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Con “Never Let Me Go” i Placebo hanno smesso di guardarsi indietro

In un periodo piatto della loro vita, i Placebo sono così entrati in uno studio di registrazione nell’East End e hanno scritto “Never Let Me Go”

È una domenica come le altre, malinconica all’imbrunire, impaziente di trasformarsi in un ennesimo, estenuante lunedì lavorativo. Dallo scaffale della libreria, tiro fuori il pesante volume della Treccani e, sfogliando le pagine che non vedevano mano da una ventina di anni, arrivo alla lettera P–Placebo: “Preparazione farmaceutica a base di sostanza farmacologicamente inerte che viene somministrata soprattutto per gli effetti psicologici di autosuggestione che può avere sul paziente”. In cuffia, la voce di Stefan Olsdan risuona nelle orecchie. Il suo piglio è rassicurante e umano, nel tono ma soprattutto nelle parole, che non nascondono gli alti e bassi e tutti i loro annessi, gli stessi che da sempre lo perseguitano nel ruolo che si ritrova a ricoprire ad intermittenza, tra incertezze e conferme. Stefan è la metà di una delle rock band più inconfondibili dagli anni Novanta ad oggi. Sono passati quasi dieci interminabili anni dall’ultima volta in cui i Placebo hanno calcato i grandi palchi con materiale inedito.

La lunga carriera di Brian Molko e Stefan Olsdal, ex diciannovenni che nella piena era britpop si sono incontrati alla fermata della metro di South Kensington, ha subito una brusca interruzione. Lontani dalle scene, lontani dagli schermi, persino quelli social, li abbiamo lasciati al ventennale dell’album d’esordio che li ha portati, anzi forse trascinati, in giro per il mondo facendo un recap di quanto sono stati e di quanto è rimasto del duo nel 2017. «Essere uno dei Placebo per 25 anni senza mai una pausa non è mai stato semplice. Tante volte ho pensato che la band non avesse più un futuro. Emotivamente abbiamo avuto tanti up e down (il batterista Steve Forrest ha abbandonato il gruppo nel 2015 ndr.). Ma al 51% vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Sono grato a quell’1% che mi fa andare avanti». Olsdal, con la sincerità disarmante che lo contraddistingue, ci accompagna in un percorso catartico che prende il nome di Never Let Me Go, l’album che sancisce e ufficializza l’attesissimo ritorno dei Placebo. Un viaggio che ha visto ritrovare se stesso come persona e fiera metà di una band. «Ero abbastanza disilluso sui Placebo come identità e nome. Avevo perso un po’ il focus su ciò che significasse. Non vedevo più un futuro, un nuovo progetto davanti». Complice – spiega Stefan – l’incoscienza di Brian Molko, il lockdown e le pagine dell’agenda bianche, senza nessun appuntamento, nessun tour segnato.

Ad un certo punto, in un periodo piatto della sua vita, Molko – lo sfacciato il volto del glam rock post Bowie e di una fluidissima versione new wave – ha preso in mano la situazione, ha dato appuntamento a Stefan in un coffee shop, gli ha mostrato una foto e ha detto: «Dobbiamo ripartire da qui». I Placebo sono così entrati in uno studio di registrazione nell’East End e hanno scritto Never Let Me Go. «Fare questo album è stato un non guardarsi più indietro», dice ora Stefan. La cover dell’album mostra una scena a primo impatto post apocalittica. «L’oceano è il posto per eccellenza per sognare e riflettere, ma allo stesso tempo è quello che ti riporta ricordi e oggetti di un’altra vita e ti fa capire come l’umanità stia rovinando tutto». Le profonde riflessioni disseminate nelle tredici tracce di Never Let Me Go vengono fuori da un lavoro inizialmente individuale, costretto dai tempi del lockdown, e successivamente rielaborato face to face. Ciò che ne viene fuori è un concentrato di emozioni senza filtri, chitarre dritte, drum beat e backing vocals, intro ipnotici e archi. Il tutto condito dalla magnetismo vocale di Brian. Un prodotto sincero maturo e convincente, come un cerchio che si chiude dopo alcuni riempitivi di carriera. «Rispetto allo scorso album, in fase di registrazione mi è partita la frenesia “Dov’è il basso? Dov’è il drum beat?” – dice – La musica è suono ma anche silenzio, serve per creare spazi, far respirare la musica, ma anche le parole. Ed ecco che stavolta le abbiamo lasciate respirare».

I messaggi, infatti, arrivano forti e chiari, dall’intro potente e elettrificato di Forever Chemicals, all’amore sognante senza genere di Beautiful James; dalla struggente Happy Birthday in the Sky dedicata a chi non c’è più al loop folle e ossessivo con cui Surrounded By Spies trascina le orecchie più pigre della società. Dalla vera perla dell’album Prodigal all’invito finale di Fix Yourself (“Go fix yourself/Instead of someone else”, canta Molko nel ritornello), si chiude quello che Stefan Olsdal ha definito una vera e propria «cathartic journey». Un up tanto atteso nella lunga carriera del duo. Se il tour del ventennale a detta di Stefan è «durato un po’ troppo danneggiando la salute della band» e l’intenzione della stessa, la prospettiva di ritornare in tour è stata inizialmente scoraggiante (in Italia suoneranno a Mantova e Firenze a giugno e al Mediolanum Forum di Milano il 27 ottobre). «Ma essere parte di tutto questo è nel mio DNA, conosco Brian da quando avevamo diciannove anni, amo troppo la band e sarebbe impossibile fermarmi. Se siamo sopravvissuti alla Siberia, ai 40 gradi della Cambogia e del Marocco, possiamo affrontare anche questo». E così i Placebo, dopo ben nove anni lontani da post compulsivi, stories private e schermi social, ci restituiscono la miglior foto di ciò che sono ora, per una somministrazione di un’ora circa di chitarre dritte e voce adesiva, per rilevanti effetti psicologici da autosuggestione.


Foto Digital Cover Story: Mads Perch
Digital Cover: Jadeite Studio