Le macchine del fumo, dentro i club di nuova generazione, non servono più a nascondere nulla. Invece di creare quell’opacità in cui per decenni la cultura rave ha custodito la possibilità della scomparsa, il vapore sintetico viene sparato a pressione controllata sotto riflettori tarati per la massima resa visiva. Non c’è più penombra in cui perdersi. Il club, in qualunque sua forma, ha smesso di essere un rifugio antiaereo ed è diventato un set fotografico permanente con un impianto audio a frequenze basse estreme. Se nell’estate del 2024 Brat era riuscito nel miracolo tattico di condensare l’ansia e la vulnerabilità generazionale dentro un rettangolo di verde acido diventato marca esistenziale, il suo successore – Music, Fashion, Film – affronta il dilemma del giorno dopo. Cosa accade quando il capitalismo culturale converte l’opposizione in estetica dominante? Quando perfino il disgusto per l’esposizione viene impacchettato come campionario di tendenza? Charli XCX non risponde con il classico “ritorno alle radici” acustico tipico del pop novecentesco. No: Music, Fashion, Film non tenta di ricostruire un’autenticità perduta, ma mette in scena la propria impossibilità. È un lavoro lucido, nato dalla consapevolezza che oggi non esiste un “fuori” dal circuito dell’immagine. Ogni gesto di sabotaggio, ogni lacrima “nel privé” è un contenuto pronto per essere registrato e monetizzato. A chiarire la natura di questa trappola visiva è prima di tutto l’artwork dell’album, che ribalta radicalmente la scelta grafica di Brat. Rivelando la sua idea dei tre pilastri della cultura di massa, Charli XCX convoca la propria “Santissima Trinità”: John Cale, Marc Jacobs e Martin Scorsese, radunati insieme attorno al tavolo di una banale cucina casalinga. Musica, moda, cinema.
La presenza fisica dei tre monumenti tutelari della modernità non è un tributo deferente né un’operazione nostalgia. È una decostruzione ironica. Inquadrando la Trinità del capitale simbolico all’interno di un ambiente domestico e anonimo, la copertina dichiara che anche le vette più alte dell’autorevolezza artistica sono state assimilate dentro la stessa catena di montaggio visuale. Charli XCX scompare: lascia che siano i patroni delle tre industrie a firmare il certificato di garanzia di un pop che ha smesso di credere nella propria eccezionalità. All’ascolto, Music, Fashion, Film rende subito evidente questo schema. In Rock Music, l’incipit ammicca a chitarre distorte e ritmiche meccaniche, promettendo la sovversione fisica del rock. Ma è un’illusione di pochi secondi: la produzione hi-fi pialla la distorsione trasformandola in una texture patinata. Il vero paradosso, però, non è sonoro ma di sguardo: più il brano dichiara di voler seppellire la pista da ballo, più tradisce il bisogno di restarci sopra, di continuare a farsi notare. Charli non canta la fine di qualcosa, canta la paura di non avere più niente da dire dopo aver detto tutto. In SS26, l’urgenza di fuggire dall’iper-visibilità diventa una danza della disperazione, ma è anche il momento in cui il disco ammette apertamente il proprio bluff: dietro le linee di chitarra controllate e i synth pulsanti si nasconde una critica feroce, e insieme complice, verso un’industria (quella della moda quanto quella della musica) che ha imparato a monetizzare persino lo scandalo di se stessa. Non è più chiaro se Charli stia denunciando il meccanismo o partecipandovi con gusto; probabilmente entrambe le cose, ed è lì che il brano trova la sua tensione migliore. La satira del consumismo nevrotico raggiunge il suo apice in Card Declined. Su una trama sonica ruvida che ammicca all’indie-sleaze, fare shopping diventa un tentativo grottesco di acquistare a rate un sorriso, una personalità, un’intera biografia di riserva, salvo che il conto, letteralmente, non torna mai. Non c’è dramma, solo un’ironia rassegnata, la stessa che scorre nei riff acidi di Wink Wink e nell’autoconsapevolezza feroce di Camera, dove il desiderio di esistere di fronte all’obiettivo si scontra con il terrore di scoprire che quella, e solo quella, è ormai l’unica versione credibile di sé.
E quando il disco sembra arrendersi alla stanchezza in Persona, dove la voce si apre finalmente a un respiro più narrativo, meno frammentato, come se la maschera avesse bisogno di più spazio per essere raccontata, o raggomitolarsi nell’ansia matrimoniale e domestica di I’m Afraid, arriva il finale a tradimento di No One Lasts Forever. La presenza spettrale di David Cronenberg non porta una chiosa rassicurante, ma un parlato glaciale sulla mortalità dell’immagine e sull’effimero della fama. La traccia non sfuma, non risolve: si tronca di netto, e proprio in quel taglio secco sta l’intuizione più lucida dell’intero disco. Ogni tentativo di eternità, discografica o esistenziale, finisce comunque per essere interrotto da qualcun altro. In questo contesto, che fine fa la musica? Per decenni la critica ha considerato il disco come l’opera primaria, il centro di gravità attorno a cui ruotavano gli elementi accessori: la copertina, i videoclip, il tour, i gadget. Oggi questa gerarchia è definitivamente crollata. Come suggerisce il titolo stesso dell’album, meticoloso nell’elencare i settori dell’industria culturale come categorie contabili, la canzone è ormai soltanto uno dei tanti asset all’interno di un ecosistema transmediale integrato. Consapevole di questo, Charli XCX non incarna la diva inaccessibile del passato, ma l’operaia dell’attenzione costretta a nutrire l’algoritmo. Invece di ribellarsi, accelera i processi interni del pop fornendo un’overdose di stimoli impeccabili. Music, Fashion, Film non è una semplice diagnosi sociale, ma un album pop brillante e paranoico che usa il suono come specchio del presente. La vera condanna contemporanea non è la dimenticanza, ma l’impossibilità di finire. Uscendo dall’ascolto, resta la sensazione che l’ultimo vero lusso inaccessibile non sia la fama o il successo, ma la possibilità utopica di spegnere la luce e riuscire, finalmente, a essere.