Recensioni cinema

“Red”: come infrangere i tabù mainstream della femminilità

Red, venticinquesimo lungometraggio targato Pixar, è il primo progetto del colosso californiano interamente scritto e diretto da una donna, la cino-canadese Domee Shi, che aveva lavorato come storyboard artist per cult come Inside Out, Gli Incredibili 2 e Toy Story 4. Negli ultimi anni, il mondo del cinema si sta finalmente aprendo e proporre al pubblico un punto di vista femminile, investendolo di un ruolo protagonista e non più complementare o ausiliario, è ormai una necessità. Per fondare un nuovo e finalmente attuale repertorio di personaggi femminili raccontati da donne, il linguaggio ideale è quello del coming-of-age, genere che, se ben sfruttato, può comunicare in modo universale con un pubblico amplissimo, come dimostra il successo di film come Lady Bird (Greta Gerwig), Shiva Baby (Emma Seligman) e Frances Ha (diretto da Noah Baumbach ma scritto di nuovo con Gerwig), pellicole che mostrano i cambiamenti affrontati da giovani donne nelle rispettive età dell’adolescenza, della prima giovinezza e dell’inizio della maturità.

Domee Shi adotta uno sguardo simile e lo sposta su una fase della vita poco frequentata dal cinema, quella della pubertà, fase difficilissima che porta a radicali cambiamenti emotivi e anche fisici. Il cambiamento più rappresentativo e traumatico di questa età – evocato ancora meglio dal titolo originale, Turning Red – è anche uno dei più grandi tabù rimasti nella narrazione mainstream della femminilità: si tratta il ciclo mestruale, che Shi, con coraggio e ironia ma soprattutto con empatia e realismo, decide di mettere al centro della sua narrazione. Il cambiamento che sconvolge la vita di Mei Lee, la giovane protagonista, è rappresentato da un gigantesco panda rosso di cui la ragazzina prende involontariamente le sembianze. Questa metamorfosi si scopre presto essere un incantesimo di protezione di un’antenata cinese, incantesimo che però, con il trasferimento in Canada della famiglia, si è trasformato in una maledizione: le difficoltà di adattamento della pubertà si legano dunque al problema dell’eredità culturale delle seconde generazioni, creando una metafora ancora più complessa che racchiude una problematica sempre più diffusa nel mondo contemporaneo e vissuta in prima persona dalla regista, nata in Cina ma emigrata in Canada a soli due anni.

Il grande merito di Red, oltre a un uso attualissimo dell’animazione CGI, è quello di riuscire a raggiungere un pubblico di preferenza sì femminile, ma quanto più globale possibile, sfruttando un tema tanto taciuto quanto di primo piano per un grandissimo numero di persone. Lo sconvolgimento fisico delle mestruazioni è l’aspetto più plateale dei disagi che la pubertà porta con sé, ma questa trasformazione si fa simbolo di sentimenti comuni anche a chi il ciclo non lo sperimenta: il senso di inadeguatezza, causato sia dalle prime pulsioni erotiche ed emotive sia dal rapporto di amore-odio con la figura genitoriale, l’ansia creata dalle prime gerarchie sociali degli ambienti scolastici e la profondità delle prime grandi amicizie sono infatti emozioni comuni a tutti i generi e a tutte le generazioni. L’aspetto transgenerazionale della trama è evidentissimo, dal momento che il target del film è la generazione Z, ma l’ambientazione storica è quella del 2002: molto intelligente in questo senso la scelta di affidare la composizione delle canzoni dei 4*Town, rappresentazione degli idoli di vent’anni fa, a Billie Eilish e Finneas O’Connell, espressione dei gusti degli adolescenti di oggi. 

Lucia Ferrario
Autore

Classe ‘98, cinefila compulsiva che quando parte "My Way" alla fine di "Goodfellas" si sente come Alex mentre ascolta Ludovico Van.