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“The Playlist” non è il nuovo “The Social Network”, ma un’occasione persa

Un “The Social Network” di David Fincher che non funziona, una specie di “Il capitale umano” di Paolo Virzì senza empatia e dall’intreccio vacuo, nonostante gli anelanti protagonisti che guidano a loro modo il pilot.

Se oggi il colosso della musica streaming Spotify ha raggiunto più di 400 milioni di utenti non è stato grazie ad un percorso propriamente lineare, bensì grazie alla tenacia di un gruppo di giovani imprenditori svedesi. Il primo decennio degli anni Duemila era costellato da frequenti battaglie tra case discografiche e la nascente pirateria illegale che ambiva al fruire senza costi qualsiasi traccia musicale. La discografia stava vivendo un forte periodo di crisi. «Che cosa è la musica in realtà?», si domanda il ventitreenne Daniel Ek (Edvin Endre, conosciuto soprattutto per aver ricoperto il ruolo di Erlendur in Viking) l’artefice dell’ambizioso progetto e uno dei protagonisti di The Playlist, la nuova miniserie di Netflix. La risposta a tale quesito ci viene fornita dalla voce narrante dello stesso Ek: «Tecnicamente parlando è una serie di suoni messi insieme per creare una reazione nella mente umana». Ma è una definizione universale? Tutti la pensano da tale punto di vista? Puntata dopo puntata ne emerge una sorta di passaggio di testimone e scambio di ruoli che mostra le vicende filtrate dalla mente di un’imprenditore, di un artista, di un avvocato, del partner, del programmatore (la parte che sembrerebbe funzionare maggiormente rispetto alle altre) e dallo stesso creatore visionario. Non a caso, l’angolo visuale dal quale lo spettatore legge la trama cambia, capovolgendo le prospettive e concentrandosi sulla versione, ad esempio, di Sondin, classificato come antagonista precedentemente.

Le voci narranti che si interscambiano man mano il procedere degli episodi accompagnano per le sei puntate dirette dal regista norvegese Per-Olav Sørensen, il quale si è ispirato al saggio Spotify Untold di Sven Carlsson e Jonas Leijonhufvud, entrambi giornalisti di Swedish Dagens Industri, nato dal risultato di centinaia di interviste agli stessi protagonisti. Il background è quello di un forte cambiamento che è alle porte, sicuramente inevitabile. Sulla scia dei naturali mutamenti culturali e sociali, aggravati dai gap generazionali, risulta investita dal subbuglio anche la modalità di fruire tracce musicali. Il 2006 sancisce lo spartiacque per un cambiamento epocale: tutto sarebbe diventato gradualmente digitale. Pertanto, Stoccolma è l’ambientazione terrena delle vicende, ma inizierà pian piano a farsi da parte alla luce di una trasformazione cui terreno immateriale è il web. Sfidare il sistema, ecco la partenza. Così, la “vision”, come il titolo della puntata pilota, sembra chiara e cristallina; musica, discoteche, codici binari ed uffici sono il panorama sul quale si stagliano i personaggi, tra cui Martin Lorentzon (Christian Hillborgm, che ha recitato in Fleabag), braccio destro di Ek e al resto del sempre più corposo team. Tuttavia lo scorrere degli eventi è ambiziosamente repentino, spesso la chiave che apre le porte alle soluzioni è di un’intuizione estremamente semplice, come nel momento in cui Ek riesce ad avere un colloquio con l’irraggiungibile Per Sundin della Sony Music Sweden aiutando la sua segretaria a risolvere un problema col firewall delle mail.

Un The Social Network di David Fincher che non funziona, una specie di Il capitale umano di Paolo Virzì senza empatia e dall’intreccio vacuo, nonostante gli anelanti protagonisti che guidano a loro modo il pilot; i fulminei cambi di sequenza, le rotanti steadycam cercano di riempire i vuoti e i veloci salti in avanti, ma non è abbastanza a garantire credibilità. Insomma, il risultato non è efficace neanche nella metamorfosi e (sopratutto) maturazione dei personaggi. Alcuni di loro, resi in principio fondamentali e componenti immancabili, si dissolvono nello scorrere della trama; o rimangono statici e inflessibili, lasciando il compito di far intuire la loro evoluzione ad un dialogo che sembra letto dal copione per la prima volta. Sono eccessive le coincidenze per arrivare a percepire che l’innesco della bomba la quale stanno cercando di far esplodere non riguarda i gestori delle case discografiche, ma i loro figli rappresentanti la nuova generazione; estremamente immediato il variare delle idee, delle opinioni e i cambi di rotta. Troppe poche parole per far breccia così a fondo su coloro che non sembrano propensi ad un cambio di rotta, a sovvertire lo status quo, ma sopratutto a capire che «Spotify è un jukebox digitale»: un connubio tra passato e futuro. A quanto pare la direzione di Sørensen e la scrittura di Christian Spurrier sono alquanto bramosi, si spingono oltre il tempo, attuano una vanagloriosa previsione del futuro prossimo proprio come lo erano primi passi di Spotify. Il destino della piattaforma coinciderà con gli esiti pronosticati?