Ho ricevuto un solo messaggio quella sera. Un singolo SMS (niente WhatsApp o Telegram o iMessage) che ha superato l’ingolfamento delle celle telefoniche e si è fatto strada nell’etere come i fan delle band si fanno strada nei concerti fino alle prime file. Il messaggio conteneva due parole, o meglio, una parola e un’emoji: “Fantastico”, seguita dalla faccina che manda il bacetto. Il messaggio aveva come mittente “Papà” e descriveva perfettamente quello che entrambi stavamo vedendo in quel momento, io fra i settantamila del Parc del Fòrum e lui in poltrona a casa. Robert Smith cantava cristallino, come se i quarant’anni di carriera gli fossero passati accanto senza toccarlo, e tentamila voci gli andavano dietro parola per parola. I Cure hanno suonato per due ore e mezza percorrendo la loro discografia al contrario, un nastro che si riavvolge: chi era lì la prima volta tornava ragazzo, chi come me non c’era ancora arrivava finalmente al principio. E da qualche parte in mezzo a quel viaggio a ritroso c’era anche mio padre, in poltrona, davanti allo stesso palco. “Fantastico”, aveva scritto. Se l’anno scorso le caselle da headliner erano state occupate dalle tre icone pop del momento, Charli XCX, Sabrina Carpenter e Chappell Roan, al punto da far parlare di un Primavera Sound ormai convertito al grande pubblico, l’edizione 2026 sembra rispondere con un’inversione di rotta: in cima al cartellone tornano nomi che parlano allo spirito originario del festival, i Cure, i My Bloody Valentine, i Massive Attack. Tre band che, non a caso, hanno costruito la propria leggenda più sui dischi che sui singoli, più sulle chitarre e sui bassi che sugli algoritmi. Ma è un’inversione solo apparente: basta scorrere il programma per trovare l’icona reggaeton Bad Gyal e una superstar come Doja Cat, a ricordare che il Primavera non ha mai davvero scelto tra culto e mainstream.
Semplicemente, quest’anno ha invertito le proporzioni: il pop è ancora lì, ma stavolta è ospite in casa d’altri, e lo spettro dell’imminente coachellizzazione del Primavera è ancora una volta rinviato all’anno prossimo. Avevamo lasciato il Primavera 2025 con la scritta “Steve Albini First” che campeggiava ovunque nel recinto del parco e nel 2026 ritroviamo una scritta ancora più significativa, “Steve Albini’s Home”, tanto per mettere in chiaro una volta di più quale sia lo spirito che guida il festival. Sono proprio i nomi in cima al cartellone a raccontare meglio questa edizione. I Gorillaz hanno regalato uno dei momenti più inaspettatamente commoventi del festival: chi si aspettava il solito carrozzone pop-cartoon si è trovato davanti Damon Albarn visibilmente toccato nel cantare i brani del nuovo disco The Mountain, canzoni che parlano di perdita e di trascendenza e che dal vivo acquistano un peso quasi liturgico. Poi, certo, il finale con Feel Good Inc. e Clint Eastwood ha trasformato il Parc del Fòrum in un enorme coro generazionale, ma è nella prima parte, quella più fragile, che il concerto ha lasciato il segno. I The xx sono tornati su un palco insieme dopo anni passati a coltivare i rispettivi progetti solisti, e hanno trovato il modo più elegante possibile per raccontarlo: a metà concerto, un mash-up di brani nati lontano dalla band (Treat Each Other Right di Jamie xx, Enjoy Your Life di Romy e GMT di Oliver Sim) fusi in un’unica suite. Un gesto che è anche una dichiarazione di poetica: separarsi, trovare ciascuno la propria ispirazione, e poi tornare insieme per condividere le idee. Raramente la storia recente di una band è stata riassunta così bene in dieci minuti di musica. E poi i My Bloody Valentine, che non raccontano niente e non concedono niente: il loro è un muro di suono assoluto, volumi talmente elevati da diventare esperienza fisica prima che musicale, mentre alle loro spalle scorrono visual completamente astratti dai colori sgargianti, in totale contrasto con una band gelida, immobile, quasi assente dal proprio stesso concerto. Kevin Shields e soci non si esibiscono: erogano. E chi era lì sa che è esattamente quello che si era venuti a cercare.

