Opinion

“Suburra 2” non è il solito romanzo criminale

Come dentro Pac-Man, a Roma, se sei un membro della malavita, o mangi o vieni mangiato. Questa è la costante, il fil rouge che connette le due stagioni di Suburra. A pagarne lo scotto è ancora Lele, il personaggio più evoluto della seconda stagione che, se nella prima si trova tra due fuochi, nel nuovo (ma vecchio) scenario che si va a disegnare – benché con dinamiche diverse – è letteralmente il burattino di tre fazioni contrastanti; la Polizia, Samurai, e gli amici con cui tutto è iniziato (ovvero Spadino e Aureliano).

Tutte le parti sono in grado contemporaneamente di muovere i fili di questo camaleontico personaggio e di regolare le dinamiche che portano all’evento più atteso per lo sblocco delle terre di Ostia, ovvero le elezioni politiche della capitale. È una lotta di alleanze che vagamente richiama lo scenario politico del Paese, tuttavia qui siamo di fronte a fenomeni di corruzione che vanno oltre l’immaginabile.

Da questa nebbiosa lotta di alleanze, ad emergere è il secondo personaggio rivelazione della stagione: Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), disposto a vendere l’anima a chiunque sia in grado di mettergli in mano le chiavi della città (non importa quale sia il colore o l’ideologia, l’importante è sedere al tavolo dei potenti e poter agevolare il miglior offerente). Ovviamente tutti hanno le mani sporche di sangue, Cinaglia (indirettamente) per primo e questa dialettica tra il Dottor Jekyll e Mr. Hyde finisce per trasformarsi in una personalità a senso unico dove la parte marcia e corruttibile fagocita quella umana e linda.

Impossibile non tributare almeno un paragrafo alla magistrale interpretazione del fiore all’occhiello del nostro cinema: Alessandro Borghi. Uno che sembra entrare così a fondo nella mente dei personaggi che interpreta da riuscire ad incastonarla in modo vivido nelle turbe psichiche dello spettatore. Non sono la barba, i tatuaggi o gli occhi azzurri a renderlo un angelo dannato, ma le doti interpretative, perché Borghi non è il solito belloccio ma un patrimonio della scena romana e nazionale.

Suburra 2 è anche la stagione delle donne: il sesso debole (che debole non lo è affatto) prende in mano le redini degli affari e dà prova di essere all’altezza dei rispettivi uomini. C’è Adelaide, la madre di Spadino, c’è Angelica, sua moglie, c’è Nadia, la nuova compagna di Aureliano che sembra poter diventare un personaggio veramente interessante, c’è Cristiana, una poliziotta molto astuta e arrivista, e Livia, sulla cui infanzia viene fatta una attenta analisi (l’attrice che interpreta la giovane di casa Adami è incredibilmente identica alla Livia adulta) e ovviamente Sara Monaschi. Ognuna di loro, a suo modo, ha un’anima ibrida, riflessiva, pragmatica, di cui si sa, le donne sono dotate per natura.

Il brano di Lucci e Coez nell’introduzione della prima puntata, i caratteristici brani rap in romanesco a cui la serie ci aveva abituato la rendono pregna di identità territoriale, ma se dovessimo riassumere la serie con la frase di un cantautore romano non sarebbe di quel background musicale. Lui sarebbe Venditti e la frase sarebbe “Certi amori non finiscono/Fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Ma il titolo sarebbe fuorviante: Amici mai? No, tutt’altro (anche se In questo mondo di ladri sarebbe il titolo più coerente).

È anche la stagione che mette sotto i riflettori il tema dei migranti e delle speculazioni finanziarie. Qui la regia prende una direzione molto netta e forse, dopo Ultimo, Matteo Salvini elogerà anche Suburra malgrado la destra sia dipinta come il partito più labile durante tutta la fase di trattativa per le alleanze. La condanna al Vaticano è costante e agguerrita e se il buongiorno si era visto dal mattino, come aspettarsi un altro sviluppo (Suburra – La serie inizia con un party orgiastico che coinvolge quello che amichevolmente, si fa per dire, Aureliano e Spadino chiamano Zì prete).

Ci sono infine personaggi nuovi, come il figlio di Samurai e vecchi messi in stand by, come Manfredi, che però sembrano poter tornare agguerritissimi nella terza stagione. Eh sì, perché è chiaro che c’è da aspettarsi un Suburra 3.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.