Interviste musica

Madame, la million dollar baby che pensa solo alla musica

Sono quasi le due del mattino. L’insonnia mi porta in questo periodo ad entrare in qualche room di Clubhouse con la speranza che il suono delle parole degli speaker mi culli un po’ e mi faccia prendere sonno. Giro annoiato tra le diverse discussioni: c’è Calcutta che canta una versione porno di Musica leggerissima, un designer statunitense che parla del suo nuovo progetto e poi una room in cui c’è Francesca, Madame. Io con Francesca devo parlarci l’indomani, e ho la paura tremenda che mi bruci qualche domanda. In questa stanza virtuale ci sono anche Godano dei Marlene, Masini e la Pettinelli. Si parla di Spotify, della morte del business musicale, delle charts di Sanremo e di Bezos. Tutto estremamente interessante, se non fosse che pian piano l’effetto soporifero degli argomenti che non riesco più a capire alle due passate, mi conduce quasi definitivamente tra le braccia di Morfeo. Stanno per chiudere: Stefano Fisico, padrone di casa, sta facendo un giro di saluti quando il microfono di Madame si apre. «Scusate, posso dire solo un paio di cose?». È come se Mark Zuckerberg chiedesse al prof di social media se può dire qualcosa in conclusione alla lezione del giorno. Ad ogni concetto che esprime, è come se mostri sacri della vecchia generazione cercassero il suo consenso; aprono il mic, dicono frasi del tipo «ha ragione Francesca» e lo richiudono. Sono tutti consapevoli che la musica dei prossimi vent’anni passerà dalle barre di questa diciannovenne senza peli sulla lingua e con un mucchio di sogni da realizzare.

Ho la sensazione che a Sanremo tu abbia ottenuto il premio a cui tenevi di più, ossia quello per il miglior testo. Mi sbaglio?
No, non sbagli, hai assolutamente ragione. L’ho detto anche a Domenica in: per una cantautrice è questo il premio più importante. Ci sono tantissimi artisti con una bella voce, ma per me è solo uno strumento in grado di veicolare ciò che la mia penna vuol raccontare alla gente.

Madame è un album ricco di collaborazioni. È più difficile lavorare ad un featuring a distanza?
Sono stati lavorati tutti in remoto, tranne quello con i Pinguini Tattici Nucleari. Non ho ragionato molto, ti dico la verità: io sono una tipa impulsiva e quando sentivo la necessità di togliere una strofa per far spazio ad un determinato artista che secondo me ci stava bene, l’ho fatto. Non è stata una mossa per racimolare streams o consensi da altre fan base e in realtà non so dirti nemmeno se sia stata una scelta corretta quella di coinvolgere così tanti colleghi, per questo dovremo aspettare ancora un po’. Sono certa di aver condiviso comunque i miei brani con artisti superlativi. Per esempio Gué è uno che fa molte collaborazioni ma ci tenevo ad averne anch’io un pezzetto nel disco e credo abbia fatto un ottimo lavoro. Idem per tutti gli altri; da Gaia che ha cantato in portoghese – che è la sua lingua – a Villabanks che di solito tratta temi molto diversi ma che in questo caso si è completamente messo a nudo. Blanco, poi: che dire di lui? È un artista fantastico che volevo assolutamente spingere perché lo merita. Io stessa volevo che il mio nome fosse affiancato al suo. Ti è piaciuto il nostro pezzo?

Sì moltissimo. È una sorta di Frankenstein, pieno di suoni molto diversi, a tratti disturbanti.
(Ride ndr.). Ti ringrazio per questa tua opinione e ti spiego perché hai avuto quella sensazione: in pratica il beat di Mr. Monkey secondo me non era adatto per lui per cui ho pensato che fosse interessante far interrompere il brano e far ripartire Michelangelo (producer di Blanco ndr.). Una roba tipo Sicko Mode di Travis Scott o Peaky Blinders di Rkomi. Sono molto soddisfatta di questo feat.

Tieni conto che siamo stati tra i primi ad intervistarlo, in lui c’era un talento cristallino già dalle demo di SoundCloud. Che poi lui è un altro artista che parla spesso di sessualità, come te. Quando hai scritto un brano come Clito non hai pensato che avrebbe avuto vita dura in un Paese come l’Italia?
Il confronto l’ho scelto insieme al mio mestiere. Se mi fossi voluta nascondere sarei andata in Andalusia a fare il pastore. Sono della scuola di pensiero che sposa il “sono così, che piaccia o meno”. Il pubblico è sovrano: Clito ha fatto milioni di stream pur contenendo una tematica che poteva essere osteggiata dalla natura di parte della società in cui viviamo. Io ho abituato chi mi ascolta a non abituarsi a qualcosa, non sanno dove andrò e in realtà ti svelo un segreto: non lo so neanche io (ride ndr.). La reazione sarebbe potuta essere del tipo: “che cazzo fa questa?”. E invece è stata più un: “Santo Dio, una ragazza finalmente ha parlato senza remore del suo fottutissimo clitoride”. Che poi io in realtà volevo solo sfogarmi. Guarda un po’, non ho un pene ma un clitoride.

Chi fa un talent ci mette molto a scrollarsi di dosso l’etichetta di “venduto”. La tua colpa pare sia stata quella di essere così talentuosa da venir ricondivisa da un calciatore famoso. Questa cosa non ti fa incazzare?
Lì per lì moltissimo. I giornali riescono a rovinare anche le cose più belle. (Silenzio di due secondi circa). Non tutti i giornali (ride ndr.). Che poi ne ho trovati molti di professionisti che invece di fare gossip hanno chiesto di parlare con me per riportare le giuste informazioni. Questo anche grazie a Nicoletta (il suo ufficio stampa ndr.) che ha sempre selezionato accuratamente le testate a cui concedere una chiacchierata.

