Cosa saresti disposto a fare per raggiungere il più grande obiettivo della tua vita? Mentire? Tradire? Andare contro tutti i tuoi principi? Sono domande a cui tutti hanno provato a rispondere almeno una volta nella vita, ed è proprio davanti a questa riflessione – ma non solo – che ci mette Marty Supreme, primo lungometraggio in solitaria di Josh Safdie. Dopo aver costruito la propria carriera insieme al fratello Benny Safdie, il regista questa volta punta a farcela da solo. In un certo senso, la corsa in solitaria di Safdie si riflette nel personaggio di Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet e liberamente ispirato alla figura reale di Marty Reisman, campione americano di tennistavolo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. In due ore e mezza Marty Supreme sconvolge il pubblico minuto dopo minuto.
Non è permesso distrarsi né pensare che tutto andrà bene, perché Marty Mauser non è solo un antieroe spaccone, irriverente, quasi pronto a vendere la madre pur di ottenere ciò che vuole: è un talento smisurato e, soprattutto, un’incredibile calamita per i guai. Marty Supreme è un film eccentrico, a tratti quasi fastidioso per i continui risvolti inaspettati nella storia di un giovane uomo determinato a dimostrare di valere. Lo si potrebbe considerare quasi un film di formazione, ma con un protagonista detestabile ed egocentrico, talmente sicuro di sé da non rendersi conto che, per arrivare a ciò che si desidera davvero, non sempre la strada è in discesa – anche se si è i più forti, i più furbi o i più brillanti nel proprio campo. Marty Mauser, infatti, di talento ne ha fin troppo: non solo nel ping pong, ma anche nel mettersi in situazioni complicate e nel trascinare chi gli sta intorno. Dall’amante e amica d’infanzia Rachel Mizler (Odessa A’zion), all’amico “di truffe” Wally (Tyler, The Creator), fino all’ex attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow), tutto confluisce in un caos continuo e inarrestabile.

Nonostante tutto, Marty Mauser è odiato quanto amato da chi lo circonda. Sarà forse solo fortuna, o una disperata ricerca del lieto fine, ma riesce non solo a ottenere una “vittoria simbolica”, bensì anche a mantenere vivo quell’amore – decisamente complicato – che gli altri provano nei suoi confronti. Due ore densissime di colpi di scena in un’America degli anni Cinquanta dove il ping pong è considerato uno sport di serie B, ma anche due ore di vita vera, fatta di amori, conflitti, momenti di gloria e disfatta. Marty Supreme ci fa salire su montagne russe emotive, con il cuore in gola, per poi culminare in un finale che ricorda come, nonostante i grandi sogni e le ambizioni, la vita possa regalare vittorie anche nell’inaspettato.