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“Stranger Things”, la serie che copia tutto ma lo fa bene

In un catalogo sempre più confuso, “Stranger Things” rimane una certezza. Per quanto manchi di una vera originalità, ha ancora qualcosa da dire, o almeno sa come dire bene ciò che prende in prestito dagli altri

Stranger Things torna su Netflix dopo tre anni di silenzio e lo fa con un ritorno in grande stile, ricco, rumoroso e perfettamente calibrato per riaccendere l’hype. Ma, anche questa volta, mi porto dietro la stessa domanda di sempre: può davvero avere una sua forza una serie che non vive di un’idea autenticamente originale, ma costruisce la propria identità quasi esclusivamente attraverso citazioni, omaggi e rimandi al passato? Non mi sono mai definito un fan sfegatato: quando uscì il trailer della prima stagione, la mia prima reazione fu “ok, hanno fatto una serie sul video di Midnight City degli M83”. Un’estetica anni Ottanta sparata, atmosfera da nostalgia prêt-à-porter, e quell’aria da “già visto” rivenduta come unicità. Eppure, nonostante ciò, ho seguito tutto. Stagione dopo stagione mi sono affezionato ai personaggi, alle loro dinamiche, ai loro silenzi e alle loro piccole tragedie. E soprattutto ho sempre convissuto con quella strana sensazione: come può un prodotto così dipendente da ciò che cita risultare comunque efficace? Forse, paradossalmente, proprio nel suo “mancare” un’idea propria trova la sua forza.

Ogni citazione è una porta d’ingresso verso un’opera più grande, un invito a recuperare film, libri e immaginari che hanno segnato intere generazioni. Stranger Things, nel suo essere un collage, ha la capacità di trasformare la nostalgia in un’arma narrativa, anche quando non inventa nulla. Questa nuova stagione prosegue esattamente su quella traiettoria. Vecna – praticamente Freddie Krueger in versione Hawkins – torna come incarnazione del male più puro, e dall’altra parte ritroviamo il solito gruppo di ragazzini (il Club dei Perdenti di IT, per intenderci) pronti a resistere, come sempre, con più cuore che mezzi. Le prime quattro puntate ti buttano dentro l’azione senza nemmeno un minuto di riscaldamento: un crescendo continuo, una costruzione di tensione che sembra voler esplodere da un momento all’altro, salvo poi fermarsi strategicamente, lasciandoti sospeso. La scelta di dividere la stagione in tre parti può sembrare furba, commerciale, studiata a tavolino per mantenere l’hype vivo più a lungo. Ma, contro ogni aspettativa, funziona. Permette al pubblico di respirare, di assimilare, di vivere la serie con un ritmo più umano, anziché consumarla in un binge-watch compulsivo. È come se la serie stessa, per la prima volta, avesse scelto di dilatarsi invece di bruciare.

E sì, anche questa stagione è un gigantesco “scova la citazione”. È un gioco, un linguaggio in codice tra autori e spettatori. La mia preferita? Una puntata che sembra uscita direttamente da Mamma ho perso l’aereo. Non scherzo: quando la vedrete capirete esattamente cosa intendo. È un omaggio sfacciato, divertente e al tempo stesso perfettamente integrato nell’estetica della serie. La trama, come sempre, si costruisce con dignità. Non sorprende mai davvero, non rivoluziona niente, ma sa essere solida e coinvolgente, e soprattutto lascia addosso quella sensazione frustrante – ma efficace – di voler subito vedere altro. Alla fine è questo il segreto della serie: non ti sconvolge, non ti cambia la vita, ma sa come farti restare. E quindi sì, anche questa stagione sarà un enorme successo. In un catalogo Netflix sempre più confuso e pieno di prodotti costruiti per fare rumore per due giorni e poi sparire, Stranger Things rimane una certezza. Per quanto manchi di una vera originalità, ha ancora qualcosa da dire, o almeno sa come dire bene ciò che prende in prestito dagli altri. Ed è probabilmente questo, nel 2025, il suo superpotere più grande.