Non sono mai stato un animale da festival: ho sempre trovato le grandi rassegne fin troppo ampie, con grande rischio di perdere eventi perché per passare da un palco ad un altro devi affrontare, oltre alla distanza, anche l’ondata di persone che decide di fare la tua stessa scelta. Nonostante tutto, questo è il terzo anno che salgo al Flow Festival ad Helsinki e, proprio ieri, ho già acquistato il super early bird per l’anno prossimo. Sì, sulla fiducia. Manco fosse Glastonbury. Della rassegna ne avevo già parlato nel dettaglio lo scorso anno. Per riprenderne i concetti chiave, è un festival urbano che si tiene in un ex gasometro molto vicino al centro, con tutti i pro che ne comporta: arrivi in metro, rientri in metro o, volendo, anche a piedi, se hai la fortuna di trovare un alloggio vicino lavorando mesi prima con una pianificazione degna del Ragionier Filini. Rispetto allo scorso anno, non ci sono state variazioni sul target di pubblico: le 91mila presenze dichiarate nei tre giorni confermano che l’orizzonte è quello delle 30mila presenze giornaliere, quindi un festival che si posiziona nel limite alto dei festival boutique. Rispetto al 2025, l’area è stata riorganizzata, spostando la Black Tent (uno dei due palchi secondari) in un’area vicina al Front Yard, dedicata alla dance e all’elettronica. Questa scelta logistica ha permesso di collocare la ristorazione in due macroaree, una all’ingresso e una nell’altra estremità dell’area concerti. Per il resto, tolta questa riorganizzazione, l’area ha mantenuto la disposizione dei due anni precedenti. E sì, il Balloon 360° è sempre lì, a svettare e accogliere il pubblico all’ingresso con la sua ormai iconica struttura, al pari del gasometro che è ormai parte dell’ecosistema del main stage. Come detto lo scorso anno, la pianificazione fatta a casa è utile, ma va assolutamente interpretata come una traccia di partenza, da rivedere magari approfondendo gli artisti leggendo le dettagliate biografie offerte nel sito web del festival.
Gli headliner restano dei totem, sia chiaro, ma per il resto la mano libera può tornare utile. Parto citando un nome che avevo messo tra le sorprese dello scorso anno. Emilia Sisco & The Northern Lights, questa volta promossi ad aprire il main stage della prima giornata, si confermano una band maiuscola e la voce di Emilia un qualcosa di inattaccabile. Forse la loro proposta soul non è adatta ad un contesto di quel tipo, ma è appunto l’unica nota che si può fare su una prestazione impeccabile. Rispetto agli altri eventi scandinavi, il Flow Festival decide sempre di dare ampio spazio ad artisti locali perché, come già detto l’anno scorso, la frequentazione da parte di stranieri è ancora ridotta. E quest’anno, le opinioni positive sono sicuramente più ampie delle ombre, di fatto relegate ad Ares che appare come un trapper fuori tempo massimo che, per assurdo, in Italia avrebbe un seguito ampio (ogni riferimento allo stato nazionale del genere è puramente casuale). Per il resto solo elogi. Olga presenta un electropop convincente, la rapper e cantante dall’influsso R&B F si presenta in un’inedita situazione live con band a supporto in quella che ha definito “Experience” e Ibe è un rapper dalla visione ambiziosa e che ricorda, a tratti, il nostro Achille Lauro. Una meritata parentesi più ampia per tre artisti, di cui due assimilabili tra di loro. I primi sono i Pearly Drops e si distinguono per un genere in bilico tra ambient, electroclash e sonorità che ricordano gli anni Ottanta cantato in inglese. Non a caso, il duo aprirà molte delle date dell’imminente tour sold out del fenomeno alternative pop del momento, la statunitense Slayyyter. Tre icone della musica jazz finlandese, Jimi Tenor con la sua band e il duo composto da Jukka Eskola e Teppo Mäkynen con il progetto drum’n’brass, invece portano sul Balloon 360° due progetti coraggiosi e d’avanguardia, capaci di affascinare anche i non avvezzi al genere grazie al rimanere in bilico tra sonorità elitarie e un certo tocco di modernità.

