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Lazza non è di passaggio

Lazza arriva a Sanremo con un brano che é un’evoluzione, ma che non stravolge il suo stile: l’abbiamo incontrato

In questi giorni sto leggendo Il vecchio e il mare di Hemingway e ovviamente ho iniziato ad imbattermi nelle frasi cult che sono contenute tra le pagine ingiallite di questo piccolo volume che ha fatto storia e che, mentre attendo che il telefono inizi a vibrare, sta lì sulla mensola in fondo alla stanza. Io non li sottolineo mai i libri, ma una delle frasi più belle e famose in cui mi sono imbattuto lo avrebbe meritato. È quella che dice: “Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono”. È forse anche per questo che non l’ho chiesto a Lazza, quello che tutti vogliono sapere da lui. Non l’ho messo neanche nelle condizioni di dover trovare un modo per dribblare il discorso. Ma lo chiedo a voi che leggete, Lazza può vincere Sanremo? Intanto che ci pensate – o magari già avete risposto, ma io non posso saperlo – provo a dirvi la mia anch’io. La risposta scontata è “sì” mentre quella più intelligente dovrebbe mettere il focus sul fatto che forse non ne ha poi così bisogno di vincerlo. D’altronde il suo ultimo lavoro in studio, Sirio, é il disco dei record del 2022: diciotto settimane in classifica, una quarantina di certificazioni ed un tour nei palazzetti andato esaurito in una manciata di settimane. Cenere, in gara al Festival, è un brano che é un’evoluzione, ma non stravolge il suo stile a cui ha abituato i suoi fan negli ultimi anni. Insomma: non è Lazza ad adattarsi a Sanremo, è Sanremo ad adattarsi a Lazza.

Quando faccio tap sulla cornetta verde esordisco con un banale «come stai?», ma Jacopo mi risponde nel modo reale, senza formule precotte: «Eh, un po’ nel mini pimer ‘sti giorni, sono un po’ frullato». Ci siamo sentiti diverse volte con lui – questa è la terza – e ricordo esattamente ogni passaggio delle nostre interviste. Ecco perché, dopo aver rotto il ghiaccio (perché con Jacopo ce n’è sempre bisogno) riparto da una risposta rimasta in sospeso dall’intervista dello scorso aprile, ovvero che per capire il ruolo di Sirio nella sua carriera avremmo dovuto aspettare un po’. A quasi un anno da quella chiacchierata, mi dice che è il disco più importante della sua carriera. «Eppure non riesco a godermelo fino in fondo perché sono sempre proiettato nel futuro, è un mio brutto difetto». La cosa più bella che mi abbia detto, la spoilero subito, anche se è arrivata in calce alla chiacchiera, quando evidentemente era più confident nell’aprirsi. «Io spero di poter essere un buon esempio per chi mi ascolta. A giudicare dai messaggi che mi arrivano, in effetti, ho la sensazione di esserlo. Poi se certa gente mi giudica per i tatuaggi in faccia, o perché mi fanno confluire nell’insieme dei trapper cattivi, è chiaro che il problema non è il mio. La mia forza da sempre è quella di sorridere».

Qualche giorno fa, mentre scrollavo su Instagram, mi sono imbattuto nella didascalia del suo reel in cui mostrava la reazione al momento in cui Amadeus ha detto «Lazza» durante l’enunciazione dei partecipanti al Festival. C’era scritto: “Ho mollato le cose in sospeso mille volte. Questa è l’unica volta che mi sono promesso di non farlo”. Tutto avrei pensato, tranne che uno determinato come lui fosse un procrastinatore. Ma è questo che cerco nelle interviste con gli artisti, sono una specie di squalo in cerca di sangue, perché è il sangue che esce dalle ferite delle star che le rende mortali anche agli occhi di chi li ammira spesso e volentieri sotto un palco, in quelle due o tre ore di God Mode. Mi confida che sono «tante» le cose che ha lasciato a metà. Poi si prende un attimo. «La scuola, il conservatorio, un sacco di relazioni. Della scuola non ho rimorsi, ma aver lasciato il conservatorio mi fa arrabbiare. Io comunque cerco di seguire la mia pancia e di fare ciò che sento senza compromessi. Se senti che una cosa è quella giusta, bisogna andare». Quella didascalia si concludeva con: “Ogni promessa è debito, e non vorrei mai sentirmi in debito con me stesso”. Eppure immagino che qualche debito con se stesso lo abbia perfino lui.

