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Puoi togliere Brandon Flowers dai Killers, ma non i Killers da Brandon Flowers

Nel senso: Brandon Flowers con “Trasher” firma un album gradevole che abbraccia country, slide guitar e suggestioni alla Springsteen e Johnny Cash, senza però perdere l’impronta melodica dei The Killers

Brandon Flowers firma con Trasher un album gradevole, che trova nella sua principale novità proprio il cambiamento di prospettiva sonora. Il disco si muove infatti all’interno di una dimensione country, con Flowers che modifica anche il proprio modo di scrivere, legandosi maggiormente a un immaginario profondamente americano e a sonorità che fanno parte della tradizione musicale degli Stati Uniti. Non si tratta semplicemente di un cambio di strumenti o di arrangiamenti. In Trasher il country sembra diventare un linguaggio attraverso cui Brandon Flowers prova a raccontare e costruire le sue canzoni, senza però rinunciare completamente a quegli elementi melodici che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera con i The Killers. È proprio questo incontro tra due identità a rappresentare uno degli aspetti più interessanti dell’album. D’altronde, negli ultimi anni molti artisti statunitensi hanno guardato nuovamente al country e alla tradizione americana. Flowers sembra inserirsi in questa direzione, scegliendo di avvicinarsi a un genere che, per storia e identità, rappresenta una delle espressioni più riconoscibili della musica statunitense. Il country, dopotutto, è l’unico genere puramente americano, e Trasher prova a confrontarsi direttamente con questo patrimonio.

Anche quando le canzoni si muovono attraverso nuove atmosfere, è difficile non riconoscere il modo in cui Brandon Flowers costruisce le melodie e porta avanti la scrittura. Il risultato è un album che non sembra voler cancellare ciò che è venuto prima. Le atmosfere country emergono attraverso l’utilizzo delle chitarre slide, della batteria suonata con le fruste e di sonorità che attingono pienamente alla tradizione americana. Sono elementi che contribuiscono a definire l’identità del disco, creando un ambiente diverso da quello a cui Flowers ha abituato il pubblico con la sua band. Eppure, sotto questa nuova veste, le melodie continuano a ricordare quelle dei The Killers, mantenendo un legame evidente con il percorso precedente del cantante. Miss America è uno degli esempi più chiari di questa direzione. La canzone entra apertamente nelle sonorità country e, anche dal punto di vista del testo, si affaccia su quell’immaginario. Il brano sembra immergersi in una dimensione americana ben precisa, utilizzando riferimenti e atmosfere che appartengono a questo universo musicale. Allo stesso tempo, però, Miss America non sembra allontanarsi completamente dallo stile della band di Las Vegas. La presenza melodica di Brandon Flowers rimane riconoscibile e il brano conserva qualcosa della scrittura che ha contribuito a definire il suono della band. È forse proprio qui che emerge una delle caratteristiche principali di Trasher: il country viene utilizzato come uno spazio nel quale far convivere elementi diversi.

Anche Tiger’s Blood prosegue lungo questa strada, mostrando una melodia e una scrittura che si rifanno al Bruce Springsteen degli ultimi anni. Il riferimento emerge soprattutto nell’approccio alla composizione e nel modo in cui la canzone sembra inserirsi all’interno di una tradizione cantautorale americana più ampia. Ancora una volta, Flowers guarda a un immaginario preciso, ma lo attraversa mantenendo il proprio modo di costruire le canzoni. Il legame con Bruce Springsteen non cancella infatti la personalità melodica di Brandon Flowers. Tiger’s Blood sembra piuttosto trovare un punto d’incontro tra influenze diverse, lasciando che la scrittura americana si intrecci con un approccio pop che continua a essere centrale. È una dinamica che attraversa più momenti dell’album e che permette a Trasher di non diventare un semplice esercizio di stile. The Red Ground si muove invece in una direzione ancora diversa. Il brano ricorda in parte Johnny Cash, soprattutto attraverso l’uso delle trombe e per l’atmosfera che riesce a costruire. Anche qui la tradizione americana è presente in modo evidente, ma la canzone non rimane chiusa all’interno di un’unica influenza. Il brano si apre infatti in un ritornello super pop, creando un contrasto con le atmosfere più legate al country e all’immaginario di Johnny Cash. È forse uno dei momenti in cui emerge con maggiore chiarezza la capacità di Brandon Flowers di passare da un riferimento all’altro senza abbandonare la dimensione melodica che continua a caratterizzare la sua musica.

In questo senso, Trasher sembra costruirsi proprio attraverso questi passaggi. Da una parte c’è la volontà di avvicinarsi al country e alla tradizione americana, dall’altra rimane evidente il legame con il percorso di Brandon Flowers e con l’identità dei The Killers. Le chitarre slide, la batteria suonata con le fruste e le atmosfere più radicate nella musica americana convivono con melodie pop e ritornelli che riportano immediatamente a un modo di scrivere già conosciuto. Il risultato è quindi un album gradevole, che trova la sua novità nel tentativo di cambiare prospettiva senza rompere completamente con il passato. Brandon Flowers cambia il proprio approccio e si avvicina a una dimensione più americana, seguendo una direzione che negli ultimi anni ha coinvolto molti altri artisti statunitensi, ma non perde del tutto la propria identità. Trasher vive proprio in questo equilibrio. È un disco che guarda al country, alla tradizione e a un immaginario profondamente americano, ma continua a portare con sé le melodie e alcuni tratti della scrittura che hanno reso riconoscibile Brandon Flowers come frontman dei The Killers. Un cambiamento che non coincide con una vera e propria rottura, ma con l’apertura verso nuove atmosfere, nuove sonorità e un modo diverso di confrontarsi con la musica americana.