Notte fonda. La musica pulsa attorno ai 130 bpm dentro un parallelepipedo di vetro che custodisce una nuvola artificiale e migliaia di persone felici. Fuori, invece, Roma sembra aver perso per qualche istante il contatto con la realtà: decine di cavalli al galoppo attraversano le strade, inseguiti dalle volanti della Polizia. Una scena così assurda da sembrare scritta da uno sceneggiatore in vena di eccessi. Di quelle che, al cinema, mi avrebbero fatto pensare: “questa roba dei cavalli potevano pure risparmiarsela”. E invece no. È successo davvero. È accaduto mentre lo Spring Attitude stava ancora scrivendo la prima delle sue due giornate all’interno de La Nuvola, che per il secondo anno consecutivo si conferma una delle case più affascinanti che un festival possa desiderare. La serata si apre con la nuova canzone d’autore italiana. Ci sono Birthh e Lamante, due modi diversi di alloggiare nella fragilità senza mai renderla decorativa. Poi arriva TonyPitony, l’artista mascherato più discusso del Paese, e il festival cambia immediatamente frequenza. Assoli che arrivano dal blues, padelle che finiscono sul palco, ironia, nonsense e una quantità di umanità impossibile da sintetizzare. Il segreto, però, è un altro: quella sensazione sempre più rara per cui palco e platea smettono di essere due luoghi distinti. C’è un continuo dare e avere, una corrente elettrica che annulla qualsiasi distanza.

Poi lo Spring Attitude cambia ancora pelle. I YĪN YĪN trascinano La Nuvola in una dimensione psichedelica che sembra partire dai Paesi Bassi e arrivare chissà dove, attraversando continenti immaginari. E quando il pubblico pensa di aver trovato un equilibrio, entrano in scena i Nu Genea. A quel punto la Nuvola diventa una gigantesca balera mediterranea. Il funk incontra il jazz, il jazz incontra la disco, tutto si mescola fino a generare un organismo vivo che respira all’unisono con il pubblico. È impossibile restare immobili. Ma la cosa più bella dello Spring Attitude è che non ti permette mai di sentirti arrivato. Proprio come certe storie d’amore che sembrano finalmente decifrabili e invece all’ultimo cambiano direzione, il festival trova una nuova mutazione nell’ingresso di okgiorgio. L’elettronica cresce centimetro dopo centimetro, accumula tensione, carica il proprio peso emotivo fino a trasformarsi in qualcosa di collettivo. Quando arriva Parisi, la sensazione è quella di assistere a una liberazione. Una catarsi. È la fine del primo atto. Gaia Banfi apre le danze del secondo giorno riempiendo lo stage con suoni e parole. Queste componenti sembrano avanzare insieme, come in un valzer dove nessuno prende il comando e nessuno resta indietro. Da questa tensione ordinata si apre il resto della giornata. Altea ed Emma Nolde entrano in circolo come una vibrazione più nervosa, una sorta di filo che si tende fino a diventare quasi tagliente. Il suono si avvicina al corpo, lo sfiora, lo mette in una condizione di ascolto attivo. Il pubblico inizia a pregustare quel che sta per materializzarsi. Perché se dovessimo tracciare una linea ideale che parte da Gaia Banfi e si allunga verso qualcosa di ancora indefinito, uno dei punti di passaggio sarebbe Motta.

E qui il discorso diventa personale. La fine dei vent’anni è una superficie che seppur immutata continua a cambiare riflesso se la si fa ondeggiare. Ogni canzone, quindici anni dopo, sembra una stanza in cui abbiamo vissuto a lungo ma che ancora ha dei dettagli da mostrarci. Ascoltare pezzi che si conoscono a memoria ma con nuovi arrangiamenti ha il sapore del ritorno in un luogo che ha lasciato oggetti fermi al loro posto. Nathy Peluso entra in scena. È caos, disordine. Tra ballerini, musicisti e performer, la sensazione è che da un momento all’altro qualcuno possa davvero organizzare una partita di calcetto direttamente sul palco. La temperatura cambia ancora. Le persone si legano una bandana in testa. È un po’ come il bat-segnale che campeggia nel cielo di Gotham City. È il richiamo. Non compare Batman, ma i Dov’è Liana? e allora il commovente tributo della folla inizia a parlare di una storia che sembrava essersi interrotta un anno fa, quando la band per motivi di salute aveva dovuto annullare la festa. Poi quella familiarità si incrina.Yousuke Yukimatsu prende ciò che resta e lo smonta in tempo reale. Ogni passaggio diventa un taglio netto e ogni ritorno apre una direzione diversa. Il suono non si stabilizza mai, si comporta piuttosto come una materia che rifiuta la forma definitiva senza mai fermarsi. Lo Spring Attitude, in quel punto, perde qualsiasi contorno riconoscibile. Diventa una città che esiste solo mentre viene abitata. Un sistema di spazi che si accendono e si spengono in base ai movimenti delle persone, senza mai fissarsi davvero in una mappa. Quando tutto si chiude, nulla si spegne veramente. Il popolo di Spring Attitude, come lucciole, continua a brillare.