Subito sotto gli headliner, ma ormai solo per una questione di carattere tipografico, c’è Little Simz: il suo è stato uno dei live più incredibili dell’intera edizione. La rapper londinese si è ormai guadagnata pienamente il posto sui palchi grandi e lo ha dimostrato attraversando tutta la sua discografia, da brano a brano, da disco a disco, con la sicurezza di chi non deve più convincere nessuno. Presenza scenica magnetica, flow impeccabile, controllo totale del palco e del pubblico: la personalità di una grande artista, quale è ormai a tutti gli effetti. Se il prossimo passo è la casella da headliner, da quello che si è visto al Fòrum non sembra mancare molto. Il Fòrum, però, è fatto soprattutto dei concerti di mezzo, quelli che riempiono i pomeriggi e le serate tra un headliner e l’altro, e anche quest’anno la varietà era vertiginosa. Si passava dalle bucoliche The New Eves, vestite quasi alla maniera degli Amish, al grind metal catalano degli Ósserp, fino allo sludge metal dei Kylesa (un giorno mi farò spiegare da un mio amico tutte le famiglie e sottofamiglie dei generi metal), passando per le chitarre giovani dei NewDad, capaci di conquistare il pubblico anche con una cover di Heads Will Roll degli Yeah Yeah Yeahs. E poi l’intensità di Ethel Cain, che ha portato alle lacrime le prime file di fan, e il rock sperimentale dei Water From Your Eyes, sempre in bilico tra canzone e decostruzione. Discorso a sé per i Viagra Boys, che hanno firmato il miglior live punk rock del festival: Sebastian Murphy, pancia in libertà come da tradizione, guida la band con un’ironia graffiante in brani che mettono alla berlina mascolinità tossica e complottisti – la satira più efficace è sempre quella che ti fa pogare. Sull’altro versante, Sudan Archives, in una tuta aderentissima, ha portato il suo R&B costruito attorno al violino, mentre la giovanissima Gelli Haha ha trasformato il suo set in un piccolo spettacolo teatrale, tra coreografie, lezioni di ginnastica ritmica e balli di gruppo: la dimostrazione che al Primavera anche il pop più giocoso trova il suo spazio e il suo pubblico.
La musica del festival, come sempre, non si esaurisce nel recinto del Parc del Fòrum: i concerti a La Ciutat, sparsi nei club storici di Barcellona, restano una delle anime più preziose del festival, e quest’anno forse la più vitale. Si va dal glam rock alieno di Yves Tumor, interrotto più volte da problemi tecnici senza che il fascino della performance ne uscisse davvero scalfito, al rap denso e letterario di Billy Woods, fino alle due ore dei Cardiacs a volumi estremi nella piccolissima Sala 2 dell’Apolo: una funzione religiosa per iniziati, in uno spazio che sembrava sul punto di non contenerla. Sul fronte delle nuove leve, le chitarre graffianti e giovanissime delle Die Spitz hanno confermato che il punk gode di ottima salute anche quando lo suonano dei ventenni texani, mentre i Bassvictim hanno portato il loro hyperpop gommoso, sulla falsariga dei Fcukers e degli Snow Strippers, perfetto per una generazione cresciuta a beat compressi e ironia digitale. Sorprendenti i Black Country, New Road: incredibilmente migliorati dal vivo, finalmente non sembra più di assistere a un saggio di fine anno ma a una band consapevole della propria forza. Discorso opposto per le Wet Leg, protagoniste della giornata inaugurale del mercoledì al Fòrum ma non all’altezza dell’occasione: forse per aprire il festival sarebbe stato meglio puntare su un nome più storico. Capitolo a parte per i Model/Actriz, ormai performer assoluti: il cantante Cole Haden, vestito in maniera vittoriana, urla i suoi brani industrial-hardcore attraversando il pubblico, dimostrando apertamente che la musica e il linguaggio queer non possono e non devono essere appannaggio di pochi generi soltanto. Molto interessante l’inserimento di un nuovo locale nel circuito de La Ciutat: Les Enfants, un piccolissimo club con un impianto audio studiato appositamente per la venue e illuminato soltanto da laser rossi. Il luogo ideale per il party della label dh2, guidato da una Kelly Lee Owens in formissima.

