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Gli Oscar 2026 sono andati (quasi) come previsto

Anche se si legge in giro di vittorie inattese ed esclusioni sorprendenti, per chi conosce le dinamiche degli Oscar ciò che è uscito dalle premiazioni non stupisce, salvo alcune eccezioni che confermano la regola

Per chi non volesse andare oltre: gli Oscar sono andati praticamente come previsto. Chi conosce bene le dinamiche dell’assegnazione degli Academy Awards non si è stupito neanche dell’assegnazione del premio a Miglior Film ad Anora nel 2025, per dire. Questo perché era già preannunciato da diverse settimane il fatto che sarebbe stato l’anno di Sinners e di One Battle After Another, che si portano a casa dieci delle ventiquattro statuette assegnate, saccheggiando anche numerose categorie di carattere tecnico. È una rassegna di natura politica, sia nel senso più letterale del termine sia in quello di tutela dell’industria, ormai da diversi anni e storicamente, al contrario dei Golden Globe, ha sempre avuto una preferenza per le produzioni anglofone. Sì, Parasite è la grandissima eccezione che conferma la regola. La vittoria del Miglior Film per One Battle After Another è tra le più telefonate degli ultimi anni perché, ammettiamo, non è che ci fosse questa grandissima concorrenza, anche grazie ad un cast in stato di grazia al quale è stato giustamente riconosciuto il premio Miglior Casting, introdotto quest’anno. Stesso discorso per il Miglior Regista assegnato a Paul Thomas Anderson, uno dei più importanti registi contemporanei che avrebbe potuto meritarne almeno altrettante nelle candidature precedenti.

E se in molti puntano il dito sulla vittoria di Michael B. Jordan come Miglior Attore Protagonista, il meritatissimo Oscar ad Amy Madigan per Miglior Attrice Non Protagonista per Weapons è il giusto riconoscimento per un genere spesso bistrattato come l’horror. Ancora più scontato, visto l’enorme successo internazionale, il fatto che Kpop Demon Hunters abbia portato a casa ben due premi, quello per Miglior Film di Animazione e per la Canzone Originale con Golden, in un confronto con l’altrettanto quotata I Lied To You di Sinners, film che in ogni caso si porta a casa la Miglior Colonna Sonora Originale con Ludwig Göransson, classe 1984 ormai veterano degli Oscar. Chi è l’autentico vincitore nelle categorie tecniche è Frankenstein, che trionfa nella Miglior Produzione, nel Miglior Makeup e nei Migliori Costumi; anche questa tripletta, in tutta sincerità, non suona assolutamente come una sorpresa. Al contrario, e questa è forse l’unica sorpresa della serata, è che un film eccellente dal punto di vista tecnico come F1 abbia trionfato solo nel Miglior Sonoro, perdendo (immeritatamente) nel Miglior Montaggio e (ci può stare) nei Migliori Effetti Visivi. In un anno con due pellicole che hanno letteralmente cannibalizzato i premi, è scontato vedere film quotati sulla carta uscire con le mani vuote dal Dolby Theatre di Hollywood. E se Bugonia e Train Dreams non suonano come sorprese, l’esclusione di Marty Supreme sembra più dettata da una campagna di marketing disastrosa che da scelte della giuria, un po’ come successo con Emilia Perez lo scorso anno.

Il cinema non anglofono porta a casa qualche contentino, come da tradizione, come ad esempio il Miglior Documentario con Mr Nobody Against Putin, nel quale viene narrata la propaganda mediatica nel conflitto russo-ucraino, che batte quel The Perfect Neighbor sulla carta favorito. Per il resto un premio come Miglior Film Straniero per Sentimental Value, che suona più come un premio di consolazione per la pellicola norvegese diretta da Joachim Trier che, insieme al brasiliano The Secret Agent con il grandissimo Wagner Moura, in altro contesto storico avrebbe portato a casa qualcosa di più. In realtà una sorpresa c’è stata in questi Oscar 2026. Dopo anni nei quali case indipendenti come Neon e A24 hanno piazzato i loro nomi nei piani alti, quest’anno sembra una sorta di restaurazione delle grandi case di produzione, con il colosso Warner ormai nell’orbita di Paramount e le nuove major digitali Netflix e Apple autentiche protagoniste. Quel che è certo è che, al netto delle sorprese vere o presunte, questi Oscar 2026 raccontano un’industria in transizione: un grande studio come Warner torna a far sentire la sua voce in maniera molto presente, le piattaforme digitali consolidano la loro presenza e il cinema d’autore non anglofono continua a raccogliere le briciole. Un copione già visto, e probabilmente non è ancora il momento di aspettarsi un finale diverso.

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