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Se ami i festival boutique, il Flow Festival di Helsinki è «the place to be»

Nel cuore industriale di Helsinki, il Flow Festival conferma la sua anima boutique tra Fontaines D.C., Charli XCX, FKA Twigs e AIR. Ma le vere chicche? Le esplosive performance della scena musicale locale

Flow Festival è la sezione finlandese della Sacra Triade dei festival agostani scandinavi. Infatti, con Way Out West e Øyafestivalen condivide il periodo e buona parte della line-up, oltre alla scelta di essere un evento boutique che non supera le 30mila presenze giornaliere. Rispetto alle altre due rassegne immerse nella natura, il Flow Festival si tiene nel quartiere di Suvilahti, in quella che era un’area di produzione energetica, con uno dei due ex gasometri ormai parte integrante del panorama del main stage, al pari dell’altrettanto iconico palco secondario Balloon 360° all’ingresso dell’area. Una location di puro brutalismo industriale che può far storcere il naso ai più, ma che è adeguata per una line-up che mescola molti generi musicali, con un occhio alle forme più moderne di hip-hop e musica elettronica. Chi va al Flow Festival può commettere due grandissimi errori: il primo è sottovalutare i gruppi locali, il secondo è focalizzarsi esclusivamente sui grandi nomi e non (scusate il gioco di parole) go with the flow, dimenticandosi dell’attenta pianificazione fatta da casa e rischiando così di perdersi grandi sorprese. Se avessi fatto come la Generation Brat, che già dalle prime ore della domenica si era barricata nelle primissime file del main stage per Charli XCX, non avrei vissuto di rimpianti, ma sicuramente mi sarei portato a casa meno ricordi positivi.

Due, principalmente, sono stati i momenti più memorabili, entrambi collocati nella programmazione del citato Balloon 360°. La prima è Fabiana Palladino, inglese di chiare origini italiane e con forti radici musicali (il padre Pino è stato turnista per The Who, Nine Inch Nails e John Mayer, tra i tanti), che nel 2024 ha pubblicato un omonimo debutto ampiamente accolto nelle classifiche specializzate. Un pop contaminato dall’R&B, come nella canzone Can You Look in the Mirror?, ma con il grande difetto di essere anacronistico: fosse uscito a metà anni Novanta, avrebbe sfondato. L’altra è la cantante finlandese di origini zambiane Emilia Sisco che, accompagnata dai Northern Lights, ha portato la sua proposta neo-soul in un caldo pomeriggio scandinavo. Ma Flow Festival non è solo headliner internazionali, ma anche un fiero panorama dei talenti del presente e del passato della musica nazionale. Ampio spazio, tra le novità, a Turisti (artista finlandese con più ascolti in streaming nel 2024), Senya (una sorta di combinazione tra metal e Nicki Minaj), Emma & Matilda (nome caldo dell’indie pop) e Mirella (in bilico tra pop e sonorità vicine al metal sinfonico), ma anche ad artisti con una carriera già avviata come i Saimaa (trainati dalla leggenda Pepe Willberg, in un viaggio tra arrangiamenti moderni e un’attitudine da Summer of Love), i Pariisin Kevät accolti nel Silver Stage come fossero il nome più caldo del momento e i Regina, che interrompono un silenzio decennale suonando per intero l’iconico album Soita Mulle.

Flow Festival 2025, Regina, foto di Riikka Vaahtera

Questa grande attenzione ai gruppi locali si spiega con il fatto che l’affluenza straniera è marginale rispetto a quella interna: no, le attrazioni principali non sono solamente Charli XCX e i Fontaines D.C., facciamocene una ragione. Motivo per cui, rispetto ai già citati Way Out West e Øyafestivalen, mancano nomi di respiro internazionale che invece là sono presenti. Ogni riferimento a Iggy Pop, Queens of the Stone Age e Wet Leg non è assolutamente voluto. Sul fronte internazionale si sono viste esibizioni maiuscole ma anche aspettative disattese. E se Charli XCX porta per l’ultima volta l’ormai noto format Brat in Europa, volutamente tralasciando una buona fetta della sua storia artistica e deludendo così i fan di vecchia data, la performance artistica di FKA Twigs – che utilizza la musica come supporto a uno spettacolo di danza dalla fisicità preponderante – appare fuori contesto nello spazio enorme di un festival. E no, la toccante Cellophane, chiusa dalla visibile commozione dell’artista britannica, piazzata in chiusura, non basta a compensare uno show minato anche da un tangibile playback. Non tradiscono invece i grandi vecchi della musica elettronica, sbarcati con tre pezzi grossi in quel di Helsinki. Momento nostalgia con AIR e Underworld: i francesi continuano a portare con classe un capolavoro del French Touch come Moon Safari, mentre i secondi, pur essendo ricordati dal grande pubblico per Born Slippy, travolgono il pubblico del Flow Festival con un set caratterizzato dai ritmi serrati della techno e dalla dance anni Novanta.

