Non sono solito comprare le t-shirt delle band dopo i concerti: se devo dare supporto agli artisti che dieci minuti prima hanno finito di suonare, preferisco sempre portarmi a casa il vinile o il cd. Con i festival, invece, è tutta un’altra storia. Non me ne perdo una, al punto che ormai ho un’intera collezione che riempie l’armadio. Le indosso ai concerti come trofei, per fare il figo e dire “hey, guarda dov’ero”, ma soprattutto mi piace rileggerne le line-up sul retro e ricordare chi ho visto, chi mi sono perso e quali serate sono rimaste impresse più delle altre. Sto riguardando proprio ora quella dell’ultimo acquisto ed è sorprendente vedere convivere nomi come Maruja, Röyksopp e Il Solito Dandy, oppure Gurriers, Natascha Polké e Dutch Nazari. All’apparenza potrebbe sembrare un fritto misto musicale, ma è esattamente questa la forza dell’Invincible Fest: prendere il meglio delle nuove leve del post-punk, dell’elettronica internazionale e della nuova scena italiana, mettendo tutto insieme con una logica precisissima. Quattro serate all’Hacienda, ormai punto di riferimento per i live romani di media capienza. Inizialmente il festival avrebbe dovuto svolgersi all’aperto, all’Eur Social Park, ma i temporali che si sono abbattuti su Roma venerdì e sabato hanno costretto gli organizzatori a spostare tutto al chiuso. Una scelta obbligata che però non ha fatto rimpiangere nulla: gestione, atmosfera e soprattutto impianto audio si sono dimostrati perfettamente all’altezza. L’idea più intelligente è stata dividere ogni sera per genere: giovedì dedicato al rock e al post-punk, venerdì e sabato all’elettronica nelle sue diverse forme, domenica interamente italiana, chiusa da un karaoke collettivo in pieno spirito caciara.

Giovedì sera si entra subito nel vivo. Prima ancora delle quattro l’Hacienda è già piena e quando salgono sul palco gli Ultraglass l’impatto è violentissimo. Il basso è profondo, pulsante, di quelli alla Idles che ti colpiscono direttamente nello stomaco, mentre la voce galleggia in un riverbero denso che a tratti ricorda Paul Banks degli Interpol. Anche i visual sembrano studiati per accompagnare perfettamente il suono: superfici liquide, riflessi deformati, immagini che sembrano sciogliersi sullo schermo. Il batterista, già a petto nudo prima ancora di iniziare, è la dichiarazione d’intenti definitiva. È il riscaldamento ideale per l’arrivo dei Gurriers, ennesima conferma di quanto l’Irlanda sia diventata la fucina più interessante del post-punk contemporaneo dopo Fontaines D.C., The Murder Capital, Gilla Band e Kneecap. La band di Dublino apre addirittura con un pezzo inedito e nel giro di pochi secondi davanti al palco nasce un mosh pit gigantesco. Ma dietro la furia c’è molto di più: nei loro pezzi si parla di Palestina, della difficoltà di vivere nell’Irlanda contemporanea e dell’incapacità di costruire rapporti reali nell’epoca della comunicazione istantanea. Se i nomi citati prima sono ormai maestri del genere, gli allievi sembrano già pronti per palchi molto più grandi. Poi arrivano i Maruja e la sala impazzisce definitivamente. La loro musica è un caos controllato e affascinante: a volte sembra di sentire i Limp Bizkit dei primi Duemila, altre volte il sax porta tutto verso territori vicini ai Comet Is Coming, mentre nei momenti più sospesi riaffiorano atmosfere alla WU LYF. A un certo punto il sassofonista si lancia persino in crowd surfing, scena che non avevo mai visto in vita mia. Dopo una breve pausa tecnica, la band torna sul palco e ribadisce il proprio messaggio di pace e solidarietà verso Palestina, Yemen e Ucraina, mostrando la bandiera palestinese durante l’ultimo brano. Solo alla fine mi accorgo che il batterista indossa la maglia di Buffon del 2006, dettaglio che mi provoca una rabbia molto poco musicale.
Venerdì sera cambia completamente il paesaggio sonoro e si entra nel territorio dell’elettronica. Ad aprire è Natascha Polké, sola dietro una muraglia di synth, campionatori e macchine. La sua è house suonata davvero dal vivo: programmazione, esecuzione e voce passano tutte dalle sue mani. Il sound pesca dall’house melodica e anthemica dei primi Duemila e in certi passaggi è impossibile non ripensare a Komodo di Mauro Picotto. La voce dal vivo funziona benissimo e l’apertura della serata è centrata in pieno. Dopo di lei salgono sul palco i Kerala Dust, tecnicamente impeccabili, precisissimi in ogni dettaglio. Forse persino troppo. Il loro set sembra quasi un esercizio di controllo assoluto: elegante, raffinato, ma a tratti un po’ ingessato. L’inizio strizza l’occhio all’Italo disco, poi i pezzi nuovi virano verso territori quasi rock, ricordando addirittura i Muse più recenti. La voce baritonale che dialoga con la cassa sintetica resta il loro marchio di fabbrica, ma sul piano visivo manca qualcosa e il logo fisso della band sullo sfondo finisce per appiattire un po’ il concerto. Si riprendono bene nel finale, lungo e teso, ma la sensazione è che abbiano ancora margine sul fronte dello show. Quando salgono sul palco i Röyksopp, invece, l’Hacienda è semplicemente esplosa. Aprono con una versione di Everything in Its Right Place dei Radiohead e nel giro di due minuti il pubblico è completamente loro. I visual mescolano il logo del duo norvegese con il lupetto della Roma scelto dal festival come simbolo ricorrente, creando un cortocircuito irresistibile tra minimalismo nordico e iconografia popolare romana. Il pubblico è eterogeneo, dai trentenni nostalgici ai ventenni curiosi, e il duo li accompagna dentro un viaggio fatto di elettronica cosmica e ballate emotive come What Else Is There?, Sordid Affair e una splendida rilettura di Enjoy the Silence dei Depeche Mode. Quando uno dei due scende dal palco per abbracciare il pubblico, si capisce subito che questo è uno di quei concerti destinati a restare impressi molto più a lungo del previsto.
