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Phoebe Bridgers: diventare grandi, restando vulnerabili

Con “Lost Weekend” Phoebe Bridgers trasforma sei anni di cambiamenti in un disco sulla maturità. Tra elettronica, malinconia e nuove consapevolezze, racconta cosa significa diventare grandi senza smettere di sentirsi vulnerabili

Il terzo album di Phoebe Bridgers è stato molto atteso dal sottoscritto fin dal suo annuncio. Sei anni dopo Punisher, un tempo lunghissimo se rapportato alla velocità con cui oggi siamo abituati a consumare musica, Phoebe torna con Lost Weekend, un disco che sembra nascere proprio da questo intervallo di tempo. Non è semplicemente il nuovo capitolo della sua discografia, ma il racconto di ciò che è successo nel frattempo: la perdita, l’amore, la crescita e il tentativo di capire cosa significhi diventare adulti. Phoebe Bridgers ha sempre avuto un songwriting impeccabile. Già in Stranger In The Alps aveva mostrato una capacità particolare nel trasformare esperienze intime in immagini capaci di diventare universali. Con Punisher, però, il suo linguaggio musicale era diventato immediatamente riconoscibile. Quella combinazione di folk, indie rock, arrangiamenti cinematografici, malinconia e dettagli quasi surreali si è trasformata in un vero e proprio modello estetico. Basta fare un giro su YouTube per imbattersi in tutorial che spiegano come costruire una produzione “alla Phoebe Bridgers“. Il rischio, dopo un disco come Punisher, era quindi quello di rimanere intrappolati nella propria stessa formula. Lost Weekend sceglie invece una strada diversa. Non rinnega ciò che Phoebe ha costruito, ma lo rende più essenziale, più personale e, in alcuni momenti, anche più inquieto. Proprio questa maggiore coesione sonora, rende il disco il lavoro più silenzioso e compatto della sua discografia. Il disco si apre con The Outside, ed è probabilmente uno dei modi migliori per entrare nel mondo di Lost Weekend. Un coro elettronico, quasi di memoria boniveriana, accompagna una canzone che mette immediatamente in comunicazione esperienze apparentemente lontanissime: il dolore, la perdita, il corpo in mezzo alla folla, il crowd surfing, il distacco dalla realtà.

Phoebe sembra osservare se stessa dall’esterno mentre attraversa alcuni dei momenti più dolorosi della propria vita e immagina di fare croud surfing sul pubblico di un concerto. La morte del padre è una presenza importante nell’album, ma non viene trattata semplicemente come un tema autobiografico da mettere in primo piano. Diventa piuttosto una ferita attraverso cui guardare il passato. Il rapporto con un genitore, le cose non dette, la riconciliazione e il lutto finiscono per intrecciarsi con una domanda molto più grande: quanto possiamo davvero cambiare ciò che è successo? Lost Weekend sembra rispondere che a un certo punto bisogna smettere di cercare una risposta e imparare a convivere con ciò che non può essere modificato. Ed è qui che il disco si allontana maggiormente dalla Phoebe Bridgers di Punisher. La malinconia è ancora presente, ma non è più necessariamente il punto di arrivo. In Lost Weekend c’è una consapevolezza diversa, quella di una persona che ha superato i trent’anni e che non può più permettersi di guardare la propria vita soltanto attraverso la lente della giovinezza. Anche il titolo diventa significativo. Un “lost weekend” non è soltanto un fine settimana trascorso male o una notte di eccessi. È l’idea di un tempo che sfugge, di qualcosa che abbiamo vissuto senza riuscire davvero a trattenerlo. È una sensazione molto legata all’età adulta: improvvisamente ci si accorge che i giorni passano più velocemente, che alcune persone non torneranno, che alcune relazioni sono finite e che non tutte le occasioni possono essere recuperate. La cosa sorprendente è che, dentro questo disco fatto di perdita e nostalgia, emerge una Phoebe che per la prima volta sembra anche profondamente innamorata. L’amore non viene raccontato soltanto come qualcosa destinato a finire o a lasciare una ferita. È anche una possibilità concreta di costruire qualcosa nel presente. Il riferimento alla relazione con Bo Burnham entra così nel racconto senza trasformare necessariamente l’album in un diario sentimentale. La sua presenza permette a Phoebe di raccontare una forma di amore più adulta, meno legata all’idea romantica del dolore come prova dell’intensità di un sentimento. È una delle novità più interessanti del disco: la felicità non viene più percepita come qualcosa di estraneo al suo universo narrativo.

