Il successo dirompente e trasversale di Olivia Rodrigo si spiega in pochissime parole: parla ai teenager con il linguaggio musicale degli adulti. E l’incipit del suo debutto da solista, Sour, è emblematico: in esso afferma “Where’s my fuckin’ teenage dream?” con in sottofondo un sound che ricorda una versione più soft delle Bikini Kill. I suoi primi due album, per l’attitudine e per la carica, sembrano usciti da una sala prove di periferia, e non è un caso che girino su YouTube alcuni video di lei che suona brani in quella che è una sala prove. Il terzo album, You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love, ci regala una diversa sensibilità della cantante statunitense, non inedita ma che qui assume un ruolo preponderante. Rispetto al passato, si può affermare che, sotto molti aspetti, questo sia un disco più “da cameretta” che da sala prove. Se poi la cameretta in questione è la Reggia di Versailles, protagonista del video di Drop Dead, beh, è un mero dettaglio. La scelta di realizzare un disco che è un concept album su una relazione d’amore, dall’inizio travolgente alla crisi della sua fine, è coerente con le sonorità che caratterizzano i circa cinquanta minuti di durata. Le intenzioni sono chiare anche dalla copertina, che mostra le due anime della narrazione. In questo nuovo lavoro, spesso la voce si fa più sussurrata e raramente urlata.
Si tratta di un disco in due distinti atti, non nettamente separati ma che sfumano dall’ottimismo delle prime tracce (secondo indiscrezioni emerse nelle interviste alla stampa, Honey Bee sarebbe la canzone che Rodrigo vorrebbe venisse suonata al suo matrimonio) al finale che ci riporta a quella Rodrigo che ben conosciamo, capace di raccontare in musica la fine di una relazione e le relative emozioni come poche altre. Esclusa la già citata Drop Dead, molti dei brani vengono presentati spogli di ogni sovrastruttura, con sovraincisioni vocali facilmente ottenibili con un campionatore, e mettendo da parte la chitarra elettrica per dare spazio a chitarra acustica, pianoforte e sintetizzatori economici. Uno stile non nuovo per l’ex star Disney, ma che, nella sua seppur ridotta discografia, non aveva mai trovato un ruolo così esclusivo. Questo album porta in musica altre delle sue influenze: si sentono echi di Devo, Bangles, New Order; i synth new wave di My Way hanno un incipit così abusato che in molti possono cogliere diverse influenze (io ci ho sentito un noto brano di Max Gazzè), e soprattutto c’è il vero elefante nella stanza: i The Cure. Non è un caso che sin dall’incipit venga citata una delle canzoni più note della band inglese (“You know all the words to Just Like Heaven and I know why he wrote them now that you’re standing right here”), come non è un caso che uno dei singoli citi in maniera esplicita il nome della band.
Non è un caso neanche che il leader Robert Smith trovi spazio in What’s Wrong with Me, che può suonare come una confessione o un dialogo dai toni a tratti autolesionisti della cantante davanti al poster del suo idolo. Lo spettro malinconico dei The Cure si respira in molti punti di questo lavoro, sia nelle parti più disincantate che in quelle più tristi. You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love fa musicalmente un passo indietro di un decennio, essendo caratterizzato da sonorità anni Ottanta che esplodono in Expectations, piazzata nella parte finale, la quale mostra quella libertà inconscia che caratterizza la fase della consapevolezza, la quale si scontra musicalmente ed emotivamente con Cigarette Smoke, che raffigura quel sentimento triste che ci si porta dietro dopo una relazione dal forte impatto emotivo, anche se finita male al punto da dire “Give me back my time and I will give you back your heart”. In molti dicono che You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love sia il frutto della fine della relazione con Louis Partridge, terminata lo scorso anno, ma in realtà è un disco in cui chiunque può riconoscersi. Non ci mostra un’Olivia Rodrigo del tutto sconosciuta, ma ci conferma che siamo di fronte a un’artista manifesto di una generazione, destinata a durare negli anni. Perché sì, nelle parole ci si riconosce la figlia, ma nella musica ci si riconoscono i genitori.