Al contrario dell’anno scorso, le performance degli artisti internazionali sono state tutte dal buono in su. Non ci sono state performance che hanno tradito la base storica (Charli XCX) o performance polarizzanti (FKA Twigs), ma un’ottima alternanza tra nomi nuovi, consolidati e una sorpresa da libri di storia. Partiamo dalla coda: in contemporanea al dj set dei Disclosure, cosa che ha portato ad un’affluenza ben sotto le aspettative visto il peso storico del collettivo, si sono esibiti i Cabaret Voltaire. Parliamo di un nome che ha fatto la storia della musica elettronica, influenzando artisti come Depeche Mode e Nine Inch Nails, e che ad Helsinki ha trovato spazio per una tappa del loro tour di addio che terminerà in autunno in Regno Unito. Pur in una formazione senza il deceduto Richard H. Kirk, la performance degli inglesi mostra una band che convince e non sente il peso degli anni e che focalizza il suo set sulla parte più dance della propria carriera, quella che è partita da Crackdown del 1983. Tra i nomi spacciati per nuovi, ma che in realtà in Europa è un’artista ormai consolidata, stupisce il set da headliner di Zara Larsson. Pur consapevole della sua fortissima ascesa grazie ai social media, la svedese porta sul palco un set bilanciato tra le novità dell’ultimo Midnight Sun e il suo passato, potendo vantare una carriera decennale pur non avendo ancora superato i trent’anni. Il set è costruito per la generazione TikTok, ma mostra un’artista che meriterebbe ben più di quanto ha raccolto in questo ultimo anno. Gli altri due headliner confermano il fatto che lo slot assegnato loro è meritato, con concerti che in più momenti sono sembrati un rituale collettivo. Florence & The Machine, trascinata dal carisma della sua front-woman Florence Welch, aizza le folle con i brani del suo ultimo lavoro Everybody Scream e con i brani del passato, soprattutto quella Dog Days Are Over per la quale ha chiesto esplicitamente ai suoi fan di non fare alcuna ripresa col telefono, allo scopo di «vivere il momento».

Stessa cosa anche per Nick Cave, che con i Bad Seeds porta sul main stage uno show maiuscolo, con un’affluenza minore rispetto alle tre sere precedenti ma con la stessa calorosa accoglienza, in alcuni casi ai limiti della devozione religiosa. La scaletta, pur inserita all’interno del tour di supporto a Wild God, ripercorre l’intera storia della band, con chiusura dedicata ad una commovente Into My Arms che ha visto Nick Cave al piano da solo. Nella vasta line-up del Flow Festival hanno trovato spazio artisti di tutte le carature. Compresa una Marina, conosciuta in passato come Marina And the Diamonds, anche lei protagonista di una seconda giovinezza grazie ai social media, che hanno rilanciato quella Bubblegum Bitch uscita più di dieci anni fa. Artista che, pur essendo nel giro da diversi anni, non ha perso un grammo dello smalto e del magnetismo delle origini, che emergono anche con uno dei suoi ultimi singoli Cuntissimo. Stessa affermazione che si può fare anche per il set dei Clipse, il duo composto da Pusha T e Malice e anch’essi ritornati dopo quindici anni di silenzio con il sorprendente Let God Sort Em Out, che in Finlandia portano una delle tappe del tour europeo; il collettivo della Virginia si esibisce a mezzanotte, radunando i propri fan sotto il Silver Stage, portando un set focalizzato sull’ultimo disco, un’ora senza freni nel quale una Grindin’ conferma ulteriormente il peso dei Clipse nella scena rap del nuovo millennio. Oklou arriva ad Helsinki e porta nel contesto del Silver Stage il suo lavoro Choke Enough, un album dalle sonorità intimiste inadatto ad un tendone da 15mila persone di capienza, ma reso in maniera magistrale con la scelta, da parte della cantante francofona, di esibirsi senza luci per una buona parte dell’esibizione. Il risultato è sorprendente e conferma che Oklou è uno dei nomi da tenere d’occhio per il futuro.

Flow Festival ha sempre un occhio di riguardo sulle sonorità non canoniche assimilabili alla world music, e ben due artisti possono essere portati ad esempio di questa tradizione. Uno è Ana Frango Eletrico, cantante brasiliana che riesce a conciliare le sonorità più moderne dell’indie e dell’art rock con jazz, soul, funk e la tradizione carioca, con tanto di omaggio al defunto Gilberto Gil. Pur suonando in contemporanea a Zara Larsson, il suo set ha avuto una numerosa e calorosa partecipazione. L’altro sono gli italiani Nu Genea, in questo contesto in forma di live band, che confermano il loro maggiore successo all’estero rispetto all’Italia, catalizzando l’attenzione di un pubblico partecipe con la loro musica in bilico tra tradizione napoletana e world music. La presenza dei Nu Genea è stata di fatto vista come una di prestigio, in quanto han suonato al sabato poco prima dell’headliner della giornata Florence & The Machine. La quota del rock più abrasivo non è stata vasta numericamente, ma ha avuto un notevole peso specifico, essendo rappresentata nei main stage da nomi come ad esempio Turnstile e Lambrini Girls. Per gli statunitensi, in tour da più di un anno per la promozione di Never Enough, è il loro solito show, con tutti i pro e i contro per chi li conosce: sono una band polarizzante, soprattutto dopo la svolta più mainstream degli ultimi anni, o li si ama o li si odia. Rimane il fatto che un live come quello che portano loro non si vede molto spesso in giro: il loro concerto diventa un momento di unione collettiva, tra chi li segue dai tempi di Nonstop Feeling a chi non li ha mai sentiti prima, tra salti e pogo, portando quella che era la tradizione della scena hardcore punk in un contesto di main stage e raccogliendo consensi unanimi. Dalla title track dell’ultimo album e arrivando a Birds, passando per brani come TLC, Holiday, Blackout e I Don’t Wanna Be Blind, il loro concerto si conferma tra i più potenti che si siano visti da queste parti.

