Se dovessi proiettarmi per un solo giorno nella vita di una popstar internazionale che da tutta la vita fa il mestiere della popstar internazionale so perfettamente quale sarebbe la mia più grande ansia. Non che io l’abbia immaginato molte volte durante le mie giornate da non popstar internazionale, ma facendo esercizio di immedesimazione l’ho capito subito: avrei paura di diventare quello che vogliono gli altri. Quando milioni di pupille ti si puntano addosso e, ancora peggio, i proprietari di tutte quelle pupille ti venerano come fossi il nuovo messia, c’è un rischio altissimo. Quello di donarti in pasto all’idea che le persone hanno di te pur di tenere in vita un personaggio. È come quando un animale al circo cede alle volontà dell’infimo addestratore per non prendere le bastonate una volta finito lo spettacolo. Quando un artista si muove al di fuori della safe zone a cui ha abituato il proprio pubblico pagante le conseguenze possono essere brutali, per la carriera e per la persona. L’evoluzione e la sperimentazione ci spaventano, perché il diverso ci fa paura, per quanto proviamo a convincerci del contrario. Se poi a dover fare i conti con tutto questo è uno che il tempo di vivere la propria esistenza al di fuori del personaggio non l’ha avuto, diventa complicato il doppio. Harry Styles è diventato Harry Styles a sedici anni circa e per altri sedici anni fino ad oggi ha dovuto recitare la parte del beneamato Harry Styles. Sì, perché chi arriva fin lassù non può smettere di recitare, mai. È questa la vera condanna.
Forse è proprio questo il motivo per cui nell’Olimpo delle popstar internazionali, almeno fino a questo momento, nessuno ha mai deciso di cagare fuori dal vaso, musicalmente parlando. Poi ci lamentiamo della solita solfa pop tutta uguale, ecco spiegati i motivi. A un certo punto, però, qualcosa cambia. Magari ti accorgi che il tuo status di untouchable rimarrà comunque intatto, o magari ti va semplicemente di fare il cazzo che ti pare con la tua musica. Non possiamo saperlo, ma il riassunto perfetto di Kiss All The Time. Disco, Occasionally è proprio questo. Il momento della confessione è arrivato: ho sempre portato con me un pregiudizio su Harry Styles per i motivi sopra elencati. Per una certa immobilità artistica che lo contraddistingueva ai miei occhi dagli altri artisti internazionali. Non che i lavori precedenti pecchino di qualità, solo uno stupido potrebbe pensarlo, ma per un encefalogramma piatto che ha caratterizzato parte della sua recente discografia. Pochi picchi o sussulti, sempre andato sul sicuro per non rischiare. Questo disco, plot twist, farà ricredere gli scettici (qualcuno l’aveva capito dall’uscita del singolo Aperture) e dividerà il pubblico affezionato. Bisogna spingersi oltre l’idea che si aveva di Harry Styles per comprendere fino in fondo Kiss All The Time. Disco, Occasionally. Per comprendere la voglia di divertirsi con il sound e uscire da una safe zone durata una decina di anni. Per questo non verrà compreso subito: deve cambiare la nostra disposizione nei confronti dell’artista, così come è cambiata la sua nei confronti della sua musica. L’approccio è molto più sonoro che lirico a differenza dei lavori precedenti.

La cura notevole delle produzioni gli dona un forte gusto autoriale, chissà che non possa diventare la sua nuova firma inedita. L’incastro tra synth grezzi e bassi prorompenti funziona alla perfezione. Due tratti distintivi che lo allontanano dagli arrangiamenti pop smielati a cui ci aveva abituati e lo consegnano a una sfera elettronica più spigolosa ma di spiccata personalità. L’aria attorno ai brani è più rarefatta, non ci sono aperture epiche in stile Sign Of The Times. È tutto un po’ meno sensazionalistico, ma ben venga se l’obiettivo era quello di creare un ottimo movimento tra le tracce. Dal vivo renderanno meglio che sulle piattaforme e sembra essere proprio quello il vero scopo. Perché a immaginarsele da ballare fronte palco viene facile, si prestano che è una meraviglia. Una carrellata di sensazioni prima della chiosa finale. Aperture, il brano che ci inizia all’ascolto, è un vero e proprio manifesto in cui l’elettronica la fa da padrona e gli effetti sulla voce non fanno altro che confermare questa versione dei fatti. American Girls sembra un tributo all’immaginario e al suono dei The 1975. Diciamo tributo per non dire scopiazzato qua e là, ma in fin dei conti funziona. Ready, Steady, Go già ce lo immaginiamo live, ci si piazza davanti un bassone iniziale che apre un pezzo dalla ritmica incalzante e per niente scontata. Stesso concetto del diretto successore Are You Listening Yet, una marcetta sostenuta dai rullanti che ti costringe ad annuire a ritmo. Sempre notevole il lavoro di effetti e mix sulla voce.
Il filo conduttore rimangono synth e bassi che in Taste Back e The Waiting Time si chiudono leggermente per creare un’atmosfera più intima e melodica. Con Season 2 Weight Loss torna l’elettronica dal sapore grezzo e il movimento, prima di lasciare spazio agli archi, prima pizzicati e poi orchestrali, del brano più intimo e delicato di questo disco assieme a Paint My Numbers: Coming Up Roses. Il terzetto Pop, Dance No More, Carla’s Song non fa altro che ricordarci come un genere troppo spesso standardizzato possa ritrovare nuova linfa vitale nel cambiamento e nella sperimentazione sonora. La sostanza è questa e sarebbe troppo banale scrivere tra queste righe che Harry è cambiato. Perché non è così. La verità è che potrebbe cambiare l’idea che avete voi di lui e non vi resta che accettarlo. Kiss All The Time. Disco, Occasionally è una dichiarazione di intenti fatta e finita: è arrivato il momento di staccarsi di dosso le aspettative di occhi e orecchie giudicanti per ritrovarsi e per ritrovare una dimensione nuova, più concreta, più vera. Che vi piaccia o no, Harry Styles non è più come lo volevate voi e ha cominciato a fare con la propria musica ciò che vuole, non più ciò che è giusto per tenere in vita il vostro, di Harry Styles.