E così arriviamo alla fine di Stranger Things. Un viaggio durato dieci anni. Dieci anni sono un’enormità per una serie televisiva, ma soprattutto per chi l’ha seguita fin dall’inizio. La domanda, inevitabile, è sempre la stessa: com’è questo finale? La storia recente della serialità ci ha insegnato che più una serie si prolunga nel tempo, più diventa difficile chiuderla in modo soddisfacente. I casi emblematici non mancano: l’epilogo disastroso di Game of Thrones, capace di compromettere retroattivamente un fenomeno culturale globale, o quello amaramente deludente di How I Met Your Mother, che ha tradito anni di costruzione narrativa in nome di una scorciatoia concettuale. Forse, come pubblico, abbiamo imparato a non aspettarci più il capolavoro conclusivo, ma semplicemente un atterraggio controllato. Un finale che non rovini tutto. In questo senso, i fratelli Duffer – con la seconda e la terza parte dell’ultima stagione – riescono nell’obiettivo minimo: Stranger Things si chiude in maniera dignitosa. Non memorabile, non sorprendente, ma coerente con ciò che la serie è sempre stata.
A questo punto, però, è giusto fare un passo indietro e guardare Stranger Things nella sua interezza, come prodotto seriale. La prima stagione funzionava. Funzionava davvero. Ed è importante ricordare un dettaglio spesso sottovalutato: inizialmente la serie era pensata come una miniserie. Questo si percepisce chiaramente nella compattezza della scrittura, nella solidità dell’arco narrativo, nella capacità di chiudere un mondo senza lasciare troppe domande aperte. Il problema nasce dopo. Le stagioni successive sembrano spesso muoversi senza una direzione chiara, come se la serie stesse continuamente cercando di capire dove andare a parare. La sensazione è quella di una narrazione che procede per aggiunte, più che per necessità. Nuovi villain, nuove minacce, nuove mitologie, ma raramente una vera evoluzione strutturale. La sceneggiatura perde coerenza, e questo è un limite che Stranger Things non riesce mai davvero a superare. Il finale prova a rimettere ordine. In parte ci riesce. In parte no. Gioca moltissimo sulla nostalgia, forse troppo. È un’arma che i Duffer sanno maneggiare benissimo: citazioni anni Ottanta, momenti musicali scelti con precisione chirurgica, immagini pensate per colpire direttamente la memoria emotiva dello spettatore. Ma a forza di usarla, questa nostalgia diventa una scorciatoia.

Emblematico, in questo senso, è il penultimo episodio dell’ultima stagione. Narrativamente inutile. Un episodio che non sviluppa i personaggi, non crea veri conflitti, non porta a nessuna crescita significativa. Il messaggio sociale che tenta di veicolare è anche condivisibile, ma resta totalmente fine a sé stesso. Nell’economia della serie non aggiunge nulla, e anzi interrompe il ritmo proprio nel momento in cui sarebbe servita maggiore tensione. Ed è qui che emerge uno dei difetti strutturali più grandi di Stranger Things: i suoi personaggi sembrano non crescere mai davvero. Crescono fisicamente, certo – e questo è inevitabile – ma interiormente restano quasi immobili. Cambiano poco, imparano poco, evolvono pochissimo. Alla fine del viaggio non sono così diversi da come li avevamo lasciati all’inizio, e questo rende la chiusura emotivamente meno potente di quanto potrebbe essere. L’ultimo episodio, pur riuscendo a tirare le fila, risulta affrettato su alcuni aspetti e sovraccarico su altri. I momenti musicali nostalgici sono troppi, quasi invasivi. Ancora una volta, i Duffer giocano facile: sanno che basta una canzone giusta nel momento giusto per smuovere qualcosa. Ma la musica, da sola, non basta a rendere un prodotto sopra la media. E infatti Stranger Things, a conti fatti, è questo: una serie nella media. Non rivoluzionaria, non particolarmente audace, spesso accomodante nelle soluzioni narrative.
Un prodotto che raramente rischia davvero, che preferisce il conforto del già visto alla sfida dell’inedito. E allora perché ci ha coinvolti così tanto? Perché Stranger Things non è stata solo una serie. È stata una presenza. Ci ha accompagnato per dieci anni della nostra vita. Negli ultimi minuti non guardiamo soltanto dei personaggi che abbiamo conosciuto bambini e che ora sono adulti: guardiamo noi stessi. Pensiamo a dove eravamo dieci anni fa, a chi eravamo, a cosa sognavamo. E inevitabilmente ci chiediamo dove siamo adesso. Forse è questo il vero cuore emotivo del finale. Non la trama, non il destino dei personaggi, ma il tempo passato. Il viaggio condiviso. Stranger Things è stata uno spunto di discussione con gli amici, l’organizzarsi per vedere insieme i nuovi episodi, l’attesa prima di ogni uscita. È stata un rito collettivo. Non importa quanto, a posteriori, il prodotto possa sembrare mediocre o irrisolto. Ha fatto parte delle nostre vite. E per questo, in fondo, le siamo grati. Grazie ai fratelli Duffer che, nel bene e nel male, sono riusciti a creare qualcosa che ha unito tante persone. Non un capolavoro, ma un’esperienza condivisa. E forse, alla fine, è questo che conta davvero.