Search Menu
Search

I Sigur Rós non smettono mai di stupirci

I Sigur Rós hanno portato a Roma un’esperienza che porta con sé l’anima selvaggia e pura dell’Islanda, senza chiedere indietro come condizione il possesso di un biglietto aereo per Reykjavík

“Mi crederesti se ti dicessi di aver visto l’aurora boreale a Roma?”. Questo potrebbe essere l’incipit di un romanzo fantastico per adolescenti. È invece l’incipit di un articolo sui Sigur Rós. Perché è vero: non crederei alle mie stesse parole neppure io se giurassi che è successo davvero – che l’ho vista l’aurora boreale a Roma. Ma la penna può avvalersi di qualche licenza, di tanto in tanto, per cui ne approfitterò. Ho assistito ad un fenomeno che non riguarda solo la musica. Si tratta di un’esperienza che porta con sé l’anima selvaggia e pura dell’Islanda, senza chiedere indietro come condizione il possesso di un biglietto aereo per Reykjavík. I Sigur Rós hanno trasportato un frammento di quella magia nordica nell’Auditorium Parco della Musica, avvolgendo la Sala Santa Cecilia e il suo cielo di ciliegio americano in un incantesimo di luce e suono.

Non c’è nulla di effimero né di spettacolare in senso tradizionale: qui la bellezza si fonda sull’essenzialità, sulla capacità di rendere il silenzio non un vuoto, ma una cornice che amplifica ogni suono. E poi il miracolo sta nella misura. Una corda di viola sfiorata a volume bassissimo diventa più forte di un assolo fragoroso; la sospensione di un respiro si trasforma in detonazione emotiva. La band di Jónsi ha il dono rarissimo di modulare i flussi interiori di un’intera sala che non ha neppure il coraggio di tossire, e lo fa con gesti millimetrici, come se il pubblico fosse un unico organismo da condurre in apnea, nel silenzio e poi nell’esplosione. La scenografia è altrettanto radicale: nessun artificio se non la presenza austera del maestro d’orchestra, della band e dei musicisti, immersi in un’atmosfera quasi caravaggesca. Punti di luce, simili a lampadine sospese, si propagano come costellazioni dentro una nube di fumo che avvolge il palco. Non c’è bisogno d’altro: l’immaginario dei Sigur Rós si costruisce sull’evocazione, non sulla rappresentazione.

In questo contesto, la profonda eleganza del concerto non scivola mai nella freddezza. Anzi, la sofisticazione diventa calore: e non esplode, ma arde lentamente, insinuandosi negli interstizi della percezione. È il privilegio di assistere a un’esperienza che non chiede di essere capita, ma piuttosto abitata. Alla fine, ciò che resta non è tanto la memoria di un brano o di un passaggio orchestrale, ma la consapevolezza di aver vissuto un raro momento di tempo sospeso, in cui ogni nota, ogni sfumatura, si propaga con delicatezza. C’è un patto da stipulare se si prende parte ad uno spettacolo di questo tour, ma se accettate che l’atmosfera di sacralità germogli, allora potrete vedere anche voi l’aurora boreale.