Quindi ci sono testate che ti hanno compresa ed altre che hanno fatto i titoloni.
Nel periodo della vicenda Ronaldo ho letto di tutto. Ragazzi, io non sono “quella che è stata scoperta da Ronaldo”. Quando è successo, Sciccherie aveva due milioni circa e io venivo fuori dal buco di culo di Vicenza, anzi di Creazzo.

Che poi insomma diciamocelo, non è che la tua musica fosse sconosciuta tra noi addetti ai lavori prima delle stories di CR7.
Appunto. Non credo che Cristiano sia un talent scout che passa le giornate a cercare musica emergente italiana (ride ndr.). È chiaro che la mia roba già girava. Detto ciò: io sono felicissima che lui abbia ascoltato il mio brano, magari avrei preferito me lo scrivesse in DM. Comunque bella lì, soddisfazione grande perché amo follemente il calcio.

Sì, l’ho sentito nell’intervista de Le Iene. Ma dai, io non ci credo che sai fare 385 palleggi.
Te lo giuro.

Bah, comunque: che squadra tifi?
Io ho metà famiglia juventina e metà interista.

Quindi immagino la lotta interna quando è successa la roba di Ronaldo.
Esatto, anche se lui più che la Juve, rappresenta un personal brand pazzesco, quindi al di là di qualche battuta erano tutti contenti per me.

Credo che a Sanremo, dopo Achille Lauro, la tua sia stata l’esibizione più scenica in assoluto. Quanto conta oggi in un progetto artistico l’estetica e quanto la musica?
Inutile dire che conta solo la musica. Se sei un fenomeno, cosa che io non sono, allora può avere anche senso, ma nella maggior parte dei casi non è così. La performance e l’estetica contano tantissimo. Quando dico estetica non fraintendermi, io non sono Belen Rodriguez.

Parli di attitudine?
Sì, precisamente.

Quindi che percentuale mi daresti?
50-50. Poi devi esser brava tu a bilanciare le due componenti, devi essere l’art director di te stessa e capire quando stai pisciando fuori dal vaso, altrimenti diventi una caricatura oppure al contrario rischiano di non vederti. Io sono partita molto alta: Dior e Maria Grazia Chiuri hanno concretizzato la mia visione. Quando ci siamo incontrati con lo staff ho detto: io posso mostrare il mio corpo ma non ho intenzione di essere solo figa. Voglio invece che mi adorniate di un messaggio forte. Non tutti lo hanno capito, ma chi stimo e mi interessava capisse, ha capito.

Ricordo di aver sentito Jovanotti dire che dopo un sold out a San Siro, quando sua moglie la mattina gli chiedeva di buttare la spazzatura, questo lo aiutava a restare coi piedi per terra. Tu come gestisci la tua fama arrivata così presto?
Io non ho ancora mai fatto San Siro, quindi non so. Se dovesse mai accadere comunque credo non me la tirerei più di tanto visto che caratterialmente sono una che resta abbastanza coi piedi per terra. Comunque devo dirtelo: non avrò fatto San Siro ma oggi pomeriggio sono venute tre signore in macchina da Milano per cercarmi. Questa è una prova – un po’ creepy, se devo essere sincera – di ciò che sto facendo di buono. Ti sembrerà banale: ma come spesso si guarda un ragazzo o una ragazza per il suo aspetto prima ancora di apprezzarne dell’altro, io ho accettato che la gente prima mi vede per la mia popolarità e poi al massimo indagherà su ciò che sono. In generale ho preso atto di essere entrambe le cose. Io mi sentirei Jovanotti anche mentre vado a buttare la spazzatura.

Cosa ti fa stare bene?
Stamattina sono stata nella scuola elementare che ho frequentato da piccola. Vedere che tanta gente mi dimostri affetto oggi come ieri indifferentemente è quel che mi fa veramente stare bene. Mi sono emozionata.

Il tuo primo approccio con Fada e Barlow (Arcade Boyz ndr.) è stato particolare. Loro se non ricordo male avevano detto che il rap al femminile non funzionava in Italia (o qualcosa del genere) e lei aveva mandato delle demo facendo capire loro che non era così. Per cui mi è venuto spontaneo chiederle: Oggi credi che il rap al femminile sia sullo stesso livello di quello maschile?
Spero di essere un riferimento femminile per qualcuno. Se devo essere sincera purtroppo la risposta alla tua domanda è che non siamo tantissime a fare roba di qualità.

Il mio brano preferito del disco è Mami Papi. Il tuo?
Bamboline Boliviane e Istinto tra quelli che ancora il pubblico non conosce, ma in generale quella a cui tengo di più è Voce.

Nel documentario su Billie Eilish uscito da poco su Apple TV, ad un certo punto i suoi collaboratori le consigliano di non lasciarsi andare in dichiarazioni su temi delicati per paura che un giorno le si possano ritorcere contro. Pensi mai che un giorno potresti non condividere la “te 19enne”?
Non ha senso preoccuparsi perché non so neanche chi sarò tra tre anni.

Magari non sai neanche chi sei adesso.
Infatti non lo so. Leggo interviste di tre giorni fa e penso: merda, già la vedo in modo diverso ma cosa posso farci? In quel momento la mia visione era quella per il resto vivo un eterno panta rei.

Quindi cosa dirai quando rileggerai questa intervista tra qualche anno?
“Cazzo quanto sono cambiata”. Poi mi farò una risata e volterò pagina.


Foto di Mattia Guolo
Digital Cover di Jadeite Studio
Coordinamento redazionale: Emanuele Camilli
Ufficio stampa Sugar Music/Madame: Nicoletta Zagone

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.