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La svolta interiore di Miles Kane

Innovarsi, evolversi, distinguersi. È questo il mantra del mondo anni Venti, i cui confini tra reale e virtuale sono via via più labili e confusi, dove clic e visualizzazioni regolano una concorrenza sempre più spietata. La musica, come qualunque altra cosa, è in perenne rincorsa di questo o quel trend, reinventandosi in un’ennesima interpretazione di qualcosa di già sentito. Ma al di là di becere correnti passeggere, l’essere debitori, consapevolmente o meno, a chi ci ha preceduti prescinde da ogni tipo di volontà. E questo lo sa bene chi, verso metà anni Novanta viveva la sua pre-adolescenza nel Regno Unito, apprendendo attivamente o passivamente tutto ciò che gravitava attorno alla tarda new wave e la conseguente ondata brit pop. Miles Kane ha vissuto non solo quell’era, ma anche quella precedente e quella prima ancora, in un viaggio a ritroso fino ai 60s e oltre, dalla swinging London al rock & roll più selvaggio; un trip mentale e musicale che Miles ha da sempre messo in condivisione, a suon di chitarra e voce, album e collaborazioni, al servizio di chi, come lui, non si accontenta di attingere superficialmente da un tempo che non c’è più, ma vi si immerge in modo naturale e spontaneo, trasformandosi in un credibilissimo concentrato di più decenni musicali, senza mai sfociare in un costruito progetto anacronistico.

Le luci in strada illuminano ad intermittenza il vetro della finestra e la scrivania su cui ho preso brevi ed incomprensibili appunti. Digitando il numero sul telefono, mi ritornano flash del lontano 2012: titoli in loop sul buon vecchio iPod touch, cover e colori di una vita passata, scandita più e più volte dalla voce che di lì a poco mi avrebbe risposto dall’altra parte del telefono. Miles Kane sorridendo saluta ed è lì che ti si palesa l’immagine di lui sdraiato sul divano di casa, in jeans e polo rigorosamente abbottonata e calzini bianchi in vista; una sigaretta da cui fa un tiro di tanto in tanto e una disarmante disponibilità nel rispondere all’ennesima intervista telefonica del pomeriggio per presentare il suo nuovo album (Change the Show, uscirà il 21 gennaio). Sono passati tre anni dalla sua assenza come Miles Kane in quanto ex Rascals e solista, senza contare le plurime apparizioni con vecchi e nuovi amici da cui sono nate inaspettate e sorprendenti collaborazioni.

Già dal nome, il nuovo disco suggerisce una vera e propria rivoluzione. Siamo abituati ad un Miles che pur evolvendosi, riesce a rimanere sempre fedele a se stesso. Qual è stata la cosa che ora ha “cambiato lo show” rispetto a tre anni fa con Coup de Grace?
Probabilmente ad un certo punto della vita vuoi semplicemente crescere, diventare una persona migliore. Stavolta ho voluto lasciarmi andare a testi molto intimi. In Change the Show c’è la mia vita, le mie preoccupazioni, lo stress e in un certo senso tutto questo forse dà al disco un’atmosfera malinconica, ma è stato un processo più che naturale a cui ho voluto poi aggiungere delle vibrazioni positive.

Ascoltando See Ya When I See Ya mi sono ricordata che era apparsa sul tuo profilo Instagram nel lontano 2020, durante il primo vero lockdown mondiale. Quel periodo ha in qualche modo influito su quelle vibes più malinconiche di cui parli?
Molte canzoni sono state scritte prima della pandemia, Change the Show è venuta fuori poco prima quel periodo, ma era un momento in cui tutto era negativo, grigio, cupo. Ci sono canzoni nate da quel mood e altre meno. In alcune c’è frustrazione, stanchezza e rabbia e spesso quelle così risultano essere le migliori. Penso ci sia qualcosa di davvero magico in questi sentimenti.

Che poi, See Ya When I See Ya è un pezzo dalle influenze lennoniane nel sound, nel video, in tanti piccoli dettagli. Quanto Lennon c’è in quello che fai?
John Lennon è assolutamente uno dei miei eroi. Adoro il fatto che fosse un ragazzo molto profondo, ma allo stesso tempo dotato di un grandissimo senso dell’umorismo, al limite del suo lato oscuro, che è ciò che amo di più di lui. È per questo che ha da sempre un grande effetto su di me e quello che faccio.

Mentre parliamo, ho davanti a me il tuo vinile blu di Inhaler. Nella cover ci sei tu sul palco davanti ad una folla scatenata. Quanto ti è mancata quella roba lì?
È stata dura accettare il fatto di non poter suonare dal vivo. Io vivo per quei momenti, sai, salire sul palco, cantare le mie canzoni e vivere il live. È questo quello che amo fare ed è per questo che non vedo l’ora di ritornare in tour e tornare a viaggiare (in Italia suonerà il prossimo 24 aprile ai Magazzini Generali di Milano ndr.).

Ultimamente hai messo su un numero incredibile di progetti e collaborazioni che è quasi difficile starti dietro. L’ultimo è quello dei Jaded Hearts Club.
È successo tutto così per caso, a Los Angeles da amici in comune. Jamie (Davis, Transcopic Records ndr.) e Sean (Payne, The Zutons ndr.) mi hanno invitato ad una serata. In realtà è iniziato tutto perché dovevamo suonare per il compleanno di Jamie, sai una cosa privata tra amici. Abbiamo suonato, improvvisato, ci siamo divertiti parecchio e abbiamo deciso di continuare a farlo insieme e a rendere la cosa più grande.

E invece i Last Shadow Puppets, torneranno?
Alex
(Turner ndr.) è mio fratello. Proprio ieri sera eravamo insieme, ero a cena con lui. Sai, la nostra amicizia viene prima di tutto. Sono certo che un giorno scriveremo altri pezzi, andremo in studio, non so dove non so quando, ma succederà. Faremo sicuramente una trilogia e torneremo a lavorare insieme.

A proposito dei Last Shadow Puppets, quando è uscito il video di Aviation non ho potuto non notare le tue doti attoriali, ti vedrei bene in qualche film gangster.
Mi piacerebbe, in qualcosa stile Goodfellas, Al Pacino o Robert De Niro. Questo tipo di personaggi è proprio il genere che mi piace. Hanno una certa influenza su di me.

L’ho capito dal tuo Instagram, quando ti ho visto sostituirti la faccia in una scena iconica di Al Pacino in Scarface.
(Ride)

Abbiamo conosciuto il tuo lato rock & roll, northern soul e indie primi anni Dieci. Ora in quale veste ti senti più a tuo agio?
Sono ancora tutto questo, anzi è proprio quello che voglio essere, un mix di queste tre cose che cerco continuamente di combinare, ora e sempre.


Foto di Lauren Luxenberg
Digital Cover di Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
Ufficio stampa Miles Kane: Veronique “Micro” Franzetti