Debutto invece per Beth Gibbons, nota come voce dei Portishead, che crede moltissimo nel suo ultimo lavoro Lives Outgrown, al punto da proporlo praticamente per intero, dedicando solo piccole citazioni al resto della sua carriera. Sì, tranquilli: in scaletta c’era anche Glory Box. Burna Boy, a Helsinki per una delle sue poche date europee estive, si conferma un colosso della musica pop internazionale. Un cantante con forti radici nella sua terra natia, la Nigeria, capace di farsi conoscere anche grazie a servizi come Spotify (dio solo sa quanti musicisti afrobeat ci siamo persi negli anni passati a causa di una visione anglocentrica della musica) e che crede nel supporto di una vera e propria band. In un contesto in cui i grandi artisti si fanno accompagnare da DJ o da basi, questo potrebbe sembrare un gesto rivoluzionario, ma fortunatamente lo si è visto anche con colleghi come gli svedesi Yung Lean e Bladee. Chi ha trovato il perfetto punto di incontro tra basi e band dal vivo è Little Simz che, in un’ipotetica classifica dei migliori artisti della tre giorni, se non è al top è sicuramente al secondo posto. Lei è ormai da anni una big della musica internazionale e il disco Lotus è da considerarsi, per gli appassionati, un’uscita di rilievo al pari di quelle di colleghi più blasonati come Kendrick Lamar e Drake. La padronanza della voce, l’attitudine e il talento della londinese esaltano tanto i giovani quanto i più attempati, che vedono in lei la grinta e la grazia di una Lauryn Hill nel suo prime. Un’ora di set esplosiva, con pochissime pause e la sensazione di essere davanti a uno dei nomi più caldi degli ultimi anni.

Flow Festival 2025, foto @petriaphoto

Un traguardo che negli anni raggiungerà sicuramente anche Lola Young, scuola Brit Academy, trascinata dal successo di Messy ma già con lo sguardo al nuovo disco I’m Only F**king Myself, in uscita nelle prossime settimane. Nell’ora a disposizione emerge una cantante consapevole dei suoi mezzi, sia canori sia di scrittura, capace di tradurre nei suoi brani i problemi della contemporaneità. Sarebbe una bugia dire di essere di fronte alla nuova Billie Eilish, ma non lo è dire che sicuramente di lei non ci dimenticheremo. A loro modo, gli irish finest Kneecap e Fontaines D.C. sono stati polarizzanti nelle loro esibizioni. Nel caso del collettivo hip-hop nordirlandese, è inevitabile a un primo approccio uscire con le ossa rotte da un confronto con Little Simz, che si era esibita un paio d’ore prima nel vicino main stage. Opinione superficiale, in quanto i Kneecap focalizzano il loro show su un’attitudine punk e su una forte critica sociale, sia nei confronti del fondo KKR sia sulla questione palestinese, loro cavallo di battaglia e inevitabile volano di marketing che li ha portati alla ribalta. Per i Fontaines D.C. emerge invece la necessità di una pausa: per quanto un loro live “col freno tirato” sia comunque migliore di quello di moltissime band in circolazione, è tangibile una certa stanchezza dopo sei anni vissuti a cento all’ora. In tour da quasi un anno per supportare Romance, Grian Chatten e soci godono del privilegio di essere l’unico gruppo non headliner dei tre palchi principali a suonare per più di un’ora. Con i loro 75 minuti, oltre a suonare più di Charli XCX e FKA Twigs, hanno potuto introdurre piccole variazioni alla scaletta consueta, con tagli concentrati per lo più sull’ultima pubblicazione.

Gli irlandesi non si fanno scappare l’occasione di sfruttare la tecnologia del palco, parte integrante dello show insieme alla musica, trascinando il numeroso pubblico del Silver Stage tra irruenza punk e le sonorità più elaborate di It’s Amazing to Be Young e In the Modern World. Fun fact: per godersi al meglio canzoni come Boys in the Better LandStarburster e Roman Holiday, molti si sono barricati già mezz’ora prima dell’esibizione, cosa poco consueta per un festival. Insomma, per chi cerca una situazione rilassata, un’organizzazione degli spazi che permette di passare da un palco all’altro in massimo cinque minuti e una civiltà come non si vede spesso in giro, il Flow Festival è il the place to be dell’estate festivaliera europea. Per chi invece cerca i grossi nomi e non rinuncia alla caciara tipica di altri festival, beh, il Flow Festival non è il posto per lui. Dimenticavo: c’è stato anche un tocco di Italia, con l’esibizione di OK Giorgio nel Front Yard, la novità del 2025. Un palco ricavato in un cortile delimitato da container e isolato dal resto. Io non capisco nulla di techno, ma mi sono divertito e ho percepito che gli altri presenti, più ferrati sul genere, si stavano divertendo ben più di me.