Sono stato uno dei fortunati ad aver trovato il biglietto per l’evento più ambito di tutta la settimana a La Ciutat: il concerto dei Geese nella sala Paral·lel 62. Non ho mai visto quella sala così piena; riesco a trovare un posto a sedere in balconata perché voglio concentrarmi, voglio capire veramente quanto valgono questi ragazzi, e dopo un concerto durato, per fortuna, molto più dell’orario stabilito posso dirlo con certezza: sono la prima vera rock band per i ventenni di oggi. Tecnicamente perfetti e in grado di descrivere i disagi attuali con immagini evocative, con fotografie di un mondo in rovina e macchine pronte a esplodere, fra momenti di pura calma apparente e improvvise accelerate stordenti. Diversi siti hanno parlato di come il fenomeno della band di Cameron Winter sia in realtà una studiatissima operazione di lavaggio del cervello (psy-op, per usare un termine inglese), e guardando la fila di persone che si è creata a partire dalle unidici del mattino per il concerto solista di Winter (che sarebbe iniziato solo alle cinque del pomeriggio) mi è parso di capire che qualche elemento di follia collettiva si sia davvero sviluppato intorno alla sua figura. Poi però lo vedi nella cornice dell’Auditori Rockdeluxe, al chiuso, che nervosamente aggiusta lo sgabello del pianoforte e quasi ci litiga mentre la luce di un solo faro lo ricopre e, dopo aver fatto pace con lo sgabello, inizia a suonare i suoi pezzi: e allora la percepisci, la fiamma del talento di compositore, delle parole perfettamente pesate, del tono di voce vicino a quello di Nick Cave e dei piccoli trilli sulle corde acute del pianoforte per aumentare la tensione. E mentre suona il brano conclusivo Take It with You non ci sono più dubbi: abbiamo davanti a noi un grande musicista. I Geese suonano poche ore dopo all’aperto, davanti a una folla ancora una volta urlante e in estasi per la band, mentre dal cielo nero inizia a scendere una pioggia sempre più fitta, preludio della tempesta che ha bloccato diversi concerti del giovedì. Doja Cat, Bad Gyal, Mac DeMarco e Alex G sono soltanto alcuni degli artisti che non hanno potuto esibirsi per ragioni di sicurezza, mentre l’acqua bagnava a secchiate il Parc del Fòrum.
Ma se l’organizzazione logistica è stata efficace almeno nel limitare i rischi per il pubblico, la comunicazione è stata alquanto carente. I giovani lavoratori volontari del festival non avevano notizie in tempo reale da comunicare al pubblico, molti non parlavano neanche inglese e alcuni invitavano addirittura la gente a uscire perché il festival era sospeso. I messaggi di aggiornamento venivano inviati esclusivamente sui social, in un luogo dove i telefoni avevano problemi di copertura già dal primo pomeriggio. Ma all’improvviso, verso le 23:30, arriva un messaggio via Instagram che assicura che alle 00:30 i Massive Attack suoneranno su uno dei palchi principali. Questo provoca un movimento di circa ventimila persone sotto la pioggia verso il palco designato, ma dopo un’altra attesa arriva l’ultimo messaggio: i Massive Attack non potranno suonare. La frustrazione del pubblico era palese e il disagio palpabile, non tanto per i concerti persi quanto per la gestione dell’evento straordinario: forse il Primavera non si aspettava un fenomeno atmosferico così eccezionale, o forse sarebbe bastata una comunicazione più efficace per gestire la situazione. Il festival è comunque andato avanti sugli altri palchi e forse quella pioggia ha regalato alcune delle fotografie più peculiari di questa edizione: Father John Misty ha dimostrato ancora una volta di essere l’emblema del crooner contemporaneo. Vestito con un completo nero elegantissimo, ha offerto al pubblico armato di ombrelli e impermeabili un concerto intenso, nel quale le canzoni esistenzialiste del suo ultimo disco Mahashmashana sembravano scritte sul momento per quell’atmosfera a tratti apocalittica. Lo scenario plumbeo ha fatto anche da cornice al concerto degli Agriculture, band black metal dal sottile spirito buddista e illuminato, in stato di grazia e in piena connessione col suo pubblico, prima che la tempesta facesse saltare l’intero impianto del parco e, dopo vari tentativi di ripartenza, arrivasse la rinuncia definitiva a completare il live. Sul versante elettronico il festival ha riservato la sorpresa dei DJ set di Skrillex (oltre alla sua esibizione sul main stage), Four Tet e Blawan.