Anche musicalmente Lost Weekend sembra muoversi tra queste due dimensioni. Da una parte troviamo la Phoebe Bridgers che conosciamo, quella delle chitarre sospese, delle armonie malinconiche e delle melodie apparentemente fragili. Dall’altra c’è una ricerca più evidente sul suono, con elettronica, vocoder, rumori e arrangiamenti che in alcuni momenti sembrano quasi voler rappresentare fisicamente la dissociazione e il disorientamento raccontati nei testi. The Outside, in particolare, utilizza proprio la voce trattata e l’elettronica per rendere questa sensazione di distanza da se stessi. La produzione contribuisce a creare questa identità. Ethan Gruska, Tony Berg, Jack Antonoff e la stessa Phoebe Bridgers partecipano alla costruzione del disco, e in alcuni momenti è possibile percepire le diverse sensibilità produttive. La presenza di Jack Antonoff, alla sua prima collaborazione con Phoebe, introduce una componente interessante perché porta nel progetto un linguaggio produttivo ormai riconoscibilissimo, senza però cancellare l’identità della cantautrice. Lo stesso vale per Alex G, la cui sensibilità sembra perfettamente compatibile con il lato più strano e imprevedibile dell’album. Lost Weekend non è però un disco costruito sulle collaborazioni: tutto torna sempre alla voce e alla scrittura di Phoebe Bridgers. Ed è proprio il songwriting a rimanere il vero centro dell’album. Phoebe continua a scrivere come se stesse raccontando una cosa banalissima e, nel giro di poche parole, riesce a trasformarla in qualcosa di doloroso o assurdo. Il suo talento non sta soltanto nella capacità di scrivere frasi belle, ma nella capacità di accostare immagini che normalmente non avremmo mai pensato di mettere insieme. È questo uno degli elementi che l’ha trasformata da semplice cantautrice indie a figura di riferimento per un’intera generazione. Dopo Punisher, e dopo l’esperienza con Boygenius, Phoebe Bridgers non è più soltanto una musicista di culto. È diventata un punto di riferimento estetico e compositivo, al punto che il suo modo di scrivere e produrre è stato progressivamente assorbito da una parte della musica pop e indie contemporanea. Ma Lost Weekend funziona proprio perché Phoebe non sembra interessata a dimostrare di essere ancora quella di Punisher. Al contrario, sembra voler dimostrare di poter essere diversa. Il disco parla quindi di maturità in due modi.

Lost Weekend è la maturità musicale di un’artista che ormai conosce perfettamente il proprio linguaggio e può permettersi di modificarlo senza perderlo. Ma è soprattutto la maturità anagrafica di una persona che ha imparato che crescere significa anche accettare che alcune cose non possono essere salvate. Maturare significa perdere qualcuno. Significa chiudere una relazione. Significa accettare che il passato non possa essere riscritto. Ma significa anche innamorarsi di nuovo, trovare una forma diversa di felicità e smettere di considerare la malinconia come l’unico modo possibile per raccontarsi. Lost Weekend è, in questo senso, un disco sulla crescita. Non sulla crescita come conquista definitiva, ma su quella più complicata che arriva quando capiamo di non avere più tutte le risposte. Phoebe Bridgers non sembra aver risolto tutto. Sembra semplicemente aver imparato a convivere meglio con ciò che non può risolvere. Ed è forse questa la vera maturità raccontata dall’album: imparare a diventare grandi senza smettere di essere vulnerabili, amare senza sapere quanto durerà, ricordare chi abbiamo perso senza aspettare che torni e accettare che alcuni weekend, alcune persone e alcune versioni di noi stessi siano ormai definitivamente perduti. Dopo sei anni di attesa, Lost Weekend conferma quindi Phoebe Bridgers nel gotha della musica indie americana. Ma soprattutto dimostra che il suo percorso non si è fermato a Punisher: è un’artista che può ancora cambiare, crescere e mettere in discussione il proprio stesso stile senza perdere quella voce che l’ha resa una delle cantautrici più riconoscibili della sua generazione.