La serata del venerdì si chiude con Bluemarina, producer e dj messinese che intreccia house e sonorità mediterranee pescando da tradizioni nord-africane, greche e balcaniche. L’ora tarda non mi permette di seguirla fino in fondo, ma il poco ascoltato basta per appuntarmi il nome. Sabato il festival riparte con una scelta di programmazione molto intelligente: tre duo elettronici, tre approcci completamente diversi, ma una coerenza evidente lungo tutta la serata. Aprono i Weval, duo di Amsterdam che da anni miscela trip hop, jazz e house con grande eleganza. Il loro set alterna lunghi brani morbidi e avvolgenti, spesso cantati da loro stessi, a improvvise accelerazioni in cassa dritta che ricordano immediatamente di trovarsi pur sempre dentro un club. I visual sono splendidi: porte, fontane, scorci urbani che scorrono come un road movie elettronico. La chiusura con Dopamine è perfetta e quando arriva quel preciso pattern di batteria capisci davvero perché il pezzo si chiami così. L’atmosfera cambia completamente con l’arrivo dei Modeselektor. “SILENZIO! WE ARE MODESELEKTOR”, urlano appena salgono sul palco, e in pochi secondi l’Hacienda passa dall’eleganza ovattata dei Weval all’energia sporca di un club berlinese di vent’anni fa. Gernot Bronsert e Sebastian Szary trasformano il dj set in uno spettacolo teatrale: fumano sopra le macchine, distribuiscono vodka ghiacciata alle prime file e giocano continuamente con i BPM fino all’esplosione definitiva di Bad Kingdom, scritta insieme all’amico Apparat per il progetto Moderat. Il pubblico risponde come un organismo unico e il momento più assurdo arriva nel finale, quando A New Error si mescola improvvisamente con Felicità di Al Bano e Romina, chiaro omaggio alle paesanazzate del dj Fabio Nirta. Forse ci prendono un po’ in giro, ma il risultato è esilarante e irresistibile.
A chiudere la notte arrivano Camoufly e Fenoaltea. La descrizione più precisa del loro b2b la dà direttamente Fenoaltea su Instagram, rispondendo a una mia storia con due sole parole: “Mimì e Cocò”. E in effetti è difficile trovare una definizione migliore per due producer giovanissimi che stanno dando nuova energia alla house italiana e che soprattutto sembrano divertirsi sinceramente dietro la console. Quando un dj si diverte davvero, inevitabilmente trascina con sé anche il pubblico. Domenica si arriva all’ultima serata del festival e inevitabilmente il pubblico è meno numeroso: la domenica romana non aiuta e quattro giorni di concerti iniziano a farsi sentire. Però chi c’è vuole davvero esserci. Apre proprio Fabio Nirta in dj set, creando un piccolo filo diretto con il tributo dei Modeselektor della sera prima. Poi sale sul palco Fra’ Sorrentino, accompagnato dalla chitarra acustica di Marta La Noce. Il suo pop rap dal vivo acquista calore e coinvolgimento, tanto che riesce persino a creare un mosh pit in una quarta serata che avrebbe potuto facilmente risultare stanca. Chiude con Bucce, il singolo del momento, e porta a casa un concerto sincero e molto efficace. Poco dopo arriva Il Solito Dandy, elegantissimo come sempre, con un look più sobrio rispetto ai tempi di X Factor. In mezz’ora costruisce un piccolo mondo fatto di dolcezza e romanticismo, introducendo ogni brano con pensieri e riflessioni sull’amore. L’unico vero difetto è la durata troppo breve del set. Quando invece salgono sul palco Dutch Nazari e la sua band, la sala torna piena. Parte Sabato sera anche se è domenica, poi arrivano Amore povero e Aqaba. Non è esattamente il mio genere di riferimento, ma il pubblico canta ogni parola e lui appare sinceramente felice di essere lì. A un certo punto ringrazia i suoi “compagni di penna” Willie Peyote, Frah Quintale e Levante, sottolineando quella dimensione collettiva e familiare che spesso caratterizza la scena italiana.
Dopo il concerto parte il karaoke finale. Sapendo che tra i brani previsti ci sarebbe stato anche Olly, e con quattro giorni di festival ormai addosso, decido che per una volta posso anche fermarmi un attimo prima della fine: saluto, ringrazio ed esco. L’impressione, però, è chiarissima. La missione dell’Invincible Fest è riuscita completamente. In quattro serate il festival è riuscito a costruire pubblici differenti senza perdere coerenza, alternando rock, post-punk, elettronica e pop italiano con una naturalezza rarissima. Certo, c’erano anche molte facce ricorrenti che hanno seguito l’intero programma, ma ogni sera aveva il proprio pubblico e la propria identità precisa. Chiunque abbia anche solo una minima passione per la musica aveva un motivo valido per passare da lì almeno una volta. Io, intanto, la maglia l’ho comprata davvero. La indosserò al prossimo concerto come faccio sempre, pronto a far morire d’invidia chiunque mi capiterà dietro. “Hey, guarda dov’ero”.