vuole dirci nulla perché «devono essere gli altri a scovarle». La schietta ed emozionante epopea di un campione senza tempo comincia con lui che, figlio di una famiglia non certo agiata, raccoglie dai cestini le ruote dei kart scartate dai suoi rivali, battendoli poi in pista con quelle, fino alla compiuta trasformazione nell’asso pigliatutto, il Kaiser che tutti noi conosciamo. Si è dovuto sudare tutto Michael, dal kart alla F1, fino al suo primo titolo mondiale, spalla a spalla con Hill, per poi cedere (nel 1996) quella vetta straordinariamente ambita e faticosamente conquistata per inseguire una favola, una sfida ancor più grande. Riportare in Paradiso la Ferrari dopo due decenni trascorsi tra Inferno e Purgatorio.

«Come ha potuto vincere una gara con quella macchina nel 1996?», si chiede ancora a distanza di anni Eddie Irvine, che la Ferrari quell’anno l’ha guidata tastandone con mano tutti i suoi difetti, sottolineando l’asperità dell’impresa in cui Michael si era gettato. La Ferrari lentamente cresce ma le sue imprese non sono mai sufficienti a riportare lui e la Rossa sul tetto del mondo. L’eroe ha sofferto (rompendosi una gamba a Silverstone 1999), ha sbagliato (speronando Villeneuve nell’ultimo atto del mondiale 1997), ha espiato (come dimostra il crollo nervoso avuto in conferenza stampa a Monza nel 2000) ma non ha mollato, anche quando, come afferma Jean Todt, «si iniziò a pensare che lui non fosse l’uomo giusto per la Ferrari». Cinque anni di epiche “fatiche” vengono finalmente ricompensate una mattina di ottobre del 2000 quando a Suzuka Schumacher ha riconquistato quella vetta da cui si era volutamente separato, risvegliando entusiasmi sopiti in Italia da oltre 21 anni. L’eroe, più forte che mai, poiché temprato dalla sofferenza, ha l’occasione di inaugurare un’età dell’oro, per dirla sempre al modo degli antichi, firmando una delle strisce vincenti (2000-2004) più impressionanti della storia dello sport. Poi il fato fa nuovamente capolino a Meribel. Rimane difficile descrivere la moglie Corinna, con le lacrime agli occhi, ricordare quel 29 dicembre 2013 sulla neve. «Non solo a me ma a tutti manca Michael – dice lei – Michael è diverso ma è qui», ci tiene però ad affermare con la voce rotta. È vero, Michael ci manca. Simbolo più che di fragorose vittorie sportive di una solida certezza che ha accompagnato e scandito le vite di migliaia se non milioni di persone. Un rifugio, uno svago dalla vita o forse, semplicemente, Michael.

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