Ma il miglior live elettronico a cui ho assistito è stato quello di Lechuga Zafiro e Verraco, che presentavano il loro progetto Hyperverbena: un mix di house e suoni latini distorti, non sempre armoniosi e proprio per questo magnetici, mentre i visual mostravano i dittatori militari sudamericani e gli interventi imperialisti degli Stati Uniti in terra latina. Un modo per dimostrare, ancora una volta, come la musica da club possa trasportare un fortissimo messaggio politico. La vera chicca nascosta, però, era nel Warehouse, il più piccolo palco al coperto del festival, praticamente il garage del parco riconvertito in sala oscura e fumosa, con temperature vicine ai quaanta gradi: lì Mohammad Reza Mortazavi ha suonato una sorta di techno tribale prodotta esclusivamente con i tamburi della tradizione iraniana, il tombak e il daf, per un’ora e mezza senza fermarsi un secondo, sudando copiosamente. Una stoicità ipnotica che raramente ho visto in un’esibizione musicale. Nel già citato Auditori Rockdeluxe ho assistito ad altri due concerti memorabili. Annahstasia, con la sua chitarra acustica e una band di sole donne e di sole corde (chitarre, viole, violoncelli e un’arpa), ha firmato il singolo concerto più elegante di tutto il festival. E poi i These New Puritans, in forma smagliante, a riempirci le orecchie ora di dolcissime note di pianoforte, ora di rumori industriali e storie d’amore fra gru meccaniche, scandite dai tamburi giapponesi: la ricerca del suono perfetto attraverso il contrasto. Il Primavera Sound non ha mai avuto paura di prendere posizione e anche quest’anno ha confermato la propria voce, a partire dalla scritta gigante che campeggiava all’ingresso del festival, chiarissima e impossibile da ignorare: “No War”. Il momento più forte è arrivato durante il concerto dei Gorillaz, quando sul palco è intervenuto Arab Barghouthi, figlio di Marwan Barghouthi, incarcerato da Israele dal 2002. I Kneecap, come da copione, hanno fatto del loro concerto travolgente in un comizio da pogo, portando il messaggio militante dentro e fuori dalla musica, mentre la solidarietà al popolo palestinese attraversava trasversalmente il festival: dalle bandiere esposte sul palco da diverse band, come i Black Country, New Road, fino alla kefiah lasciata sul microfono dai Model/Actriz, un gesto silenzioso, ma non per questo meno eloquente. In un’epoca in cui molti grandi eventi preferiscono il silenzio prudente, il Primavera continua a scegliere la strada opposta.
La chiusura della domenica è ormai una tradizione consolidata: l’evento Primavera BITS ha convertito ancora una volta il Parc del Fòrum in una specie di Ibiza sul cemento, con una line-up da grande circuito elettronico, Greta, BLOND:ISH, Joseph Capriati e Carl Cox. L’evento richiama un pubblico differente rispetto a quello del Primavera, meno fedele al culto del festival e più abituato ai grandi eventi dance europei, ma svolgendosi di domenica resta sempre un’occasione preziosa: quella di salutare il Fòrum un’ultima volta, prima di ritrovarlo un anno dopo. Il Primavera 2026 non è stato esente da problemi, e sarebbe disonesto nasconderlo: la gestione comunicativa della notte della tempesta resta una macchia evidente, e qualche scelta di programmazione si può discutere. Ma sono ormai i difetti di un evento che ha smesso da tempo di essere un semplice festival musicale: il Primavera è diventato un appuntamento culturale al quale bisogna andare per cercare di comprendere in che direzione stia andando un certo tipo di musica alternativa oggi, a prescindere dai generi. È qui che capisci che i confini tra rock, elettronica, pop, metal e club culture non interessano più a nessuno, prima di tutto al pubblico: un pubblico sempre più variegato, dove gli skinny jeans neri si avvicinano ai glitter e ai vestiti più sgargianti, dove il veterano in maglietta sbiadita dei Cure fa la fila accanto alla ventenne che aspetta Cameron Winter dalle undici del mattino. Il Primavera vive veramente nelle sue contraddizioni: gigantesco e artigianale, mainstream e radicale, politico e festoso. Mi contraddico? Benissimo, allora mi contraddico, scriveva Walt Whitman, sono vasto, contengo moltitudini. Anche il Primavera ne contiene un’infinità, ed è proprio questo delicato equilibrio fra anime opposte a renderlo ancora il festival più affascinante d’Europa. O, per dirla con l’unica parola che serve davvero, la stessa che mi ha mandato mio padre quella sera mentre Robert Smith cantava: “Fantastico”. L’appuntamento per il 2027 è già fissato, dal 3 al 5 giugno. Chi c’è stato sa che è difficile non tornare; chi non c’è stato ha appena trovato la direzione in cui guardare.