recensioni cinema

“The Gray Man” è un’opera-algoritmo cucita addosso ai bicipiti di Ryan Gosling

Dopo essersi affermati nel mondo delle serie TV, Anthony e Joe Russo sono entrati nel firmamento di Hollywood grazie ai Marvel Studios, per i quali hanno diretto due Capitan America, Avengers: Infinity War e soprattutto Endgame, il secondo film con l’incasso più alto della storia del cinema. Solo per i due film degli Avengers, il budget complessivo messo a disposizione dei fratelli è stato di 672 milioni di dollari: soldi ben spesi, dati gli incassi. Non può dunque stupire che Netflix, per decidere a chi affidare i 200 milioni di dollari investiti nel loro progetto ad oggi più costoso, abbia puntato proprio sui due fratelli dalle uova d’ora. Prima di The Gray Man, il film più ambizioso mai realizzato dalla piattaforma era Red Notice, commedia action con il divo Dwayne Douglas Johnson e i supereroi Gal Gadot e Ryan Reynolds, attualmente al primo posto tra i film più visti di sempre su Netflix.

Al nono posto della classifica troviamo un’altra mega produzione della piattaforma, 6 Underground di Michael Bay, con di nuovo Reynolds protagonista e inseguimenti frenetici a farla da padroni. Squadra che vince non si cambia, ed è quindi ovvio che Netflix, per battere i propri record, abbia scommesso sull’azione, sul cast e sulle garanzie di nomi legati a grandi incassi. Da questa ovvia formula nasce The Gray Man, action movimentatissimo cucito addosso ai bicipiti di Ryan Gosling, con Chris Evans che riprende il suo ruolo di Knives Out, Ana de Armas che ci ricorda la sua già iconica comparsata in No Time To Die e il duca di Bridgerton che cerca di ampliare ulteriormente il target di riferimento. L’ultimo capitolo di James Bond, caratterizzato come gli altri dai continui spostamenti in ogni angolo del globo, è solo il più evidente tra i punti di riferimento che costituiscono la sola linfa vitale di questa opera-algoritmo, riassumibile come un film degli Avengers nel mondo di 007 con le tute di Squid Game e le corse in macchina di Michael Bay.

Tutto succede e tutto viene dimenticato a poche ore dalla fine della visione: l’azione roboante è talmente insistente da diventare anestetica, l’ovvio finale lieto ma non lietissimo giunge con la promessa di numerosi sequel, ogni personaggio e ogni situazione hanno il retrogusto di già visto che porta anche il pubblico meno esigente a storcere il naso. The Gray Man, al primo capitolo, è già una di quelle saghe giunte al sesto o settimo film, quelle che tutti vedono per dimenticarsene e parlarne male, con la differenza che in questo caso, data l’estrema brevità della distribuzione in sala, l’ampia visibilità non si tradurrà in ossigeno per il botteghino. A conti fatti, la cosa più memorabile di The Gray Man, tanto perfettamente congegnato quanto scialbo, è una battuta in cui Chris Evans definisce Ryan Gosling un “Ken”, ovvio riferimento al Barbie di Greta Gerwig attesissimo per l’anno prossimo. È sufficiente a definire ben investiti quei famosi 200 milioni di dollari? Domanda retorica. Qual è il talento dei fratelli Russo, oltre a saper gestire (anonimamente) budget elevatissimi? A quanto pare, nessuno.

Lucia Ferrario
Autore

Classe ‘98, cinefila compulsiva che quando parte "My Way" alla fine di "Goodfellas" si sente come Alex mentre ascolta Ludovico Van.