Recensioni serie tv

Quello di “After Life” è un finale perfetto per “After Life”

Zio Ben avrebbe detto: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. (Micro SPOILER in arrivo) ma Tony, il Ricky Gervais di After Life, uno come Spider-Man lo accartoccia sotto la suola delle sue scarpe come una Marlboro ormai giunta al filtro. Fanculo i sensi di ragno. Il vero super potere è la fragilità. A ridosso del rilascio delle puntate di quella che probabilmente sarà l’ultima stagione di After Life, l’unico timore era quello di rovinare tutto. Fortunatamente – e qui non faccio spoiler alert perché meritate di esserne al corrente – questo non accade. Siamo di fronte ad un prodotto completo e caleidoscopico; un mix di ironia, black humor, stand up comedy, drama e crudo realismo. Pianti e risa insomma, in grado di far vivere allo spettatore un lungo giro sulle montagne russe della propria anima. Se siete qui, tra queste righe, presumo che conosciate la trama del soggetto di Gervais, inutile dire quindi che il format visivo e narrativo resta esattamente il medesimo delle stagioni precedenti (come potrebbe essere diversamente?).

In una cittadina apparentemente comune e noiosa, la natura inconfessata e spesso inconfessabile dei freaks con cui Tony entra in contatto per le sue interviste da inserire nella Tambury Gazette, vengono via via alla luce, dimostrando in modo brutale ed empirico che la normalità, come la perfezione, non sono di questo mondo. Ne esce una radiografia nitida e dettagliatissima del genere umano, il più delle volte alle prese con i propri demoni interiori. Tutti tranne Tony – ormai nichilista e disilluso – riescono comunque ad affrontare le battaglie quotidiane aggrappandosi a qualcosa, fino a riscoprire, seppur a piccole dosi mono uso, la gioia di vivere. Tony non riesce perché la mancanza di Lisa, la derivante depressione ed in ultima istanza il desiderio di restare immobilizzato dal dolore, lo fanno stare in una comfort zone a cui ormai per certi versi è difficile disabituarsi. Lui non vuole stare bene. Sarebbe un affronto alla memoria di sua moglie. Allo stesso tempo resta per Brandy, la sua amica a quattro zampe, che in ogni momento difficile disinnesca i suoi istinti suicidi e mitiga le sue giornate passate davanti ai tristi ricordi sul monitor del Mac. Resta per Anne, l’unica che riesce a comprenderlo nel profondo e che forse alla fine riuscirà a voltare pagina. Lo fa anche per Matt che in questa stagione gioca (mai termine fu più azzeccato) un ruolo essenziale nella partita di Tony contro il suo male. Infine lo fa per Emma, Lenny, Kath e June, che affiancano alle loro rispettive battaglie individuali, un sostegno profondo per la condizione del protagonista.

Non importa se ci riusciranno appieno o parzialmente, quel che per Gervais conta è mettere sotto la lente d’ingrandimento la fattuale cooperazione, umana e collettiva, che vuol tramutare un uomo dilaniato dai propri ricordi in qualcosa di nuovo e lucente. Sarebbe irrispettoso mettere l’accento sul qualche piccolo errorino disseminato qua e là, sulla natura fin troppo esasperata (specie in questa stagione conclusiva) della caratterizzazione di alcuni personaggi. Oggi finisce la più grande serie tv mai prodotta da Netflix. E non c’è spazio per le critiche. Perché dalla sceneggiatura, alla colonna sonora, passando per il montaggio a dir poco illuminato, tutto profuma di perla cinematografica. Per cui ci limiteremo ai proverbiali novanta minuti di applausi. Nothing else matters.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.