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Elephant Brain, come vivere il presente

Gli Elephant Brain stanno per chiudere il tour, e noi li abbiamo incontrati per fare un punto sul presente, sul passato e su quello che verrà. «Quando siamo in tour accumuliamo, poi tutto esce nella musica»

Gli Elephant Brain chiuderanno a Milano il tour italiano nato attorno a Almeno per ora, il loro ultimo disco. Li abbiamo incontrati per fare un punto sul presente, sul passato e su quello che verrà, e domani li rivedremo sul palco a Milano per la data conclusiva. Un tour che li ha portati sui palchi dei principali club italiani e che ha accompagnato un lavoro profondamente legato al tempo che passa, al diventare adulti e a quel senso di sospensione che il titolo stesso suggerisce.

Siete arrivati alla fine di questo tour: come state?
Oggi stiamo bene. Siamo carichi. Il tour non è stato completamente lineare, ci sono stati rallentamenti e non è andato tutto come ci aspettavamo, però alla fine vince sempre il fatto di stare sul palco insieme e davanti alla gente che ha ascoltato il disco.
Siamo molto contenti. Anche perché erano due anni che non tornavamo in Puglia, quindi c’è anche quell’energia lì.

Questo tour, che vi ha portato nei principali club italiani, cosa vi ha lasciato?
Il tour è una cosa importante perché hai tanto tempo per stare insieme e ricrei quell’atmosfera tra band che è fondamentale.
Accumuli tante cose, tante esperienze, tanto vissuto. Noi funzioniamo così: quando siamo in tour accumuliamo e poi, in un secondo momento, tutto esce nella musica.
È difficile che nascano canzoni durante il tour, perché il tempo è tutto concentrato sui live. Arrivi, fai soundcheck, cena, concerto e il giorno dopo riparti.
Per ora vogliamo goderci queste date. Ci saranno anche altre date estive, perché per noi la musica nasce per essere suonata e condivisa.

Facciamo un passo indietro: come nasce il progetto Elephant Brain?
Nasce da molto tempo. Ci conosciamo praticamente da sempre, siamo dello stesso paese.
Alcuni di noi già suonavano, altri hanno iniziato dopo, anche un po’ “spinti” a prendere uno strumento. La cosa che ci caratterizza è che prima siamo amici e poi musicisti. L’amicizia è nata prima e suonare insieme l’ha resa ancora più forte.
È una cosa molto solida.

Venendo alla musica, quali sono stati i dischi o gli artisti che hanno influenzato di più Almeno per ora e il vostro percorso?
Siamo in cinque e il processo creativo parte spesso da un’idea di uno, ma poi tutto viene rielaborato insieme. All’inizio del progetto ci sono state influenze legate al Midwest Emo, ma anche cose più rock come i Foo Fighters, soprattutto per la presenza delle tre chitarre.
Poi, scrivendo in italiano, entra anche un confronto più cantautorale. Per esempio Niccolò Fabi è stato un riferimento per il modo di lavorare sui testi, sul raccontare momenti della propria vita. Il risultato è un insieme di ascolti diversi che si incontrano.

Domanda più personale: che avete fisso in playlist in questo periodo?
In questo periodo, tra gli ascolti fissi ci sono anche realtà particolari come gli Angine de Poitrine, che ci stanno facendo impazzire per il loro approccio math rock.
Oggi ascoltiamo davvero di tutto: dal pop al jazz, fino a cose più pesanti.

Il vostro primo disco è uscito praticamente durante la pandemia. Com’è stato vivere quel momento senza poterlo portare subito dal vivo?
Ci abbiamo lavorato cinque anni, avevamo il tour pronto, abbiamo fatto due date e poi si è fermato tutto. All’inizio è stato difficile, però quelle canzoni hanno trovato un altro senso. La gente le ascoltava a casa e si è creata una prima connessione, anche online. Quando siamo tornati a suonare, abbiamo trovato persone che conoscevano i pezzi.
La prima data dopo lo stop c’erano persone che cantavano le canzoni, anche dopo aver fatto ore di strada per venire.
Lì abbiamo capito che quella musica poteva essere condivisa davvero.

Siete in cinque: come gestite i conflitti, sia creativi che umani?
È un confronto continuo. Ogni canzone viene discussa e rielaborata da tutti. Non c’è una persona che decide. È un processo lungo: si cambia molto, si riscrive tanto. Per esempio una canzone ha avuto anche diciassette versioni diverse.
A volte si arriva a perdere il filo, e in quei casi è importante anche uno sguardo esterno. Per esempio Jacopo Gigliotti, bassista dei Fast Animals and Slow Kids, a un certo punto ci ha detto di fermarci e registrare, perché altrimenti saremmo andati avanti all’infinito. La cosa che tiene tutto insieme è il rapporto umano. Senza quello sarebbe difficile lavorare così.

Almeno per ora parla molto del diventare adulti. Vi sentite arrivati a quella fase?
Sì, ma è una cosa strana. È come se dovessi ricordartelo ogni giorno.
Anche quando hai trent’anni o più, ti senti ancora in una fase di passaggio. C’è sempre questa sensazione di non essere arrivati del tutto, anche per il periodo storico che stiamo vivendo, che è complicato.

Il titolo sembra quasi una sospensione. Vi rappresenta anche come band oggi?
È una fase di passaggio.
Ci sono momenti che segnano un prima e un dopo nella vita, e questo è uno di quelli. Si attraversano situazioni difficili, cambiamenti, e si cerca di capire come stare dentro a tutto questo.

Nel disco colpisce l’attenzione ai dettagli emotivi e quotidiani. È una scelta o viene naturale?
È naturale.
Raccontiamo quello che viviamo, anche nei momenti difficili. Le cadute, i fallimenti, le relazioni: sono tutte cose che fanno parte del percorso e che possono anche cambiare il modo in cui vedi le cose. Anche le situazioni più difficili possono aprire strade che non ti aspettavi.