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Westside Cowboy, quattro ragazzi e il tempo che corre

I Westside Cowboy mescolano indie rock britannico e alt-country americano in un disco spontaneo, pieno di chitarre, voci e cambi di direzione. “It Goes On” racconta il disorientamento dei vent’anni senza avere fretta di trovare risposta

Nati tra le aule del Royal Northern College of Music di Manchester, i Westside Cowboy appartengono a quella nuova generazione di musicisti cresciuta con l’intera storia della musica a portata di mano. It Goes On, il loro album d’esordio, raccoglie questa abbondanza di riferimenti e la trasforma in qualcosa di sorprendentemente spontaneo. È un disco che sembra correre continuamente, eppure chiede a chi lo ascolta di fermarsi. È forse il suo paradosso più bello: il dinamismo è insito nelle melodie (e nel titolo stesso del disco), nelle chitarre che si inseguono, nei brani che crescono e cambiano direzione, nelle voci che si alternano; al centro di questa tensione ci sono ragazzi che raccontano una generazione spesso incapace di capire dove andare. La vita procede velocemente, mentre loro provano semplicemente a starle dietro. Il movimento dei Westside Cowboy, però, non coincide con la velocità: nei loro brani c’è spazio per la pausa, per l’errore, per l’ascolto. It Goes On corre senza avere fretta. Musicalmente, l’opera si muove all’interno di ciò che gli stessi Westside Cowboy hanno definito, con una certa ironia, “britainicana”: un punto d’incontro tra la tradizione indie rock e post-punk britannica, legata soprattutto alla scena di Manchester, e le sonorità roots dell’alt-country americana.

Le chitarre restano spesso al centro della scena, mentre i brani privilegiano l’energia dell’esecuzione e il dialogo tra le diverse voci della band. È una musica che attraversa tradizioni differenti senza fermarsi troppo a definirne i confini, preferendo l’immediatezza di quattro ragazzi che suonano insieme alla ricerca di una perfezione troppo controllata. It Goes On invita a soffermarsi sulle sue sbavature, sulle imperfezioni, sui cambi di voce, sugli strumenti che entrano ed escono dalla scena. È un disco grezzo e pulito allo stesso tempo, immediato e capace di rivelarsi lentamente. Il suo movimento assume così anche una dimensione interiore: significa lasciarsi andare, rallentare abbastanza da accorgersi di ciò che succede dentro e intorno alle canzoni. Questa sensazione si lega anche al modo in cui i Westside Cowboy guardano alla musica che li ha preceduti. Cresciuti in un’epoca in cui le distanze tra generi, epoche e tradizioni sembrano essersi ridotte, i quattro musicisti si muovono tra influenze diverse con grande naturalezza. In It Goes On questi riferimenti non vengono mai esibiti come un repertorio da mostrare, ma diventano parte di un racconto più personale. Più che dalla memoria di una musica, il disco sembra nascere dalla memoria di ciò che si prova quando ci si innamora della musica.

Gli stessi Westside Cowboy hanno spiegato di aver voluto realizzare un disco che racchiudesse tutto ciò che avevano ascoltato fino a quel momento e che li aveva fatti innamorare della musica. È una dichiarazione che aiuta a comprendere la natura dell’album: immediato, diretto e sincero, costruito per assomigliare il più possibile a chi lo ha scritto. Le canzoni portano con sé le inquietudini di quattro ragazzi che guardano al futuro mentre il presente continua a correre, lasciando spesso più domande che risposte. In questo senso, It Goes On si costruisce sulla memoria di un sentimento: ciò che rimane addosso quando una canzone ci fa venire voglia di prendere uno strumento, formare una band, stare insieme a qualcun altro e vedere dove tutto questo potrà portarci. Anche la struttura della band diventa parte di questo discorso. I quattro membri contribuiscono alla scrittura e la voce principale cambia da un brano all’altro. L’identità dei Westside Cowboy nasce così da un continuo passaggio di testimone, da una personalità collettiva costruita attraverso differenze che rimangono riconoscibili. Il gruppo stesso diventa una forma di movimento: quattro direzioni diverse che trovano un punto d’incontro senza smettere di muoversi. I primi quattro brani possono allora essere letti quasi come un piccolo manifesto.

Kick Stones (The Boys) introduce l’energia e l’urgenza del movimento; Paperchains ne mostra il lato più leggero e giocoso; Dobro porta in superficie la componente roots e il rapporto con una tradizione musicale precisa; Well Done Kid, You Did It apre invece una dimensione più intima e riflessiva. Quattro canzoni diverse tra loro, ma unite dallo stesso tentativo di trovare un equilibrio tra slancio e smarrimento. It Goes On significa “continua”, “va avanti”: ma cos’è in realtà che continua? La musica, il tempo, la crescita, le inquietudini di quattro ragazzi appena affacciati all’età adulta, il rapporto con ciò che li ha fatti innamorare delle canzoni? Il titolo non offre una risposta e proprio per questo sembra adattarsi perfettamente a un disco costruito sul movimento. It Goes On trova così la sua forza nel mettere in movimento le inquietudini dei suoi vent’anni e trasformarle in canzoni: il disco accompagna queste domande lungo il loro percorso, mantenendole aperte. E forse è proprio questo il significato del suo titolo: una constatazione più che una spiegazione. Qualcosa prosegue il proprio cammino. Che sia la musica, il tempo o la ricerca di un posto dentro tutto questo, il disco lascia la questione in sospeso. Ed è proprio in quello spazio aperto che trova la sua forza. It goes on.

The Fray
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