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Nick Cave, un profeta messo a nudo

Cosa succede se togli tutto e lasci solo Nick Cave, nel suo immancabile abito nero, la sua figura esile seduta davanti al piano, a suonare per due ore e mezza?

Sembra una valanga: una massa inarrestabile di corpi pronta a travolgere tutto pur di avvicinarsi a Nick Cave. Come uno stormo in delirio, centinaia di persone si lanciano verso il palco, entusiasmate dalla voce che correva già di bocca in bocca: «Ieri sera ha fatto salire il pubblico su Push the Sky Away». In questa seconda data romana, tutti vogliono essere parte del rituale. Ma lui, con un unico cenno della mano, li ferma. Non impaurito, soltanto vigile. Uno sciamano non alza la voce: basta un gesto per placare la marea. Poi, con tono pacato, sussurra: «Questa potete cantarla con me». L’estasi diventa così preghiera; il concerto si raccoglie in un’aura quasi liturgica, una giusta e laica venerazione. La prima volta che vidi Nick Cave fu al Primavera Sound 2018, con i Bad Seeds. Anche allora fece salire sul palco centinaia di ragazzi, sempre sulle note di Push the Sky Away, ma l’atmosfera era tutt’altra: un tripudio febbrile, un finale da concerto punk. Warren Ellis mulinava l’archetto sul violino con una furia tale da farlo sembrare sul punto di prendere fuoco, mentre Cave mostrava il suo lato più dionisiaco: demiurgo capace di trasformare il caos in una festa collettiva grandiosa. In una calda serata romana di fine luglio non c’è bisogno di tutta quell’energia, di quel clamore: basta un pianoforte, la sua voce e il basso discreto di Colin Greenwood a colorare qualche brano.

Cosa succede se togli tutto e lasci solo Nick Cave, nel suo immancabile abito nero, la sua figura esile seduta davanti al piano, a suonare per due ore e mezza? Succede che tutto si concentra, che il pubblico rimane ipnotizzato e che le canzoni suonano più potenti che mai. «Abbiamo deciso di fare questa vacanza nel vostro Paese, che è il più bello del Mondo, e suonare qualche sera in giro», scherza dopo aver eseguito il primo brano, Girl in Amber. Poi aggiunge: «Abbiamo deciso di fare questo tour e mi sto accorgendo che, in questo modo, le canzoni mostrano la loro vera essenza. Io compongo quasi sempre al piano, con i Bad Seeds assumono un altro colore, ma qui posso riportarle alla loro forma originale». Prima di attaccare con Higgs Boson Blues avverte, con un sorriso di scusa, che «la prossima canzone è parecchio lunga, ma non posso farci nulla». Da lì in avanti tutto oscilla come un pendolo fra l’esuberanza e l’intimità. Cave è uno dei migliori frontman del pianeta: il legame che intreccia con il pubblico è quasi carnale, e non si risparmia mai nell’introdurre i brani, come se ci invitasse a sedere accanto a lui sullo sgabello del piano per sbirciare il flusso della sua creatività. Di Jesus of the Moon dice che parla di un ragazzo che lascia la fidanzata da sola in albergo: all’inizio sente l’euforia della fuga, l’aria che pizzica le guance, ma subito dopo lo assale il dubbio di aver appena commesso un errore irreparabile.

Prima di intonare Galleon Ship sorride e confida che l’ispirazione gli è arrivata mentre la moglie dormiva: «Lei prende sonno ogni volta che mi metto al piano, e quel silenzio intorno a lei è diventato la canzone». Su Papa Won’t Leave You, Henry torna indietro di trent’anni, ai giorni brasiliani: «Accadevano cose terribili laggiù – racconta – Cantavo questo brano per far addormentare mio figlio, e incredibilmente funzionava». O Children nasce invece da un lampo domestico: «Li guardavo giocare – confessa – e mi colpì la paura, quasi fisica, di non riuscire a proteggerli da tutto». Così, fra ricordi sussurrati e confessioni a mezza voce, Cave trasforma ogni introduzione in un piccolo romanzo: noi restiamo lì, sospesi, a percepire il fruscio dello spartito appena lanciato a terra, con la sensazione nitida di sbirciare fra le pieghe più intime della sua musica. Eppure, a un certo punto, il sipario immaginario si solleva su di noi. Quando attacca Balcony Man si volta verso le tribune (balcony in inglese), solleva le braccia con un gesto teatrale e – come un predicatore che arringa la folla – chiama a raccolta i suoi “balcony people”. La tribuna diventa un’onda pulsante e ordinata al tempo stesso: un villaggio turistico immerso in penombra lynchiana, dove l’euforia ha un retrogusto oscuro e ipnotico. In platea, invece, regna un silenzio quasi sacrale. Cave lo pretende: «Zitti laggiù, non è il vostro momento di brillare», bisbiglia con un mezzo sorriso.

Colin Greenwood, con il basso a cucire note scure e profonde, sorregge la cerimonia senza mai rubare la scena, mentre Cave dirige quell’eco di Balcony man come un maestro d’orchestra di un rito misterioso. Alla fine del brano, Cave lascia che le dita si stacchino dai tasti, quasi esausto e divertito allo stesso tempo. L’onda dalle tribune si ritira, il volume si piega in un silenzio pieno di riverbero, e per un attimo resta soltanto il respiro collettivo del pubblico a colmare il vuoto. È in quell’istante che ci accorgiamo di essere entrati, tutti quanti, nel suo racconto: protagonisti e comparse di un capitolo scritto in tempo reale sotto il cielo scuro di Roma. Skeleton Tree è l’istante più cupo di tutto il concerto. Scritta dopo la morte accidentale del figlio Arthur, la canzone spalanca davanti a noi il cuore e l’anima di Cave, lasciandoci intravedere la nuda crudezza dei suoi sentimenti. In quel buio luminoso capiamo che il suo unico modo di fronteggiare il dolore è fare ciò per cui è nato: suonare, riversare ogni stilla di sé negli altri, trasformare la sofferenza in un dono condiviso. Dopo l’assalto al palco mancato su Push the Sky Away e una breve pausa, arriva il momento dei bis. È qui che si coglie quanto la generosità di Cave non sia rivolta soltanto al suo pubblico, ma anche a chi lo ha ispirato. Prende il microfono e parla di Rowland S. Howard, voce degli Young Charlatans, punk band australiana degli anni Settanta: «A soli sedici anni scrisse Shivers – racconta – un brano che merita di essere ricordato per sempre».

C’è spazio anche per Cosmic Dancer dei T. Rex, un tuffo glam che illumina l’Auditorium prima del congedo definitivo: Into My Arms. Tutte le braccia si sollevano verso il cielo, l’intera platea canta con lui, e per un attimo non sappiamo più se siamo noi a rendere omaggio a Nick Cave o se sia lui a restituirci il dono della sua musica. Il concerto, spogliato di ogni orpello strumentale, mostra la versione più intima e minimale di Nick Cave, eppure non è mai sembrato un’eccezione, bensì un’altra sfaccettatura perfettamente coerente con la sua figura artistica. Che si trovi da solo al pianoforte con Colin Greenwood a dipingere linee di basso in controluce, o circondato da decine di musicisti e coriste, la sua essenza resta immutabile: voce, carne, verità. Se la forma cambia radicalmente ma le emozioni rimangono intatte, significa che il messaggio è puro, incorruttibile, e sempre rivolto agli altri. In qualunque veste lo si incontri, Cave continua a fendere il buio con la stessa lama luminosa di sempre e noi, ogni volta, torniamo a casa trafitti al punto giusto.