Le Lambrini Girls invece sono la conferma che qualsiasi battaglia senza la lotta di classe è incompleta: quella per l’ambiente è giardinaggio, quella per il femminismo un pigiama party, e così via. Fiere combattenti per le cause femministe e per i diritti LGBTQ, il gruppo di Brighton ha raggiunto un successo e un riconoscimento di stima a più di un anno dalla pubblicazione del debutto Who Let the Dogs Out, nei negozi da gennaio 2025. Dal vivo sono micidiali, grazie alla compattezza e all’esperienza ottenuta in decine di esibizioni live e grazie anche al carisma di Phoebe Lunny, capace di trascinare il pubblico in quello che, a detta di molti, è stato uno dei moshpit più grandi del festival. In bilico tra punk rock, post punk e veloci fughe nel mondo dei synth come per la conclusiva Cuntology 101, le Lambrini Girls correndo come delle matte si confermano un nome da tenere d’occhio da qui al futuro. Lascio in coda due nomi grossi, all’apparenza diversi ma sotto sotto simili. I Geese sono una grandissima band dal vivo, nulla da dire. Non sono precisissimi dal vivo, alcuni cambi di ritmo sono raffazzonati ma può essere una scelta voluta, per mettere in chiaro la loro attitudine da jam band tipica dei Seventies. Il problema è che a tratti sembra di sentire una band senz’anima e sentimento, una che si è fatta la cultura musicale attingendo dall’enorme archivio chiamato Spotify assimilando i suoni ma non l’anima. Sia chiaro, non è un difetto esclusivo loro, ma è un qualcosa che accomuna moltissime band rock uscite negli ultimi anni (per il rap/trap la cosa è più sfacciata). Ciò che differenzia i Geese da altri colleghi è il fatto che sono una band compatta e che, cosa non da poco, ha le canzoni, che emergono in quell’attitudine caotica che caratterizza il loro ultimo lavoro Getting Killed. Un nome con un pubblico trasversale, che passa dal teenager che scopre il rock al sessantenne che sente in loro gli ascolti giovanili, destinato a dire molto già da subito, ed è sintomo di ciò un tour praticamente sold out ovunque.

Ultimo ma non meno importante: Sombr. Su di lui avevo riposto le speranze date ad un riempitivo prima di arrivare alla combo Lambrini Girls/Nick Cave, un intrattenimento giusto per passare qualche minuto prima di farne 10 di coda per un fried rice dal baracchino del coreano. Alla fine della sua esibizione, ha guadagnato un fan in più. Su disco l’anima dei suoi brani sembra fare l’occhiolino più al pop che al rock. Al contrario, dal vivo i brani guadagnano una dimensione rock da classifica che fa guadagnare punti a quei brani ai quali non avresti dato un euro su disco. Si parla pur sempre di quel rock leggero da classifica, ma Sombr è più genuino ed è sicuramente più intellettualmente onesto di molti suoi colleghi di qualsiasi altro genere. E già oggi si candida a diventare un nome dal futuro promettente, grazie anche a quel fascino tenebroso che ricorda ad alcuni Jim Morrison, ad altri Jeff Buckley. E, soprattutto, ha già in canna due canzoni come 12 to 12 e Back To Friends che già oggi suonano come classici. Sperando che non faccia la fine di un Benson Boone, capace di sgonfiarsi in maniera clamorosa già al secondo lavoro. Non credo sia un caso che il Flow Festival si sia chiuso con la già citata Into My Arms di Nick Cave. Un brano toccante che chiude un’edizione che nella tre giorni ha superato le 90mila presenze, con una line-up capace di strizzare l’occhio alle mode del momento e dare spazio a nomi storici della musica più o meno ricercati. L’edizione 2027 è confermata e si terrà dal 13 al 15 agosto presso la confermata area di Suvilahti. Non resta che iniziare a fare il conto alla rovescia e, per chi si fidasse alla cieca, acquistare i super early bird disponibili fino a lunedì 24 agosto.