Sei più in debito con Lazza o con Jacopo?
Bella domanda, ci dovrei pensare. L’altro giorno stavo ascoltando alcuni passaggi della mia discografia e realizzavo che gran parte delle cose che dicevo e mi auguravo nei pezzi si sono avverate. Quindi tenendo conto del fatto che ho ancora tempo per arrivare in fondo ai miei sogni, direi che non ho contratto debiti con Lazza. Con Jacopo probabilmente sì, ma cercherò di pagare al più presto ogni debito con me stesso.

Cosa ti mette veramente paura?
Il fatto di non avere una vita privata. Ho bisogno di spazi e credo che alla fine questa sia l’unica vera controindicazione del mio mestiere. Odio quando le persone mi trattano come un oggetto e mi si avvicinano per la foto, quasi pretendendo una mia reazione entusiasta non tenendo conto del fatto che sono un essere umano e che come tale magari ho avuto una giornataccia. Per il resto, le conseguenze del lavoro dell’artista sono solo cose di cui sono profondamente grato.

E invece la morte, quella ti mette paura?
Ovviamente sì, ma delle volte mi mette ancora più paura la vita. Gli insetti, i giornalisti che mi chiamano “Lanza” e tante altre cose.

Lazza arriva a Sanremo con un brano che é un’evoluzione, ma che non stravolge il suo stile: l'abbiamo incontrato.

A questo punto mi rendo conto che la nostra chiacchierata si è è trasformata in una partita di scacchi in cui, dopo la mossa, giriamo la scacchiera e giochiamo con le pedine dell’altro. Questo perché io inizio a parlargli di quanto detesti un certo tipo di giornalisti, malgrado sia da questa parte della barricata, e lui mi svela di odiare i fan molesti ma che da piccolo fece di tutto per entrare ad un concerto di Max Pezzali di cui poi, qualche anno fa, è diventato un grande amico. «Gli 883 sono stati in grado di raccontare una generazione in modo perfetto e di lasciare un segno indelebile nella storia della musica italiana. Quando lo fai per così tante persone non esistono generi o etichette che reggano. Spero tanto che non mi dicano troppo spesso che sono diventato commerciale, perché di base è una critica che non riuscirei a capire. Cosa vuol dire essere commerciale? Che vendi bene e tanto il tuo prodotto? Beh, allora che c’è di male ad arrivare a tutti? Noto che i miei fan di vecchia data tendono ad essere gelosi dei nuovi. Ma in realtà non c’è nulla di cui essere gelosi, nulla da custodire gelosamente». Mentre pronuncia queste parole la memoria mi fa tornare indietro a poche settimane dall’esordio tanto chiacchierato di Achille Lauro a Sanremo, quello di Rolls Royce per intenderci. In quell’occasione mi disse che con il rock sarebbe arrivato alle mamme dei suoi fan di allora. E, per certi versi, così è stato. Lazza invece vuole «arrivare a piacere alle nonne», e questo la dice lunga sul progetto universale che ha in mente per sé. Eppure ho la sensazione che essere di tutti equivale ad essere di nessuno e che piacere ad una nicchia (più o meno grande che sia) possa essere un segno tangibile di una profonda identità artistica. «Ma senti, cos’è un artista se non uno che rischia con le sue scelte?», mi dice.

Su una cosa però siamo d’accordo: ossia che mettere le cose – in questo caso la musica – dentro delle scatole con delle etichette diverse sopra non sia poi una cosa molto intelligente. Specie in questa che è l’epoca più crossover di sempre, in cui è pressoché impossibile dare un nome alle cose senza che in testa si conformino delle fisiologhe domande su sottogeneri o influenze di sorta. Un’altra cosa che ci accomuna, come accennavo poche righe più su, è l’opinione riguardo un certo tipo di giornalismo – in Sogni d’oro, uno dei brani di Sirio, canta “Qua parlano gli ascolti/Non i magazine”. Prima di lasciarci, gli chiedo se lo fanno incazzare tutte queste attenzioni da parte di gente che oggi scrive di lui perché funziona, ma che vorrebbe disconoscere tutti gli artisti della sua generazione. «Mi fa parecchio incazzare questa cosa – risponde – L’unica magra consolazione è che però se scelgono di intervistare me e non gli altri è perché evidentemente sono diverso». Ed è forse proprio questa diversità che lo porterà ancor più lontano: il ragazzo di poche parole con i tatuaggi in faccia che odia le etichette e ama gli 883.


Foto di Bogdan “Chilldays” Plakov
Digital Cover di Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
Ufficio stampa Lazza: Goigest
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