HBO è da trent’anni, per gli appassionati di serie TV, sinonimo di qualità assoluta: The Sopranos, The Wire, Game of Thrones, Sex And The City e miniserie come Cernobyl e Band of Brothers hanno segnato la storia della serialità televisiva, avvicinandosi sempre più, insieme al mondo dei videogiochi, alla qualità e all’autorialità tipiche del cinema. L’arrivo di HBO Max in Italia ha scatenato un autentico terremoto nel panorama nazionale, offrendo l’accesso ad un catalogo enorme (molte serie TV, per ora pochi film) e togliendo a Sky quello che è stato per anni il suo punto di forza: essere stato l’unico modo legale per vedere in Italia il materiale di HBO. Influencer et similia si sono sbracciati sin dalle primissime ore per consigliare quali contenuti guardare per primi con l’arrivo della nuova piattaforma, The Sopranos in primis. Ciò che spesso non viene detto, però, è che per vedere la serie con protagonista James Gandolfini devi dedicare almeno ottanta ore di vita, poco meno per la serie che ci ha fatto conoscere Idris Elba. In un così vasto catalogo, nel quale è facile perdersi, vale la pena dare un’occhiata al più recente prodotto di binge-watching di HBO: I Love LA. Questa è la seconda opera nella quale Rachel Sennott ha un ruolo di prim’ordine, essendone produttrice, autrice e protagonista. La Sennott è poco conosciuta in Italia, ma negli Stati Uniti si è ritagliata un nome dopo una gavetta nel mondo stand-up e nei video su Internet (citofonare Ayo And Rachel Are Single) e che abbiamo visto in diverse pellicole negli ultimi sei anni: Shiva Baby, Bodies Bodies Bodies, i clamorosi Bottoms e Saturday Night, senza contare le comparsate nel Brat Universe di Charli XCX.
I Love LA è una serie di quattro ore, ma contiene così tanto materiale che, agli inizi degli anni Duemila, avrebbe potuto essere sviluppato in almeno quattro stagioni. La protagonista è Maia (la stessa Sennott), mediocre agente nel mondo del digital media le cui giornate sono alternate tra lavoro, il tempo libero con gli amici storici (lo stilista gay Charlie e Alani, il cui vantaggio è quello di avere un padre influente nell’industria cinematografica) e il fidanzato storico Dylan, un autentico pesce fuor d’acqua in un mondo di edonismo che viene introdotto già nei primi secondi del primo episodio in una scena di sesso con Maia durante un terremoto. La mediocrità della carriera di Maia sembra poter trovare una svolta nella sua ex migliore amica Tallulah (Odessa A’zion), influencer newyorkese come lei e arrivata in città per un semplice incontro, figura che potenzialmente potrebbe portare entrambe ad un lavoro solido e ben retribuito nel mondo dei social media. Il grande merito di I Love LA è quello di mantenere nella scrittura l’alternanza della frivolezza a momenti più intimi e riflessivi. Fa sorridere vedere Tallulah descritta come una influencer della quale si vedrà un solo materiale, da lei stessa disprezzato, ma anche la falsità del posto di lavoro di Maia, elemento che costruirà uno dei tanti archi narrativi di questa prima stagione. I Love LA descrive l’autentica bolla che gira nello showbiz della città, fatta di rincorsa ad accordi pubblicitari, pugnalate alle spalle con il sorriso, la spesa da Erewhon come “esperienza”, metodi poco leciti per ottenere follower e like e feste nelle quali networking e falsi sorrisi sono all’ordine del giorno.
Un mondo nel quale trovano spazio alcuni tratti caratteristici della scrittura della Sonnett (il suo inside joke ricorrente sui tratti somatici ebrei) e alcuni cameo notevoli come Ayo Edebiri nel ruolo di una cantante pop ambiziosa, Quen Blackwell ed Elijah Wood che interpretano sé stessi, con il secondo protagonista di uno dei segmenti più spassosi della stagione. Ci sono anche archi narrativi meno superficiali, come il rapporto tra Maia e Dylan che viene travolto dall’uragano Tallulah, la stessa Tallulah che sembra voler rivedere i suoi piani dopo aver conosciuto la cuoca Tessa e uno che riguarda Charlie, che entrato in contatto in maniera casuale con un cantante di musica cristiana e la sua band, a conferma della non superficialità della penna di Rachel Sennott nella stesura di questa prima stagione di I Love LA. Sì, perché è ormai confermato che HBO ha dato luce verde ad una seconda stagione. Il senso del titolo della serie lo si capisce nell’ultimo episodio della stagione, ambientato in una New York che è l’esatto opposto di Los Angeles: all’apparenza agli antipodi, essendo la Grande Mela meno esuberante e ipocrita e più posh e concreta, ma con alcune similitudini rispetto alla città Californiana. I Love LA non è una serie destinata a fare epoca, ma resta un ritratto sincero e lucido della contemporaneità: una visione onesta che sarebbe davvero un peccato relegare nel cassonetto dei DVD scontati. Anche perché a tratti ricorda Fleabag in Regno Unito, opere entrambe capaci di alternare profondità e superficialità, aggiungendo anche alcuni momenti memorabili. Potrà sembrare un’iperbole, ma Rachel Sennott e Phoebe Waller-Bridge sono più simili di quanto non appaiano, nonostante le loro differenze superficiali.