Recensioni cinema

“The Green Knight”: potere e onore nel fantasy di David Lowery

Dopo la parentesi del 2018, David Lowery torna a collaborare con A24 per Sir Gawain e il Cavaliere Verde (o The Green Knight, come preferite). La A24 è anche una delle maggiori responsabili dell’affermazione della cosiddetta new wave horror, una tendenza cinematografica il cui titolo più rappresentativo è probabilmente Midsommar (2019), con il quale Sir Gawain e il Cavaliere Verde presenta più di una somiglianza: l’affinità con la pellicola di Ari Aster è evidente in diverse sequenze ma di fatto molto superficiale, dal momento che il lavoro di Lowery non ha nulla a che vedere con l’horror e si inserisce in una ricerca stilistica personalissima, che riprende tematiche cavalleresche e high fantasy per mettere in scena un percorso di formazione individuale. Il confine tra film storico e fantasy è estremamente labile, poiché Lowery adatta con un certo rigore filologico l’omonimo poema cavalleresco del XIV secolo che, come tutti i poemi appartenenti al ciclo bretone, contamina continuamente il realismo con la magia: film e fonte scritta divergono nel finale, ma le prove che Gawain (Dev Patel) affronta e la volontà di affermarsi come uomo d’onore, guadagnandosi un posto nel mito, riprendono con efficacia la tradizione cavalleresca medievale, secondo la quale affrontare la morte è un requisito necessario per entrare nella leggenda. Fin dall’inizio del film vediamo infatti Gawain, giovane ambizioso ma dalla vacillante forza di volontà, desiderare di entrare a far parte della gloriosa classe dei cavalieri, uomini di potere ma ancora prima d’onore.

Il centro tematico della pellicola è proprio il rapporto tra potere e onore: se a un uomo la gloria è concessa senza merito, senza cioè che le tipiche prove d’onore e di magnanimità delle formazioni cavalleresche siano superate, quest’uomo – un infelice, con ogni probabilità – governerà mostrando tutta l’aberrante freddezza di un potere che non ha nulla di giusto ma è solo la conseguenza della superiorità fortuita di un individuo sugli altri. Se un uomo dimostra di essere giusto, se conquista con merito la gloria, se supera le prove, il suo onore porterà a un potere divino, come insegnano le leggende medievali, o rimarrà amaramente confinato in uno spazio di conquista interiore che non ha nessun peso sulla realtà circostante? Questa è la domanda a cui il regista risponde, lasciando tuttavia un senso di sospensione e di irrealtà che alimenta nello spettatore l’impressione di aver effettivamente assistito alla nascita di una leggenda. Le tematiche della pellicola di Lowery sono avvolte da uno sfoggio di estetica altrettanto affascinante: la regia virtuosa – purtroppo penalizzata da un montaggio che prova a essere sperimentale ma risulta solo confusionario – sposa una fotografia potente e suggestiva che, con il contributo imperfetto ma tutto sommato coerente di una CGI al limite (e talvolta oltre al limite) del trash, restituisce in modo originalissimo l’atmosfera di quel Medioevo crudele e fatato di cui il fantasy è direttissimo discendente.

Lucia Ferrario
Autore

Classe ‘98, cinefila compulsiva che quando parte "My Way" alla fine di "Goodfellas" si sente come Alex mentre ascolta Ludovico Van.